Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Musica e Liturgia: il Papa scrive...


Lettera del Santo Padre al Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra in occasione del 100° anniversario di fondazione dell'Istituto.

Al venerato Fratello
il Cardinale Zenon Grocholewski
Gran Cancelliere del Pontificio Istituto di Musica Sacra


Cento anni sono trascorsi da quando il mio santo predecessore Pio X fondò la Scuola Superiore di Musica Sacra, elevata a Pontificio Istituto dopo un ventennio dal Papa Pio XI. Questa importante ricorrenza è motivo di gioia per tutti i cultori della musica sacra, ma più in generale per quanti, a partire naturalmente dai Pastori della Chiesa, hanno a cuore la dignità della Liturgia, di cui il canto sacro è parte integrante (cfr Conc. Ecum. Vat II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 112). Sono dunque particolarmente lieto di esprimere le mie vive felicitazioni per tale traguardo e di formulare a Lei, venerato Fratello, al Preside e all’intera comunità del Pontificio Istituto di Musica Sacra i miei voti cordiali.

Codesto Istituto, che dipende dalla Santa Sede, fa parte della singolare realtà accademica costituita dalle Università Pontificie romane. In modo speciale esso è legato all’Ateneo Sant’Anselmo e all’Ordine benedettino, come attesta anche il fatto che la sua sede didattica sia stata posta, a partire dal 1983, nell’abbazia di San Girolamo in Urbe, mentre la sede legale e storica rimane presso Sant’Apollinare. Al compiersi del centenario, il pensiero va a tutti coloro – e solo il Signore li conosce perfettamente – che hanno in qualsiasi modo cooperato all’attività della Scuola Superiore, prima, e quindi del Pontificio Istituto di Musica Sacra: dai Superiori che si sono succeduti alla sua guida, agli illustri Docenti, alle generazioni di allievi. Al rendimento di grazie a Dio, per i molteplici doni elargiti, si accompagna la riconoscenza per quanto ciascuno ha dato alla Chiesa, coltivando l’arte musicale al servizio del culto divino.

Per cogliere chiaramente l’identità e la missione del Pontificio Istituto di Musica Sacra, occorre ricordare che il Papa san Pio X lo fondò otto anni dopo aver emanato il Motu proprio Tra le sollecitudini, del 22 novembre 1903, col quale operò una profonda riforma nel campo della musica sacra, rifacendosi alla grande tradizione della Chiesa contro gli influssi esercitati dalla musica profana, specie operistica. Tale intervento magisteriale aveva bisogno, per la sua attuazione nella Chiesa universale, di un centro di studio e di insegnamento che potesse trasmettere in modo fedele e qualificato le linee indicate dal Sommo Pontefice, secondo l’autentica e gloriosa tradizione risalente a san Gregorio Magno. Nell’arco degli ultimi cento anni, codesta Istituzione ha pertanto assimilato, elaborato e trasmesso i contenuti dottrinali e pastorali dei Documenti pontifici, come pure del Concilio Vaticano II, concernenti la musica sacra, affinché possano illuminare e guidare l’opera dei compositori, dei maestri di cappella, dei liturgisti, dei musicisti e di tutti i formatori in questo campo.

Un aspetto fondamentale, a me particolarmente caro, desidero mettere in rilievo a tale proposito: come, cioè, da san Pio X fino ad oggi si riscontri, pur nella naturale evoluzione, la sostanziale continuità del Magistero sulla musica sacra nella Liturgia.

