Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Il Pontificale del Cardinal Burke in Treviso: qualche immagine




Una Messa Pontificale "straordinaria" quella Celebrata quest'oggi dal Cardinal Raymond Leo Burke nella Chiesa del Monastero delle Suore della Visitazione, appena fuori le mura della città di Treviso. Il Rito è stato organizzato dai Sacerdoti, Seminaristi e le Suore Adoratrici dell'Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote, in visita nel Monastero in cui si venera il cuore di San Francesco di Sales, patrono dell'Istituto. Primo Pontificale in Forma Extraordinaria in terra veneta dopo il Motu Proprio di Papa Benedetto XVI e gran ritorno della cappa magna scomparsa da decenni dalle Celebrazioni Liturgiche del Nord Est. La Missa Papae Marcelli, tra i più grandi capolavori della musica sacra di tutti i tempi, ha coronato la fastosa Liturgia.
































L'Altare: Mensa, Ara e Croce

L'altare della Pietà, Filippo Parodi, Basilica di Santa Giustina in Padova



di Enrico Finotti - Per comprendere in profondità la natura e la funzione dell’altare nella liturgia cattolica è indispensabile una adeguata indagine storica sulla sua origine e sul suo coerente sviluppo. Essa tuttavia non basterà. Infatti, si potranno capire le successive scelte storiche in ordine all’altare approfondendo la teologia sottesa, in base alla quale l’altare assunse forme e arredi consoni alla visione teologica che si voleva trasmettere. 
Mensa, Ara e Croce
E’ normale che venga individuata l’origine dell’altare cristiano nella mensa del cenacolo, sulla quale nostro Signore istituì il Sacrificio eucaristico e il Convivio sacro del suo Corpo e del suo Sangue. Veramente la mensa dell’ultima cena è il referente originario e originante dell’unico e definitivo Sacrificio del Nuovo Testamento. Da qui parte quell’oblazione pura che dall’oriente all’occidente è offerta fra le genti e in ogni luogo (Ml 1, 11).
Occorre tuttavia approfondire e non fermarsi ad una facile visione superficiale, che potrebbe svuotare quel Sacrificio della sua profonda sostanza per fissarsi nella debole espressione di un ordinario convito umanitario ed usuale. In realtà, quando la famiglia ebraica si riuniva per la cena pasquale si relazionava in modo intimo e indissolubile con l’altare del tempio di Gerusalemme, sul quale in antecedenza veniva immolato l’agnello, che portato sulla mensa domestica consentiva la celebrazione della Pasqua. Senza quella vittima sacrificata sull’ara del tempio e trasferita poi sulla mensa delle case, la cena pasquale perdeva la sua identità.
La relazione all’immolazione dell’agnello nel tempio era tanto necessaria che, per celebrare la Pasqua, si doveva alloggiare a Gerusalemme o nelle vicinanze. Non era, infatti, possibile stare fuori Gerusalemme, ossia lontani dal tempio, perché dal tempio veniva l’agnello immolato e ad esso rimandava. La cena pasquale ebraica era dunque una cena sacrificale, un banchetto mediante il quale si partecipava della vittima sacrificale. Ed ecco che mensa ed ara si trovano intimamente unite, geneticamente e indissolubilmente interiori l’una all’altra. Tolta l’ara è compromessa totalmente la natura di quella specifica mensa imbandita per la cena pasquale.
Nel cenacolo però il Signore opera la novità e crea la realtà di quello che fino ad ora era figurato nelle antiche profezie e nel sacrificio dell’agnello. Egli immola incruentamente se stesso nel contesto ancora visibile del segno profetico dell’agnello, che come ombra sta ormai per scomparire e cedere il posto alla realtà, Cristo Gesù, col suo Corpo e il suo Sangue immolati nelle specie sacramentali del pane e del vino.
E’ evidente che, nel mentre lo sguardo del Signore si ritrae ormai dalla figura dell’agnello che passa e dall’ara del tempio su cui fu immolato, si fissa con divina preveggenza e immedesimazione mistica sull’ara della Croce, che lo attende sul Calvario. Egli, infatti, anticipa sacramentalmente sulla mensa della cena e nella forma del convito il sacrificio cruento che avrebbe offerto di li a poco sull’altare della Croce. La Croce, quindi entra nel cenacolo si pianta sulla sua mensa e, mentre l’antica ara del tempio si ritira, avendo assolto la sua funzione profetica, si erge ormai sovrana quale sostanza interiore di ciò che si compie nell’ultima cena e che si ripeterà per tutti i secoli fino alla fine del mondo per comando del Signore Fate questo in memoria di me.
Mensa, Ara e Croce, ecco i tre simboli interiori e indissolubili del mistero grande che si compie nell’istante consacratorio quando il Signore, pronunziando le parole divine – Questo è il mio Corpo… Questo è il mio Sangue…-, istituisce il Sacrificio perenne, senza più tramonto. Le tre figure di riferimento – mensa, ara e croce – prima ancora di trovare espressione fisica nell’altare cristiano sono presenti nella sostanza stessa dell’atto sacrificale di Cristo e costituiscono, ancor prima di trovare la loro traduzione materiale nella liturgia, la forma interiore dell’atto sacrificale del Signore. Nel Cenacolo è visibile solo la Mensa, l’Ara del tempio è richiamata dall’agnello immolato, la Croce ancora non si vede, ma tutto è presente e unitario nella mente divina e nel cuore amante del Salvatore.
A questo punto si comprende bene perché la Chiesa, avuta la libertà religiosa (IV sec.) poté procedere alla costruzione dell’altare cristiano nel modo che la storia e l’arte ci attestano. Appena possibile la semplice mensa lignea, usata nelle case nei secoli della persecuzione, divenne l’altare marmoreo in tutto simile all’ara sia ebraica che pagana, ma eloquente per esprimere ciò che l’Eucarestia era in realtà, il Sacrificio di Cristo.
Al contempo tale ara monumentale e preziosa non abbandonò la mensa, ma la assunse in sé adattandosi ad accogliere i santi doni conviviali e rivestendosi con una candita tovaglia. Infine, quando la Croce gloriosa del Signore potè essere rappresentata come un vessillo di vittoria e annunziare al contempo la sua Morte, la sua Risurrezione, la sua Ascensione e la sua mirabile Venuta nella gloria, non tardò a trovare il suo posto più logico e conveniente proprio sulla mensa di quell’ara sulla quale il sacrificio della Croce si attualizzava sacramentalmente.
Ed ecco che Mensa, Ara e Croce, possono costituire anche in modo visibile, nello splendore delle basiliche monumentali e nella solennità dei riti pontificali, il segno materiale e prezioso del mistero che si compie sotto la coltre del sacramento. Non si trattò certamente di una corruzione della semplicità delle origini, ma di uno sviluppo necessario e legittimo, coerente con la struttura interiore del mistero e che si esprimerà nel pensiero cristiano nella successiva sistemazione teologica relativa al dogma eucaristico.
In tal senso, la Mensa, l’Ara e la Croce, sono talmente collegate alle dimensioni costitutive del mistero fin dalla sua istituzione da essere ormai ingredienti liturgici insopprimibili nell’edificazione dell’altare cristiano. Esso, infatti, per esprimere in modo completo ed equilibrato l’intero mistero del Sacrificio conviviale dell’eucaristia, dovrà avere la monumentalità dell’Ara, la dignità della Mensa e la gloria del vessillo della santa Croce.