In particolare, i Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, alla luce della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, hanno voluto ribadire il fine della musica sacra, cioè "la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli" (n. 112), e i criteri fondamentali della tradizione, che mi limito a richiamare: il senso della preghiera, della dignità e della bellezza; la piena aderenza ai testi e ai gesti liturgici; il coinvolgimento dell’assemblea e, quindi, il legittimo adattamento alla cultura locale, conservando, al tempo stesso, l’universalità del linguaggio; il primato del canto gregoriano, quale supremo modello di musica sacra, e la sapiente valorizzazione delle altre forme espressive, che fanno parte del patrimonio storico-liturgico della Chiesa, specialmente, ma non solo, la polifonia; l’importanza della schola cantorum, in particolare nelle chiese cattedrali. Sono criteri importanti, da considerare attentamente anche oggi. A volte, infatti, tali elementi, che si ritrovano nella Sacrosanctum Concilium, quali, appunto, il valore del grande patrimonio ecclesiale della musica sacra o l’universalità che è caratteristica del canto gregoriano, sono stati ritenuti espressione di una concezione rispondente ad un passato da superare e da trascurare, perché limitativo della libertà e della creatività del singolo e delle comunità.

Ma dobbiamo sempre chiederci nuovamente: chi è l’autentico soggetto della Liturgia? La risposta è semplice: la Chiesa. Non è il singolo o il gruppo che celebra la Liturgia, ma essa è primariamente azione di Dio attraverso la Chiesa, che ha la sua storia, la sua ricca tradizione e la sua creatività. La Liturgia, e di conseguenza la musica sacra, "vive di un corretto e costante rapporto tra sana traditio e legitima progressio", tenendo sempre ben presente che questi due concetti - che i Padri conciliari chiaramente sottolineavano - si integrano a vicenda perché "la tradizione è una realtà viva, include perciò in se stessa il principio dello sviluppo, del progresso" (Discorso al Pontificio Istituto Liturgico, 6 maggio 2011).

Tutto questo, venerato Fratello, forma, per così dire, il "pane quotidiano" della vita e del lavoro nel Pontificio Istituto di Musica Sacra. Sulla base di questi solidi e sicuri elementi, a cui si aggiunge un’esperienza ormai secolare, vi incoraggio a portare avanti con rinnovato slancio e impegno il vostro servizio nella formazione professionale degli studenti, perché acquisiscano una seria e profonda competenza nelle varie discipline della musica sacra. Così, codesto Pontificio Istituto continuerà ad offrire un valido contributo per la formazione, in questo campo, dei Pastori e dei fedeli laici nelle varie Chiese particolari, favorendo, anche, un adeguato discernimento della qualità delle composizioni musicali utilizzate nelle celebrazioni liturgiche. Per queste importanti finalità potete contare sulla mia costante sollecitudine, accompagnata dal particolare ricordo nella preghiera, che affido alla celeste intercessione della Beata Vergine Maria e di santa Cecilia, mentre, auspicando copiosi frutti dalle celebrazioni centenarie, di cuore imparto a Lei, al Preside, ai Docenti, al personale e a tutti gli allievi dell’Istituto, una speciale Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 13 maggio 2011

BENEDICTUS PP. XVI

testo da Magistero di Benedetto XVI, immagine da Daylife

Scola resta a Venezia?