L’altare sta in alto

L’altare sta in alto e se non eleva perde la sua natura più vera. Si può in tal modo affermare una semplice regola: all’altare si ascende come al battistero si discende. Se l’etimologia alta-ara potrebbe essere ancora discussa e non da tutti è accettata, la storia dell’ altare cristiano e ancor prima di quello ebraico e pagano, afferma la sua posizione elevata. In particolare, non potendo accedere all’altare mediante i gradini per questioni di purità cultuale, nel tempio di Gerusalemme si saliva mediante una rampa (Es 20, 24-26).
Ma è soprattutto nell’approfondire l’atto liturgico che si celebra sull’altare, il sacrificio, che emerge in tutta chiarezza la necessità della posizione alquanto elevata dell’altare. Nell’offerta del sacrificio si cerca il rapporto con Dio, ci si eleva a lui e tutta la ritualità porta a proiettarsi verso il cielo, lì dove l’intuito religioso universale contempla il trono di Dio: il corpo sale i gradini dell’altare, le mani si elevano verso l’alto, lo sguardo fissa le profondità sideree dei cieli.
Ecco le movenze più spontanee che il sacerdote assume nell’azione sacrificale, ed è logico che tale spinta interiore sia tradotta visibilmente nei gesti del corpo e fissata materialmente nella posizione alta e maestosa dell’altare. Possiamo allora individuare nella struttura interiore (metafisica) dell’altare due movimenti profondamente correlati e concordi nell’esprimere la direzione ascendente. L’altare sale verso la Maestà divina e segue le volute dell’incenso che ascendono in sacrificio di soave odore. Esso guarda certamente il popolo, ma non per muoversi verso di esso, quanto per attrarlo nella sua ascesa cultuale.
Per questo l’altare assumerà una posizione otticamente centrale, ben visibile da tutta l’assemblea liturgica, per poter trainare dolcemente il popolo di Dio nel movimento ascendente dell’oblazione sacrificale, che sulla sua mensa si compie nel mistero sacramentale. E’ quindi consono alla natura più intima dell’altare salire e far salire tutti coloro che all’altare volgono lo sguardo adorante verso la contemplazione della Gloria divina. Il moto esattamente inverso, invece, si produce per la mensa. Essa deve discendere e rivolgersi fisicamente il più possibile verso i fedeli. Essa, infatti, porge la vittima immolata quale cibo e bevanda di salvezza.
Questo moto del discendere e del rendersi prossima all’assemblea liturgica le è quindi necessario e connaturale ed è pienamente conforme al suo stesso essere mensa che nutre. Questo duplice ruolo di altare che ascende e attrae e di mensa che discende e si avvicina ai fedeli si esplica nella liturgia eucaristica che distingue la prece consacratoria in cui si compie il sacrificio, dai riti di comunione in cui la vittima immolata è data in cibo ai commensali.
Possiamo allora rilevare che gli altari storici esprimevano la loro natura ascendente-sacrificale e, senza mai rinunciare alla mensa in essi incorporata, la integravano ulteriormente con la balaustra, che nella sua posizione bassa e prossima ai fedeli consentiva la distribuzione del Corpo del Signore. Gli altari postconciliari, invece sembrano aver abbandonato il loro moto saliente in favore di una totale riduzione al loro ruolo di mensa. In tal modo essi non sono più in alto, ma in piano e fisicamente il più possibile prossimi all’assemblea. Il moto discendente e rivolto al popolo proprio della mensa è diventato esclusivo e totalizzante. Tale realtà si nota anche negli altari resi definitivi e anche dedicati, certamente solidi nella loro struttura marmorea, ma sempre e solo mensa. In altri termini si potrebbe dire che l’intera celebrazione del Sacrificio eucaristico è ridotta prevalentemente al rito di comunione.
Certamente il Sacrificio si compie, ma la nuova configurazione dell’altare non lo esprime più come prima avendo rinunciato a modellare in se stesso le caratteristiche classiche che sono proprie dell’ara sacrificale. Per questo fu facile anche la rimozione così vasta della balaustra, avendo l’altare stesso assunta la sua funzione. Ebbene, oggi si ode l’allarme del Magistero sulla crisi della dimensione sacrificale dell’Eucaristia.
Non potrebbe essere opportuna allora una nuova e più profonda riflessione sulle modalità liturgiche dell’altare? E’ da ritenere ormai acquisita ed insuperabile la conformazione dell’altare alla forma della sola mensa, senza più ricuperare anche quella dell’ara elevata e maestosa? Non potrebbe nel tempo questa riduzione dell’altare condizionare l’equilibrio del dogma eucaristico, che si trasmette nel cuore dei fedeli primariamente nella correttezza del rito e dei luoghi liturgici che ad esso sono connessi? Gli altari storici sono da congedare definitivamente e il loro ruolo è ormai del tutto museale? La storia della Chiesa e della sua liturgia non è forse ancora aperta ad uno sviluppo coerente ed organico, che potrebbe trovare per l’altare nuove sintesi in perfetto accordo con la tradizione dei secoli? Credo che il Santo Padre Benedetto XVI stia richiamando alla Chiesa proprio queste problematiche e in tal senso il suo Magistero ha la forza della profezia. ©© 2010

Il presbiterio della Cattedrale di Vicenza nel 1901


 Titolo originale Alle radici dell'altare cristiano da liturgiaculmenetfons.it via Rinascimento Sacro

 immagini da Flickr

Quelle omelie senza Cristo




Le omelie sono sempre di moda. Quarantamila ogni domenica, dicono. Moltiplicate per chissà quanti ascoltatori, danno un totale da capogiro. Da fare invidia a Gesù che, pressato dalla gente sulla riva del lago, sale sulla barca di Pietro dicendogli di scostarsi da riva per abbracciare con la voce tutto quell’anfiteatro di uomini, donne e bambini venuti ad ascoltarlo.

Ce le avessero davanti Gesù tutte le persone che di domenica in domenica siedono devotamente sui banchi delle chiese, intente ad ascoltare o in paziente attesa che il prete la smetta. “Cosa dice quello?”, pensa qualcuno. In realtà il Vangelo appena letto parla di barche e di pesci e di pescatori. Di uomini aitanti che "subito" mollano barca e reti e pesci e padre (e moglie, e amici, e osteria del paese) e si mettono a seguirlo. Quale riverbero rimane di questo avvenimento nelle parole dell’omelia?

I pazienti uditori sentono parlare di luce – ed effettivamente il popolo che era nelle tenebre ha visto una grande luce – ma, staccata dalla iniziativa di Gesù, è una luce fredda come quella dei neon. Altri celebranti  – del tutto lecitamente – dribblano il fatto del Vangelo per riprendere la seconda lettura che parla di divisioni nella Chiesa di Corinto, con i cristiani che dicono: «Io sono di Pietro, io di Paolo, io di Apollo…». Nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani il riferimento è opportuno. Ma si insiste così tanto nelle divisioni, che viene trafitta la speranza dell’unità. Peccato che l’episodio del Vangelo non serva a proclamare Colui che fa l’unità, il Signore Gesù mentre chiama persone diverse e contrapposte: vedi i santi della settimana in corso, il dolce san Francesco di Sales e il focoso san Paolo, i discepoli Tito e Timoteo e la contemplativa-attiva sant'Angela Merici, e il grande, vasto, profondo Tommaso d’Aquino, sapiente, teologo, santo.

Di altri "predicatori domenicali" non so. Forse qualcuno sarà andato "per campi", come si dice da noi, divagando nei moralismi social-politici dei quali la cronaca offre spunto. Qualche altro avrà spiluccato dentro il vuoto dei giornali e dei fatti della settimana, risultando à la page. Preziosa omelia quando annuncia il Vangelo! Chi ci darà un cuore amante di Cristo, una mente curiosa di conoscerlo, e soprattutto un’anima come quella di Tommaso d’Aquino il quale, dopo aver scritto con profondità inaudita sulle cose della fede e della vita, dice al confessore: «Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia in paragone con quello che ho visto e mi è stato rivelato».

titolo originale Quando le omelie dimenticano Cristo, articolo di Angelo Busetto da La Bussola Quotidiana

immagine Corbis

Barocco patavino




Padova, Chiesa dei Santi Simeone e Giuda "San Gaetano".

immagine di Franco Borghero, da Panoramio

Avviso sacro: Messa Pontificale con il Card. Burke




Appuntamento porpureo e "straordinario" nella Marca:

sabato 29 gennaio, ore 11:00

Santa Messa Pontificale
nella Forma Extraordinaria del Rito Romano

Celebra Sua Em.za Cardinale Raymond Leo Burke

Chiesa del Monastero della Visitazione (via G.B. Mandruzzato, 22, Treviso)

Ordinario: Missa Papae Marcelli




immagini da g.immage

La sede liturgica: come e dove




L'importanza del "posto a sedere" del Celebrante ha scatenando spesso l'adeguamento impazzito dei presbiteri: troni barocchi posti sulle vecchie predelle d'Altare, cattedre di marmo di fronte ai Tabernacoli, e chi più ne ha, più ne metta. Chiesa che vai, sede che trovi. Ma cosa proponeva in merito la Riforma Liturgica del Concilio Vaticano II? Come dovrebbe essere la sede del Celebrante nella Forma Ordinaria del Rito Romano?