 di Zita Dazzi

Il Cardinale Angelo Scola - il cui nome viene speso da mesi come quello del più probabile successore dell'arcivescovo Dionigi Tettamanzi - avrebbe manifestato la sua intenzione di restare a Venezia, città della quale è patriarca dal 2002. La notizia trapela da ambienti vaticani ed è inutile cercarne conferme sia col diretto interessato sia in Curia a Milano, dove tutti aspettano le decisioni di Ratzinger, attese per fine giugno. Pare comunque confermato che il Papa farà la sua scelta entro quella data e che Tettamanzi resterà in diocesi fino alla fine dell'estate per dare modo al successore di insediarsi a settembre, per l'inizio del nuovo anno pastorale. A quel punto Tettamanzi si trasferirà nel seminario di Triuggio, dove già i muratori sono all'opera per sistemare il suo appartamento. Ma se fosse confermata la rinuncia da parte di Scola, che pare fosse in cima alle preferenze di Benedetto XVI, si dovrebbe andare di nuovo a scavare fra le altre candidature di cui si è parlato a fine gennaio, cioè da quando sono cominciate le consultazioni fra i vescovi del nord Italia per arrivare a una prima selezione dei «papabili». Dalle prime indicazioni dei vescovi e dei cardinali interpellati, invece di una terzina di nomi, pare sia uscita una cinquina. Oltre al nome di Scola, ci sarebbe quello di Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio per la cultura. Ma anche lui ha fatto intendere in più di un'occasione che preferirebbe continuare la sua missione che ha risvolti internazionali importanti.
I nomi nuovi di cui si discute sono quelli di Francesco Lambiasi, vescovo di Rimini, Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela, e Aldo Giordano, osservatore permanente della santa Sede presso il Consiglio d'Europa. Sul nome di quest'ultimo si concentrano le simpatie di molti nel mondo cattolico ambrosiano.
Spiegano i ben informati che non è affatto detto che Ratzinger sceglierà fra i cinque nomi indicati, o che rispetterà le volontà dei diretti interessati. Esiste la concreta possibilità che il Papa faccia tutta un'altra scelta, mettendo sulla cattedra di Ambrogio un outsider, come fece Wojtyla con Carlo Maria Martini nel 1979.
I nomi che sono circolati nelle scorse settimane sono quelli di Gianni Ambrosio, vescovo di Piacenza - favorito del segretario di Stato Tarcisio Bertone - Luciano Monari di Brescia e Francesco Bechi di Bergamo. Contro Scola giocano anche altri fattori. Primo fra tutti la non giovane età: nato a Malgrate (nel lecchese) 70 anni fa, avrebbe di fronte un episcopato molto breve e già fra sei anni sarebbe "pensionabile" come il 75enne Tettamanzi. Inoltre Scola, noto per la sua vicinanza al movimento di Comunione e liberazione ma di profilo tutto intellettuale e spirituale, potrebbe non essere gradito all'ala concreta e più operativa del suo gruppo ecclesiale di riferimento e della Compagnia delle Opere.
Insomma, molti delicati nodi da sciogliere e molte incognite per conoscere chi prenderà il posto di Tettamanzi che, esattamente come successe per Martini, lascia un'eredità pesante da raccogliere. Due convocazioni per la congregazione dei cardinali sono già state indette da Benedetto XVI per arrivare alla scelta. Ma, come dicono in Vaticano, «il Papa, ascolterà tutti e poi deciderà da solo».
da la Repubblica, immagine da angeloscola.it