Iniziamo subito col dire che, com'è intuibile, esistono specifici provvedimenti emanati dalla competente autorità per regolare questa materia. Qui ne esamineremo alcuni, partendo dalle norme approvate per la Chiesa universale, passando poi a quelle emanate dalla Conferenza Episcopale Italiana. Il riferimento principale per cominciare a capire cosa sia prescritto in tutto l'Orbe cattolico è una rubrica del Messale Romano, la numero 310 (cfr. Ordinamento Generale del Messale Romano, III edizione tipica, anno 2002), che recita: “La sede del sacerdote celebrante deve mostrare il compito che egli ha di presiedere l’assemblea e di guidare la preghiera. Perciò la collocazione più adatta è quella rivolta al popolo, al fondo del presbiterio, a meno che non vi si oppongano la struttura dell’edificio e altri elementi, ad esempio la troppa distanza che rendesse difficile la comunicazione tra il sacerdote e i fedeli riuniti, o se il tabernacolo occupa un posto centrale dietro l’altare. Si eviti ogni forma di trono. […] Nel presbiterio siano collocate inoltre le sedi per i sacerdoti concelebranti e quelle per i presbiteri che, indossando la veste corale, sono presenti alla celebrazione, senza concelebrare. […] La sede del diacono sia posta vicino alla sede del celebrante. Per gli altri ministri le sedi siano disposte in modo che si distinguano dalle sedi del clero e che sia permesso loro di esercitare con facilità il proprio ufficio.”
La nostra domanda, come notiamo, ha già ricevuto una risposta sostanziosa. La Chiesa ci dice che la sede deve esprimere con chiarezza il ruolo di colui che celebra e che pertanto è meglio essa sia rivolta verso il popolo, in modo da facilitare la comunicazione tra il sacerdote ed i fedeli. Questo, pensiamo, avviene già nella maggior parte delle chiese italiane. Ma poi: in quale parte del presbiterio è più opportuno collocarla? Ci vien risposto che il fondo del presbiterio è la parte migliore, ma che è necessario tener conto della struttura del luogo. Se, infatti, lo stesso presbiterio fosse molto ampio (come può accadere, per esempio, in una collegiata o in una chiesa di monaci o religiosi, che hanno un coro notevole per accogliere il clero, numeroso in passato), allora la sede non va collocata lì. Allo stesso modo, come accade molto spesso nelle chiese di antica costruzione, se sul fondo del presbiterio è già presente il tabernacolo, la sede non va collocata lì, nemmeno davanti ad esso: è evidente qui la volontà che il sacerdote in alcun modo possa oscurare il sacro tabernacolo, da cui promana la Presenza Reale del Signore. Ad un medesimo sentimento di modestia e semplicità pare ispirarsi la norma che vieta la forma di trono.
Infine, le norme ricordano che, qualora vi siano concelebranti o altro clero che assiste o ministri che si occupano del servizio all'altare, vanno collocate nel presbiterio sedi per loro. E' evidente che esse devono esprimere adeguatamente il ruolo di chi le occupa (ci pare dunque poco opportuno che concelebranti e ministri seggano in uno stesso luogo, poiché profondamente diverso è il loro ruolo nelle sacre cerimonie) e devono essere collocate in modo funzionale, per consentire ad ognuno di svolgere con tranquillità il ruolo proprio nella celebrazione.
Un'autorevole parere in merito è quello del cardinal Mauro Piacenza, pronunciato nel 2006 (prima di diventare prefetto della Congregazione per il Clero e cardinale): “La sua [della sede, ndr] collocazione deve essere tale da soddisfare alla sua funzione pratica e simbolica, senza diminuire l’importanza preminente dell’altare e dell’ambone. In questo caso può servire la dimensione più ridotta dell’arredo. Va poi opportunamente differenziata la sede del presbitero dalla cattedra del vescovo, soprattutto – come è ovvio – nella chiesa detta significativamente “cattedrale”. Inoltre occorre valutare lo spazio per le processioni, avendo presente un percorso per breviorem ed uno per longiorem.” (cfr. Relazione alla Pontificia Commissione per i beni culturali della Chiesa “Il centro dello spazio liturgico e il cuore della sacralità umana: Presbiterio e Crocifisso”, n.6). Passiamo ora alla normativa – più abbondante – emanata dalla Cei. Per prima cosa esaminiamo le Precisazioni liturgiche (anno 1983), in cui al punto 15 leggiamo semplicemente: “La sede del sacerdote celebrante e dei ministri sia in diretta comunicazione con l’assemblea.” Una norma piuttosto generale, questa, che ci pare volta a ribadire la necessità che non vi siano ostacoli sostanziali alla comunicazione tra sacerdote e fedeli: elemento che, del resto, è tutelato anche dall'ampio uso delle moderne tecnologie di amplificazione. Maggiori precisazioni troviamo nella nota pastorale, sempre della Cei, “La progettazione di nuove chiese” (anno 1993). Ecco cosa si dovrebbe osservare nel progettare la sede nei nuovi edifici sacri (n. 10): “[...] Per collocazione [la sede, ndr] sia ben visibile a tutti, in modo da consentire la guida della preghiera, il dialogo e l'animazione. Essa deve designare il presidente non solo come capo, ma anche come parte integrante dell'assemblea: per questo dovrà essere in diretta comunicazione con l'assemblea dei fedeli, pur restando abitualmente collocata in presbiterio.Si ricordi però che non è la cattedra del vescovo, e che comunque non è un trono. [...]”. Anche nelle parti che qui non abbiamo riportato, ricaviamo l'impressione che non siano qui espresse grandi novità: la sede deve essere in diretta comunicazione coi fedeli e deve poter essere vista dagli stessi. L'ultima frase che abbiamo riportato pare essere un velato richiamo a certi abusi nel frattempo avvenuti: per cui si rammenta al celebrante la modestia della sede. Tre anni dopo, nel 1996, la Conferenza Episcopale Italiana emanò un nuovo documento, dedicato questa volta non ai nuovi edifici sacri, ma alle modifiche da eseguirsi in quelli costruiti prima della riforma liturgica. Si tratta della nota pastorale “L'adeguamento delle chiese secondo la riforma liturgica”, che al n. 19 riporta: “[...] Per la sua collocazione, essa [la sede, ndr] deve essere ben visibile da tutti e in diretta comunicazione con l'assemblea, in modo da favorire la guida della preghiera, il dialogo e l'animazione. La sede del presidente é unica e non abbia forma di trono; possibilmente, non sia collocata né a ridosso dell'altare preesistente, né davanti a quello in uso, ma in uno spazio proprio e adatto. [...]” Oltre a ribadire elementi già noti, viene qui messo in chiaro che la sede non dovrebbe – se la struttura del presbiterio lo consente – essere collocata davanti all'altare antico (che molto spesso è pure la sede del tabernacolo) e nemmeno davanti a quello moderno, ma in un luogo diverso.

Dopo tutte queste citazioni, è agevole giungere a qualche conclusione: la sede del celebrante, secondo le diverse norme, non deve oscurare il ruolo dell'altare, ara del Sommo Sacrificio e Mensa del banchetto eucaristico; né deve sminuire l'importanza del tabernacolo, ove viene conservato il Santissimo Sacramento. Si tratta quindi di individuare un luogo visibile, in cui non siano presenti ostacoli tra il celebrante e l'assemblea dei fedeli, ma senza usurpare spazi che non gli competono. 

C'è da dire che a seguito del Motu Proprio Summorum Pontificum di Papa Benedetto XVI, una buona (e moderna) prospettiva liturgica è quella di adeguare i presbiteri permettendo la convivenza ordinata di entrambe le Forme del Rito Romano.

Aspettando il Papa




Un percorso in tre tappe, dalle caratteristiche differenti ma tutte convergenti verso l’unica grande meta: preparare bene, con una ricca ed articolata proposta sul piano culturale, il prossimo incontro con il Papa. Si svilupperà così, tra gennaio e febbraio, il ciclo di appuntamenti che l’Istituto di cultura Laurentianum di Mestre intende proporre a tutti - comunità ecclesiale e cittadinanza - sotto il titolo “La grande attesa: Benedetto XVI a Venezia. Il senso e l’orizzonte della visita del Santo Padre”.