Il Papa ad Aquileia: le parole del Vescovo Mattiazzo


Santo Padre,

A nome di tutte le Diocesi, qui rappresentate con i loro pastori e fedeli, rivolgo a Vostra Santità il filiale benvenuto e il più vivo ringraziamento per il prezioso dono che ci offre con la Sua presenza e la Sua visita graditissima, preparata e desiderata.
Il luogo in cui ci troviamo, Aquileia, con la sua antichissima e gloriosa Basilica ed il fascino dei suoi monumenti, è per noi un simbolo, è il richiamo alle radici storiche ma sempre vive della fede ecclesiale giunta fino a noi. Aquileia, in effetti, è stata la Chiesa Madre a cui hanno fatto capo, nel decorso del tempo, oltre 50 Diocesi, coprendo un vasto territorio mittel-europeo e orientale. Vorrei ricordare alcuni tratti che hanno caratterizzato la prima evangelizzazione, facendo risplendere una particolare esperienza di Chiesa.
La fede si è espressa in una maturazione teologica originale, ricettiva del magistero dei primi Concili ecumenici, in un proficuo scambio e mediazione tra Oriente e Occidente. Merita di essere rilevata, in questo contesto, la comunione profonda della Chiesa Aquileiese con la Sede Apostolica. Aquileia si è, inoltre, distinta per una Liturgia vivente sintonizzata con la sensibilità della pietà popolare.
Altro tratto significativo è stata un'organizzazione ecclesiale capillare, aderente al territorio, in un atteggiamento rispettoso delle diverse etnie e delle legittime autonomie. In pari tempo si è sviluppato un fervido dinamismo missionario.Questa tradizione è rimasta viva nella coscienza delle nostre Chiese.
Si comprende, allora, perché nel 1990, all'indomani della "caduta del muro di Berlino", intuendo che, a seguito di profonde e rapide trasformazioni, si apriva una nuova fase della storia e della missione della Chiesa, ci siamo dati appuntamento qui, ad Aquileia, per il 1° Convegno ecclesiale. È stato un momento intenso di comunione, di dialogo, di discernimento, di ascolto dello Spirito che guida la Chiesa nei sentieri del tempo.
L'argomento che ha focalizzato la nostra intenzione era la nuova evangelizzazione, l'annunciare e incarnare la fede nei nuovi contesti culturali e sociali del nostro tempo. Il Convegno ha immesso uno spirito nuovo e avviato esperienze di comunione tra le nostre Diocesi, come la nascita di Telechiara, poi della Facoltà Teologica del Triveneto e, ancora, la missione dei presbiteri fidei donum in Thailandia. Riflettendo sulla situazione attuale, dopo vent'anni dal 1° Convegno ecclesiale, abbiamo preso coscienza dell'opportunità di ritornare insieme ad Aquileia per narrarci quello che lo Spirito ci ha ispirato e riprendere il cammino con rinnovato slancio. In questo 1° anno di preparazione le nostre 15 Diocesi sono state impegnate nel discernimento comunitario che, facendo memoria del vissuto ecclesiale, orienti le nostre Comunità a scelte profetiche.
 Un ruolo particolare stanno svolgendo i Consigli pastorali rappresentati in questa Basilica. In questo cammino verso il 2° Convegno ecclesiale di Aquileia noi attendiamo da Vostra Santità la parola autorevole del Successore di Pietro che ci illumini, ci confermi nella fede e nella comunione, ci aiuti a discernere come annunciare ed incarnare la grandezza, l'originalità e l'integrale bellezza della fede cristiana nel nostro tempo e come essere Chiesa che genera alla fede.

Grazie, Santo Padre.

testo dal sito della Diocesi di Padova, immagine da Flickr

Fuoco e fiamme su Palombella (e tanto altro)


Questa volta Magister non le manda a dire...
di Sandro Magister

Un secolo fa Pio X fu rapido come un fulmine. Appena tre mesi dopo l'elezione a papa promulgò il motu proprio "Tra le sollecitudini": il manifesto che mise al bando le "canzonette" nelle chiese e segnò una rinascita della grande musica liturgica, gregoriana e polifonica.

E poco dopo, nel 1911, creò a Roma l'alta scuola finalizzata tale rinascita: quello che oggi si chiama Pontificio Istituto di Musica Sacra e sta celebrando in questi giorni il suo secolo di vita con un imponente congresso internazionale di musicologi e musicisti.

Anche Benedetto XVI è papa di riconosciuta competenza musicale, ancor più di quel suo santo predecessore. Sulla musica in genere e sulla musica sacra ha detto e scritto cose memorabili e geniali.

Ma a differenza che con Pio X, con l'attuale papa alle parole non corrispondono i fatti.

Invece che far rinascere, Benedetto XVI ha lasciato deperire ciò che era stato la gloria musicale delle liturgie pontificie: il coro della Cappella Sistina. Quando il coro fu decapitato nel 1997 con la cacciata del suo validissimo maestro, Domenico Bartolucci, ad opera dei registi delle cerimonie di papa Karol Wojtyla, l'allora cardinale Joseph Ratzinger fu il solo alto dirigente di curia a prendere le sue difese.

Da papa, nel 2010, ha fatto Bartolucci cardinale. Ma mai, sino ad oggi, l'ha ricevuto in udienza. Né mai l'interpellò per chiedergli lumi, ad esempio, sulla nomina del nuovo direttore della Cappella Sistina: nomina che è poi caduta, nello stesso 2010, su un personaggio, don Massimo Palombella, palesemente non all'altezza del ruolo.

Non solo. Da cardinale, Ratzinger sollecitò la creazione di un organismo pontificio dotato di autorità su tutto ciò che concerne la musica sacra nell'orbe cattolico: organismo di cui la curia vaticana è priva, lasciando spazio a confusione e degrado.

Da papa, però, non ha fatto nulla di quel suo antico proposito.

Per mettere meglio a fuoco questa distanza tra le parole e i fatti basta riandare – per quanto riguarda le parole – al terzo dei tre discorsi cardine del pontificato di Benedetto XVI: quello del 12 settembre 2008 al Collège des Bernardins di Parigi (terzo dopo quello alla curia romana del 22 dicembre 2005 e quello di Ratisbona del 12 settembre 2006).

Al Collège des Bernardins papa Ratzinger disse tra l'altro:

"Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il 'Gloria', che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il 'Sanctus', che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce di ciò, la liturgia cristiana è invito a cantare insieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta. [...] Partendo da ciò, si può capire la serietà di una meditazione di san Bernardo di Chiaravalle, che usa una parola di tradizione platonica trasmessa da Agostino per giudicare il canto brutto dei monaci, che ovviamente per lui non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario. Egli qualifica la confusione di un canto mal eseguito come un precipitare nella 'regio dissimilitudinis', nella 'zona della dissimilitudine', [...] in una lontananza da Dio nella quale l'uomo non lo rispecchia più e così diventa dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero essere uomo. È certamente drastico Bernardo se, per qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se stesso. Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul serio. Dimostra che la cultura del canto è anche cultura dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare devono corrispondere alla grandezza della Parola loro affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarlo con le parole donate da lui stesso è nata la grande musica occidentale. Non si trattava di una 'creatività' privata, in cui l’individuo erige un monumento a se stesso, prendendo come criterio essenzialmente la rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di riconoscere attentamente con gli 'orecchi del cuore', le leggi intrinseche della musica della stessa creazione, le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità".

Ebbene, a questa altezza sublime della visione papale che cosa corrisponde, nei fatti?

Lo scorso 1 maggio, la messa di beatificazione di Giovanni Paolo II è stata osservata da molti milioni di persone in tutto il mondo. Dal punto di vista liturgico è stata un modello, come lo sono tutte le messe celebrate da Benedetto XVI. Ma dal punto di vista musicale no. I due cori che l'hanno accompagnata, rispettivamente diretti da don Palombella e da monsignor Marco Frisina, facevano proprio pensare al "canto brutto" e al "canto mal eseguito" condannati da san Bernardo, nel discorso del papa ora citato.

E come la cattiva musica del suo tempo per san Bernardo "non era affatto un piccolo incidente, in fondo secondario", così l'inadeguatezza della musica liturgica eseguita oggi a Roma nelle messe papali ha effetti gravi: non può che fare da cattivo esempio per tutto il mondo.

Ha avuto facili motivi, nei giorni scorsi, uno dei più celebrati direttori d'orchestra, il maestro Riccardo Muti, a invocare per l'ennesima volta che "nelle chiese si torni al grande patrimonio musicale cristiano" e si mettano al bando le "canzonette".

Non mancano, fortunatamente, nel mondo, luoghi dove la musica liturgica è eseguita in modo consono alla liturgia stessa e qualitativamente elevato.

Ha impressionato, ad esempio, la qualità altissima del coro che ha accompagnato i vespri celebrati da Benedetto XVI il 17 settembre 2010 nell'abbazia di Westminster, con meravigliosa fusione tra brani antichi e moderni.