“Abbiamo elaborato questo percorso - spiega il presidente del Laurentianum Alessandro Polet - con l’intento di offrire un preciso contributo ed approfondimento culturale al cammino di preparazione che la nostra Chiesa veneziana ma anche, per certi versi, l’intero nostro territorio stanno compiendo in vista dell’incontro con il Papa nel maggio prossimo. Desideriamo accompagnare ed alimentare l’attesa per quest’evento, arricchendola di contenuti e provando a suscitare un motivo in più di interesse, sana curiosità e coinvolgimento personale e comunitario. Per questo abbiamo pensato a tre incontri anche molto differenti tra loro ma uniti dallo stesso obiettivo: si comincerà con un appuntamento di taglio storico, per scandagliare meglio il legame tra Venezia e Roma, fatto anche di molti Papi donati da queste terre alla Chiesa universale, e ricordare anche le più recenti visite papali a Venezia. Si proseguirà con un approfondimento biblico sulla figura singolarissima del primo Papa: Pietro il pescatore. E si concluderà con un’occasione davvero speciale per conoscere meglio le linee portanti del magistero di questo Papa, Joseph Ratzinger, e le caratteristiche più significative, spesso poco conosciute, delle sue riflessioni teologiche e pastorali”.

Ecco, allora, il calendario esatto degli incontri che saranno proposti dal Laurentianum di martedì, sempre nell’aula magna dell’Istituto, in Piazza Ferretto a Mestre, con inizio alle ore 18.15: si inizia il 25 gennaio con don Fabio Tonizzi, storico della Chiesa e direttore dell’Istituto “S. Lorenzo Giustiniani” di Venezia, sul tema “I Papi, Roma e Venezia. Una storia ricca e complessa”; il 1° febbraio interverrà mons. Rinaldo Fabris, apprezzato biblista di Udine ed autore di numerose pubblicazioni, su “Pietro, il pescatore. Il primo Papa nel Nuovo Testamento”; il 15 febbraio sarà la volta del giornalista e vaticanista Sandro Magister (che ha curato, tra l’altro, la pubblicazione di alcune raccolte di omelie dell’attuale pontefice) sul tema “Aspettando questo Papa. La figura e il magistero di Benedetto XVI”.

“Come ha scritto il Patriarca Scola nella sua lettera pastorale - osserva ancora Polet - il 7 e 8 maggio Papa Benedetto XVI sarà ad Aquileia e Venezia per confermare nella fede la comunità ecclesiale ma anche per ricordare a tutte le persone, più o meno credenti, di questo territorio che amare e seguire Gesù Cristo “rende pienamente uomini” e la fede in Lui è davvero “conveniente per gli uomini e le donne di oggi perché investe in ogni istante affetti, lavoro e riposo”. Ci auguriamo che, anche attraverso questa nostra proposta culturale, si possa destare in tanti il senso vivo dell’attesa e il desiderio profondo di un incontro”.
testo da patriarcatovenezia.it, immagine corbis.

Romane tradizioni: gli agnelli di Sant'Agnese

Benedetto XVI benedice gli agnelli

L'interessante intervista di Nicola Gori ad una delle Suore che si prendono cura degli Agnelli che tradizionalmente, nella Festa di Sant'Agnese, vengono Benedetti dal Papa.

Li lavano, li asciugano, li nutrono, li coccolano, li adornano a festa. A occuparsi dei due agnelli che venerdì 22 gennaio, memoria liturgica di sant'Agnese, verranno presentati al Papa - e la cui lana sarà usata per confezionare i sacri palli - sono le suore della Sacra Famiglia di Nazareth, che da quasi 130 anni svolgono questo singolare e discreto compito. Un incarico che si inserisce nel carisma della congregazione - come ci ha detto la superiora Maria Solecka - quello cioè di vivere secondo lo stile della Sacra Famiglia, nel nascondimento e nel servizio alla Chiesa. Ce ne parla in questa intervista al nostro giornale suor Hanna Pomnianowska, una tra le religiose che vivono da più tempo nella comunità romana dell'Esquilino.

Da quanti anni vi occupate della preparazione degli agnelli?

Ha cominciato la nostra madre fondatrice, la beata Frances Siedliska nel 1884. A quel tempo, vi erano delle suore di un'altra congregazione che si occupavano della preparazione degli agnelli per la festa di sant'Agnese, ma si trattava di una comunità di religiose ormai anziane. La loro casa confinava con quella che la Siedliska aprì sull'Esquilino, a Roma. Dato che la nostra prima comunità era formata da molte giovani, quelle suore chiesero alla fondatrice se era disposta a prendersi quell'incarico. E lei accettò molto volentieri. Da allora, la tradizione si ripete:  salvo alcuni anni nel periodo della seconda guerra mondiale, abbiamo sempre provveduto a preparare gli agnelli per il rito.

Cosa avviene quando ricevete gli agnelli?

Il 20 gennaio di ogni anno i trappisti delle Tre Fontane ci portano i due agnelli. Appena ricevuti, li portiamo all'ultimo piano della nostra casa, dove abbiamo un grande terrazzo con la lavanderia. Potete immaginare che essi diventano la gioia di tutta la comunità, specialmente delle suore più giovani. La suora incaricata della cura dei due agnelli è Wanda Baran che, da quando è arrivata a Roma negli anni della seconda guerra mondiale, si occupa di loro. In genere è aiutata da altre tre o quattro suore. La prima cosa che facciamo è lavarli. Li mettiamo in un lavatoio e con del sapone per bambini eliminiamo delicatamente lo sporco. In questo modo, facciamo risplendere il bianco della loro lana. Poi li asciughiamo:  una volta si faceva con dei panni ora con il phon. Stiamo molto attente a non lasciare umido il loro manto, perché sono piccoli e potrebbero ammalarsi. Per questo riscaldiamo bene l'ambiente. Dopo l'asciugatura, li mettiamo all'interno di una vasca ricoperta di paglia e chiusa con dei teli, perché non prendano freddo. Diamo loro da mangiare del fieno e a questo punto sono pronti per trascorrere la notte nella lavanderia.

In che modo vengono adornati?

Al mattino successivo, cioè il giorno della festa di sant'Agnese, mettiamo loro una specie di mantello sul dorso. Per un agnello è di colore rosso, in ricordo del martirio della santa, per l'altro è bianco, in ricordo della sua verginità. Sui due mantelli ci sono tre lettere:  da una parte, s.a.v., che sta per sant'Agnese vergine, e dall'altra s.a.m., cioè sant'Agnese martire. Poi intrecciamo due corone di fiori - una di colore rosso e una bianca - e gliele poniamo sul capo. Mettiamo loro anche dei fiocchetti alle orecchie. Dopo questa sorta di vestizione, i due agnelli vengono posti ognuno dentro una cesta. Siamo costretti a legarli per evitare che scappino:  una volta, infatti, ho visto un agnello fare un salto e scappare dall'altare. I due animali sono così pronti per la cerimonia.

Dopo cosa succede?

Verso le nove del mattino vengono da noi alcuni addetti della basilica Lateranense, che portano i due agnelli a Sant'Agnese fuori Le Mura, sulla via Nomentana. Appena giunti, vengono messi sull'altare della santa e benedetti con il tradizionale rito. Terminata la cerimonia nella basilica di Sant'Agnese, alcuni sediari pontifici portano con un furgone i due agnelli nel Palazzo Apostolico, dove vengono presentati al Papa.

Voi siete presenti anche al rito in Vaticano?

Due nostre consorelle, quelle che in genere festeggiano il giubileo di professione religiosa, sono ammesse nella cappella di Urbano VIII del Palazzo Apostolico, alla presenza del Papa, dove assistono personalmente alla cerimonia.

Quali altre attività svolgete in comunità?

Siamo 15 suore nella casa madre di Roma. Abbiamo una scuola materna composta da due classi divise per età. Potete immaginare che l'arrivo degli agnelli diventa una festa per tutti i bambini, ma non solo, perché l'avvenimento è seguito anche dagli abitanti del quartiere. La gente si assiepa intorno alla casa per vedere i due agnelli. Non c'è la folla che accorreva quando sono arrivata qui a Roma, nel 1947, ma si tratta comunque di una tradizione ancora molto sentita.


(©L'Osservatore Romano - 21 gennaio 2010)


Giovanni Paolo II compie il tradizionale rito



titolo originale Due agnelli in ricordo del martirio di Sant'Agnese, articolo di Nicola Gori, da L'Osservatore Romano.
immagini da Daylife, g.immage.

Venezia antoniana




Venezia, Basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, Altare di Sant'Antonio.

Un nuovo Beato veneto: Giuseppe Toniolo




L'annuncio del Vescovo di Vittorio Veneto
«Con grande gioia ho appreso la notizia che nella stessa udienza in cui, oggi, 14 gennaio 2011, il Santo Padre Benedetto XVI ha autorizzato il riconoscimento del miracolo attribuito all’intercessione di papa Giovanni Paolo II, ha anche autorizzato il riconoscimento del miracolo, attribuito all'intercessione del Venerabile Servo di Dio Giuseppe Toniolo. E’ così spianata la strada per la beatificazione del Servo di Dio, anche se non sono ancora indicate la data e il luogo.
Nato a Treviso il 7 marzo 1845 e morto a Pisa il 7 ottobre 1918, Giuseppe Toniolo si inserì da protagonista di primo piano nel dibattito culturale ed ecclesiale della sua epoca. Laico e padre di famiglia, docente universitario di alto livello, visse e testimoniò in modo esemplare la sua fede cristiana nel contesto della cultura del suo tempo. Il suo corpo riposa nella chiesa parrocchiale di Pieve di Soligo.
In questa stessa parrocchia della nostra diocesi è avvenuto il miracolo oggi è stato formalmente riconosciuto dal Papa. Nell’attesa che venga fissata la data della solenne beatificazione, invito tutti i fedeli della nostra diocesi a ringraziare il Signore per questo grande dono di grazia che viene concesso a tutta la chiesa e che sentiamo rivolto, in modo tutto particolare, alla nostra diocesi. Invito inoltre a chiedere al Signore che l’esempio di santità che oggi viene riconosciuto nella figura del Servo di Dio Giuseppe Toniolo susciti nella nostra chiesa numerosi e coraggiosi cammini di santità cristiana, in modo particolare nella vita laicale e familiare»

                                                                                  + Corrado Pizziolo, vescovo

La vita e le virtù di Giuseppe Toniolo
Nato  a Treviso il 7 marzo del 1845 e morto a Pisa il 7 ottobre del 1918,   Giuseppe Toniolo è considerato da molti il maggiore economista e sociologo cattolico italiano.  Dopo avere compiuto gli studi delle scuole medie nel Collegio di S. Caterina a Venezia,  si iscrisse all’Università di Padova, dove conseguì la laurea in giurisprudenza.  Dedicatosi alla carriera universitaria, dopo essere stato allievo, tra gli altri, di Giovanni Lampertico e Angelo Messedaglia, conseguì la libera docenza in Economia politica nel 1873, tenendo la prolusione sul tema  Dell’elemento etico quale fattore intrinseco delle leggi economiche. Vinse la cattedra di Economia Politica nell’Università di Modena  nel 1878. L’anno successivo fu nominato professore di economia politica nell’Università di Pisa dove insegnò per 40 anni, fino alla morte.
Le sue  ricerche spaziano dall’economia  alla storia, alla sociologia,  materie in cui egli cerca sempre di dimostrare  il primato dei valori etici dei valori religiosi. La vita economica risulta arricchita e potenziata ove  gli uomini  agiscano rispettando i valori etici e i valori religiosi. Una articolata definizione del concetto di democrazia cristiana, con un particolare riguardo per le necessità delle classi più umili, la definizione dei principi fondanti di una società organica , che passa  anche attraverso le rappresentanze delle categorie, la confutazione, portando argomenti concreti, del concetto di materialismo storico, attente ricerche nel capo dell’economia applicata,  con interessanti studi sulla ristrutturazione dell’azienda, all’interno della quale si auspicano forme di partecipazione dei lavoratori: questi sono alcuni dei numerosi argomenti trattati dall’Autore in maniera approfondita, come testimoniano gli scritti contenuti nei venti volumi dell’Opera Omnia.
Tra le sue opere più famose si ricordano Dei remoti fattori della potenza economica di Firenze nel Medio Evo, Il programma dei cattolici di fronte al socialismo, la Democrazia Cristiana, l’Odierno problema sociologico e il Trattato di Economia  sociale.
Fu attivo anche nel campo organizzativo, fondando l’Unione Cattolica per gli  Studi Sociali,  la Rivista Internazionale di Scienze sociali e discipline ausiliarie, le Settimane  sociali dei Cattolici d’Italia. Fu tra i promotori degli Statuti di Firenze  con cui furono costituite l’Unione Popolare, l’Unione Economico sociale  e l’Unione Elettorale.
 