E anche a Roma non sarebbe impossibile elevare la qualità dei canti che accompagnano le liturgie papali, se solo si avesse la volontà di ripartire da capo e si facesse affidamento su uomini competenti e che abbiano la stessa visione del papa sulla musica liturgica.

Il luogo in cui tale visione è più viva e presente, a Roma, è proprio il Pontificio Istituto di Musica Sacra che in questi giorni celebra il suo centenario, con suo preside monsignor Valentino Miserachs Grau.

Incredibilmente, però, tutto si fa, nella curia vaticana, tranne che valorizzare gli uomini e gli indirizzi di questo Istituto. Anzi, sembra si faccia di tutto per boicottarli.

Lo scorso 14 marzo l'arcivescovo Fernando Filoni, all'epoca sostituto segretario di Stato, aveva assicurato per iscritto che il papa aveva "benevolmente accolto la richiesta di una udienza pontificia e di una lettera apostolica" in occasione delle celebrazioni del centenario.

Sull'invito per il congresso, infatti, l'Istituto stampò anche l'annuncio dell'udienza col papa.

Poi però, a pochi giorni dall'apertura del congresso e ad inviti già recapitati, la prefettura della casa pontificia fece sapere che l'udienza non ci sarebbe stata, e neppure la lettera apostolica.

Al loro posto il papa avrebbe semplicemente inviato un messaggio, nella forma di una lettera al cardinale Zenon Grocholewski, prefetto della congregazione per l'educazione cattolica e quindi gran cancelliere dell'Istituto.

Cosa che avvenne la mattina di giovedì 26 maggio, giorno d'apertura del congresso. Ma con uno schiaffo in più. A differenza di tutti gli altri messaggi papali di questo tipo, questo non fu reso pubblico dalla sala stampa della Santa Sede, né citato dalla Radio Vaticana.

E non è finita. "L'Osservatore Romano" stampato nel pomeriggio dello stesso giorno ignorò del tutto sia l'apertura del congresso del centenario, sia il messaggio del papa. Non una riga. C'era invece, nelle pagine della cultura, un articolo riguardante un concerto offerto a Benedetto XVI, il giorno dopo, dal presidente della repubblica di Ungheria, con musiche di Ferenc Liszt...

La prefettura della casa pontificia ha inoltre fatto sapere che un'udienza papale non sarà accordata al Pontificio Istituto di Musica Sacra nemmeno nei prossimi mesi, cioè nel seguito dell'anno del centenario.

L'unico cenno pubblico al centenario dell'Istituto è arrivato tra i saluti del papa dopo il "Regina Cæli" in piazza San Pietro di domenica 29 maggio.

È ormai evidente, dopo sei anni, che Benedetto XVI, nel selezionare drasticamente le cose fatte da lui di persona, ha rinunciato ad agire e a prendere decisioni nel campo della musica sacra.

Ma è anche fin troppo evidente, a questo punto, che chi decide al suo posto in questo campo – nella segreteria di Stato come nella prefettura della casa pontificia o altrove – opera spesso in modo difforme e persino contrastante con quella che è la visione del papa.

Posto questo divario, resta incomprensibile perché papa Benedetto lo tolleri.

In altre parole, resta incomprensibile perché abbia deciso di rinunciare a poche e semplici decisioni operative che erano e sono nella sua piena disponibilità, in un campo come questo che egli giudica così cruciale e su cui ha idee chiarissime. E perché abbia lasciato tali decisioni a uomini i quali, visto ciò che fanno, di certo non l'aiutano nel suo sforzo di ridare luce e "splendore di verità", anche musicale, alla liturgia cattolica.

Che dire? Noi andiamo a consolarci con qualche britannica vocalità...



 Testo da L'espresso (via Cantuale Antonianum), immagine da Orbis Catholicus secundus

Venezia perduta: la chiesa dei Servi


Una vecchia stampa all'albumina, eseguita verso il 1855, ritrae le rovine di quella che fu la maestosa chiesa di Santa Maria de' Servi e dell'adiacente convento, che ebbe come ospite più illustre, a cavallo tra Cinquecento e Seicento, lo storico Fra' Paolo Sarpi.