Pieve di Soligo (Provincia di Treviso, Diocesi di Vittorio Veneto). Nella Parrocchiale di conservano i resti del futuro Beato.
 testo da giuseppetoniolo.com e oggitreviso.it
immagini da g.immage

Adorare il Signore nella gloria del Sacramento




"Subito dopo la consacrazione (statim post consecrationem)", "in forza delle parole (vi verborum)" - dichiara il concilio di Trento - avviene una "conversione mirabile e singolare" del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo: "conversione - prosegue lo stesso Tridentino - che la Chiesa cattolica con termine appropriatissimo chiama transustanziazione" (Decretum de sanctissima Eucharistia, capitolo 4, e canone 2).

Senza dubbio, l'esperienza sensibile non avverte alcun mutamento. La certezza che nel "santissimo sacramento dell'Eucaristia" - sempre secondo il Tridentino - "è contenuto veramente, realmente, sostanzialmente il corpo e il sangue di nostro Signore Gesù Cristo, con l'anima e la divinità, e quindi Cristo tutto intero", non è attestata né dalla vista né dal tatto né dal gusto, come canta Tommaso d'Aquino nell'Adoro te devote, ma è tutta e interamente fondata sull'ascolto della parola del Signore, della quale nulla è più vero: Visus, tactus, gustus, in te fallitur, / sed auditu solo tute creditur. / Credo quicquid dixit Dei Filius, / nichil ueritatis verbo uerius.

Sono note la diffidenza e le reazioni al termine "transustanziazione", perché attinto al linguaggio di una filosofia superata e quindi da ritenersi inattuale. Trento, da parte sua, lo ritiene invece "appropriatissimo"; e lo è, infatti, per dire che, in virtù della potenza di Cristo e dell'opera dello Spirito Santo, l'identità del pane e del vino viene realmente mutata nell'identità del Corpo e del Sangue del Signore.

Del resto, ricorre nel linguaggio comune un significato di "sostanziale", che è di comprensione immediata, come quando ci si voglia riferire al livello profondo e sintetico di una realtà; senza dire che, per dilucidare e illustrare il significato di "transustanziazione" eucaristica, vi è apposta la catechesi, come per altri contenuti del dogma cristiano.

In ogni caso, termini come "transignificazione" e "transfinalizzazione", proposti da alcuni teologi come sostituivi, non solo non rendono, ma addirittura alterano il senso che la fede della Chiesa allega al concetto di "transustanziazione". Non basta ammettere che il pane e il vino con la consacrazione assumano un significato e una finalità nuovi; che si ritrovano, cioè, transignificati e trasfinalizzati; occorre invece affermare che sono a tal punto trasmutati, da essere diventati irreversibilmente "Corpo e Sangue del Signore", come li chiama Paolo (1 Corinzi, 11, 27).

Abbiamo accennato ad alcuni teologi. Non mancano poi liturgisti che non accettano le definizioni tridentine sulla transustanziazione dopo le parole della consacrazione, perché allora - dicono - si aveva una conoscenza storica ridotta, si ignoravano in particolare le antiche anafore col risalto dell'invocazione allo Spirito Santo, non si aveva la percezione della struttura unitaria della preghiera eucaristica, e si era inoltre legati allo schema superato materia-forma. Come a dire: tutta la tradizione occidentale patristico-liturgica espressa a Trento si è ingannata sul significato, o sulla vis, delle parole della consacrazione e quindi sulla fede nella presenza reale "peracta consecratione", prima che l'anafora fosse tutta conclusa. Ma qui a far difetto, prima che un'eventuale mancanza di fede e di senso teologico, mi pare sia il senso del ridicolo. Solo che il pensiero va alle tristi conseguenze per quanti fossero alla scuola di tali maestri.

Per continuare la riflessione: nell'istituzione dell'Eucaristia il pane è il Corpo di Cristo e il vino il suo Sangue unicamente a motivo dell'affermazione creatrice o del sermo operatorius (sant'Ambrogio) di Gesù che, pronunziato il rendimento di grazie e nel suo contesto, dichiara e quindi porge come suo Corpo il pane e come suo Sangue il vino. Ed è questa propriamente la novità della "Cena del Signore".

Il rendimento di grazie avveniva a ogni pasto; gli apostoli avvertono che in quello dell'ultima Pasqua di Gesù con loro si tratta del Corpo e del Sangue del Signore dalla sua esplicita ed efficace dichiarazione. Per altro, la stessa struttura liturgica conferita nei sinottici al racconto dell'istituzione dell'Eucaristia manifesta l'intenzione di porre in risalto come determinanti le parole di Cristo, a meno di ritenere che, in assenza dell'invocazione dello Spirito Santo, tali sue parole non abbiano avuto effetto.

Ora, in ogni messa è sempre Cristo il celebrante originario. A consacrare non sono le parole in sé, distinte da lui, quasi magicamente concepite, ma è sempre lui personalmente, o la sua signoria, operante in comunione con lo Spirito Santo: il ministro agisce in persona Christi, "ripresentando" l'intenzione e l'azione stessa del Signore.

La tanto deprecata forma di cui si parla, in coppia con la materia, non intende indicare altro che la parola, ossia l'intenzione di Cristo, che imprime creativamente alla generica realtà del pane (materia) la condizione nuova e mirabile di essere il suo Corpo.

Ma torniamo alla fede nella presenza reale in virtù della transustanziazione, per osservare che è esattamente questa fede a non risaltare sempre con limpida e persuasa chiarezza. Un indice è il modo sbrigativo con cui le sacre specie talora vengono trattate durante la comunione o al termine della celebrazione eucaristica, anche se non è il caso di inseguire ossessivamente frammenti quasi invisibili, che hanno perduto il carattere di segni.

Viene in mente l'esortazione di Origene: "Voi che assistete abitualmente ai santi misteri sapete con quale rispettosa precauzione conservate il Corpo del Signore quando vi è consegnato con il timore che ne cada qualche briciola e che una parte del tesoro consacrato si perda. Vi sentireste colpevoli e avete ragione, se per vostra negligenza qualche cosa se ne perdesse" (In Exodum homiliae, 13, 3).

Di fronte alla disinvoltura appena ricordata è difficile sottrarsi all'impressione che a essersi annebbiata sia proprio la certezza che sotto i segni sacramentali, dopo la celebrazione, continui a essere personalmente presente Gesù Cristo, vero uomo e vero Figlio di Dio, adorabile come il Padre e come lo Spirito Santo.

D'altronde, anche il ridursi, fino quasi alla scomparsa, dei segni del culto e dell'adorazione, che sono una professione silenziosa ma non meno efficace di quella affidata alle parole - come la genuflessione, l'inchino, lo stare in ginocchio, il silenzio dopo il ringraziamento, come veniva chiamato - hanno contribuito e contribuiscono ad affievolire la convinzione nel prosieguo della presenza di Gesù, che si prolunga oltre la celebrazione.

Quando addirittura non venga da chiedersi se, a vacillare non siano, a monte, la fede in Gesù Figlio di Dio, unico e universale Salvatore di tutti, e la certezza che senza la conversione a lui e senza la grazia della croce non c'è salvezza per nessuno.

La pratica dell'adorazione eucaristica non fu un'alterazione ma un arricchimento della "devozione" cristiana. Ora sono definitivamente e giustamente superati i limiti di una sovrapposizione dell'adorazione alla celebrazione, che è la fonte della presenza di Gesù nei segni: l'adorazione accende la relazione personale con lui, stimola e approfondisce la meditazione sul sacrificio della Croce, fomenta la gioiosa sorpresa per la presenza sacramentale.

Adorare il Signore nell'Eucaristia, infatti, non equivale a un prosternarsi tremante e smarrito, o a una volontà di "annientamento" di fronte all'incombente divinità; significa invece un essere colmi dell'ineffabile e amoroso stupore di fronte alla tradizione del Figlio di Dio, al donarsi illimitato del Verbo divenuto "il Dio con noi", quasi "racchiuso" con la sua gloria nel sacramento. Per questo è incomparabilmente prezioso il tempo passato in adorazione, quella solenne e pubblica e quella privata e silenziosa, così come sono preziose per tutta la Chiesa le comunità di fratelli e di sorelle dediti all'adorazione "perpetua".

(©L'Osservatore Romano - 10-11 gennaio 2011)
 testo di Inos Biffi da Osservatore Romano, via maranatha.it. Titolo orginale Una Presenza che continua.

immagine da Daylife

Splendori patavini: copie illustri in Episcopio

La Madonna con il Bambino di Giusto de'Menabuoi



Nel bel "Tinello dei Dottori", la grande Sala un tempo dedicata alla rituale consegna delle Lauree agli studenti da parte del Vescovo di Padova (che esercitava pure il ruolo di Cancelliere dello Studio Patavino), è esposta temporaneamente, dopo una serie di interventi di restauro, la bella Madonna col Bambino di Giusto de' Menabuoi, un dipinto a tempera su tela fissata a tavola opera dell'artista più gettonato della Padova trecentesca. La storia di questo dipinto, legata alla più fervida devozione mariana nella Cattedrale padovana, si rivela assai rocambolesca visto che è una della tre copie esistenti di un'icona duecentesca finita in pezzi nel '600. 

Nel XIII secolo un devoto canonico lasciò in eredità alla Cattedrale un'icona raffigurante la Vergine con il Bambin Gesù in fasce, ritenuta opera dipinta da San Luca. Utilizzata nella Liturgie, questa raffigurazione divenne cara ai cittadini tanto che nei Vespri del sabato prese piede l'uso, da parte dei canonici di raccogliersi intorno al dipinto intonando un'antifona mariana. L'icona finiva spesso anche fuori delle mura del Duomo, in qualche solenne processione; si sentì così la necessità di fare del delicato dipinto una copia, da utilizzare in caso di maltempo. Il primo a fare una sorta di copia fu probabilmente Guariento d'Arpo (attivo in città dagli anni '30 agli anni '70 del XIV secolo) e tale dipinto si identifica nell'opera attualmente conservata a New York, al Museum of Art.
 

La ritenuta copia di Guariento


Intorno agli anni '70 del '300 fu commissionata una seconda copia a Giusto de'Menabuoi, all'epoca impegnato nel ciclo di affreschi al Battistero.


L'icona originale che ormai trovava spazio nel solenne Altare del transetto destro della nuova Cattedrale, rovinò a seguito di un incidente, nel 1647. Fu immediatamente sostituita da un'ennesima copia, probabilmente assai attendibile, tanto che ci si accorse che il dipinto esposto era seicentesco solo nel 1974 grazie agli studi del Valcanover. 



L'icona esposta in Cattedrale, copia seicentesca dell'originale distrutta nel 1647.


immagini da www.museodiocesanopadova.it, metmuseum.org, flickr.

Eccellenze venete: una mitria per Sua Santità




Una mitria dal sangue veneto nel trionfo della Liturgia Papale dei Primi Vespri per la Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio e del Te Deum in ringraziamento per l'anno trascorso, nello scorso 31 dicembre: il Pontefice ha indossato, assieme al bel manto con le armi del Papa Giovanni XXIII uno splendido paramento frutto della nota casa Decima Regio, che da anni porta alta la bandiera della qualità delle terre della Serenissima nell'ambito dell'arte sacra. Noi, curiosi e bramosi di scoprire le bellezze di un Veneto operoso anche nel sacro, ci siamo fatti raccontare qualcosa su questa papale e venetissima mitria... 
 





La mitria, che è dono al Santo Padre dei P. P. Cappuccini di San Giovanni Rotondo, è caratterizzata da un lavoro a broccatura che significa, nel suo più antico e nobile significato, il ripasso manuale a ricamo, come contorno o riempimento di un preesistente motivo già tessuto. Questa broccatura in cinque diversi tipi di filato d'oro, frutto di ben centootto ore di lavoro, segue un disegno francese della seconda metà del sec. XVIII. Il ricamo si impone su lampaso di seta bianca, tramata, mentre la fodera è in duchesse di pura seta avorio. La forma della mitra è tipica della prima metà del sec. XIX. All'estremità delle infule è montata una frangia a doppio registro in canottiglia e torciglioni d'oro. Sui piatti e sulle infule sono applicati sedici ovali in madreperla sfaccettata tra sferule d'oro.





 


 immagini da gent. concessione X Regio, Daylife.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...