Nel 1314 i Servi di Maria, ordine mendicante fondato nel secolo XIII da sette laici fiorentini, giunsero a Venezia.
Subito intrapresero la costruzione di una chiesa che potesse gareggiare con quelle di altri ordini religiosi: con la chiesa dei SS. Giovanni e Paolo, dei Domenicani, con S. Stefano, degli Agostiniani e con la basilica dei Frari, edificata dai Francescani.
 
La chiesa fu fondata su un terreno ai bordi della città e il convento si affacciava addirittura sulla laguna in via di bonifica. I lavori si protrassero per più di 150 anni e la chiesa venne inaugurata ufficialmente il 7 novembre del 1491
Nel frattempo in città cominciarono ad insediarsi alcune comunità laiche, tra cui quella dei mercanti di seta di Lucca, che fondarono, tra il 1360 e il 1376, la Cappella del Volto Santo, detta dei Lucchesi, tuttora esistente e costruita da maestranze provenienti dalla Toscana che trasferirono a Venezia un esempio dell'architettura gotica di quella regione.
Molte immagini ci permettono una ricostruzione del complesso chiesa dei Servi-Convento-Cappella dei Lucchesi, così com'era priva della distruzione della grande basilica: tra tutte spicca la carta di Venezia di Jacopo de' Barbari, che "fotografa" dall'alto la venezia del 1500, e che mostra la magnificenza della chiesa dei Servi, con la grande cupola lignea che sovrastava l'edificio.
L'impianto della basilica, di proporzioni imponenti, orientata secondo i canoni consueti est-ovest, ci è restituito da una pianta del Vicentini del 1920 e dai rilievi dell'arch. Giuliano Pavon. Misurava circa 20 metri per 75, era ad una sola navata con tre cappelle absidali e arredata all'interno da 22 altari. Al centro della navata si trovava un grande coro sormontato da una grande cupola.

La facciata della chiesa sul campo dei Servi è ben rappresentata da una veduta del Lovisa. Si presentava come un'imponente architettura gotica con grandi finestroni e due piccoli rosoni.
Sul lato sud, attuale ingresso alla Casa studentesca Santa Fosca, si erge il secondo grande portale, detto di S. Pellegrino, a suo tempo esso era sormontato da una scultura dedicata alla Madonna della Misericordia, oggi sulla facciata della Scuola dei Calegheri a S. Tomà.
Tra le mura del grande convento visse e morì fra Paolo Sarpi, storico insigne, che nei primi anni del Seicento difese la Serenissima nella contesa con la Santa Sede che aveva portato all'interdetto contro Venezia. Vi passò anche Galileo Galilei, che illustrò il funzionamento del cannocchiale all'amico Paolo Sarpi prima del famoso esperimento sul Campanile di S. Marco.
Nel 1769 un violento incendio devastò gli edifici del convento. Cominciava così la decadenza della complesso sacro. Tra il 1806 e il 1810, dopo gli editti napoleonici il convento dei Servi, come molte altre istituzioni religiose veneziane, venne soppresso. Cominciava così la spoliazione delle innumerevoli opere d'arte contenute negli edifici sacri della città, e cominciava anche la grande demolizione della chiesa e del convento, che si trasformano in una cava di materiali da costruzione.
Attualmente si conservano alcuni brani dell'illustre tempio, tra cui la Cappella "dei Lucchesi", inglobata tra le proprietà della Casa Studentesca "Santa Fosca", a sostituzione dell'Istituto "della Sacra Famiglia", ricovero per ex detenute fondato a metà '800 dall'Abate Daniele Canal e donna Anna Morovich.

Il complesso dei Servi in un incisione di metà '700.

Un Triregno per Papa Benedetto, in nome dell'unità


Una nuova tiara papale, plasmata appositamente per Benedetto XVI nello Studio Liturgix di Sofia, è stata consegnata nelle mani di Sua Santità all'udienza generale di quest'oggi, in nome dell'unità dei cristiani. La preziosa corona è stata infatti presentata da un gruppo di Ortodossi e Cattolici bulgari in pellegrinaggio, guidati dal committente del simbolico copricapo, Dieter Philippi, noto collezionista di insegne liturgiche. Un dono magari un po' imbarazzante ma ricco di storia e significato. Tra i precedenti, la tiara consegnata dai cattolici ungheresi a Papa Giovanni Paolo II, nel 1981.

Il Triregno di Papa Giovanni Paolo II

Dieder Philippi con la delegazione bulgara consegna la nuova tiara al Santo Padre.

info e immagini da http://orbiscatholicussecundus.blogspot.com/


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Aggiungiamo alcune immagini del Triregno donato a Papa Benedetto, rubate a Orbis Catholicus Secundus:




Liturgie Papali: la riconsacrazione di Montecassino

Alcune rare immagini di un Papa Paolo VI che, sulle orme di Benedetto XIII, riconsacra la Chiesa Abbaziale di Montecassino. Era il 24 ottobre 1964. In quell'occasione il Pontefice proclamò San Benedetto patrono d'Europa. 





Veli e benedette incensazioni


di Nicola Bux

Si odono di frequente richiami a volgere l’attenzione all’Oriente cristiano, intanto sono omessi nel rito romano elementi che lo richiamano, come velare il calice e benedire l’incenso. La presenza di tende e veli nella liturgia è riconducibile al culto giudaico; per esempio il doppio velo all’ingresso del santuario nel tempio di Gerusalemme, segno di riverenza verso il mistero della Shekina, la presenza divina. Così per l’incenso e gli altri aromi che bruciavano sull’altare apposito antistante, al fine di elevare visibilmente l’anima alla preghiera, secondo le parole del salmo 140: Dirigatur, Domine, oratio mea, sicut incensum, in conspectu tuo – La mia preghiera stia davanti a te come incenso, o Signore. Nello stesso tempo il profumo copriva l’effetto sgradevole degli odori degli animali immolati e del sangue dei sacrifici.
Il velo rappresenta visibilmente l’esigenza di non toccare con mani, impure, le cose sacre: un simbolo dell’esigenza di purezza spirituale per avvicinarsi a Dio. Se la liturgia è fatta di simboli, questo è uno dei più importanti. I veli coprono le mani dei ministri, come gli angeli offerenti rappresentati nell’arte bizantina e romanica. In linea di principio, i vasi sacri, quando non in uso, sono sempre velati per alludere alla ricchezza che vi si nasconde.
Il velo del calice è un piccolo drappo del medesimo colore e stoffa della pianeta o casula, oppure sempre bianco, che serve a coprire tutto il calice, sull’altare o sulla credenza, dall’inizio della Messa all’offertorio; e poi dopo la purificazione che segue la comunione. Nel rito bizantino i veli sono due, per il calice e per il disco, ovvero la patena dei pani da consacrare. Nel rito romano, sebbene sia prescritto «lodevolmente» dall’Ordinamento generale del Messale di Paolo VI (n. 118), il velo che copre il calice è, nell’odierna prassi celebrativa, ordinariamente omesso.
Veniamo all’incensazione. Il sacerdote, all’inizio della Liturgia Eucaristica, messo l’incenso nel turibolo, lo benedice e poi incensa tutto l’altare, in onore del Signore. L’incenso viene benedetto, nella Messa in forma extraordinaria, con la preghiera: Per intercessionem beati Michaelis Archangeli, stantis a dextris altaris incensi, et omnium electorum suorum, incensum istud dignetur Dominus benedicere, et in odorem suavitatis accipere – Per intercessione di san Michele arcangelo, che sta alla destra dell’altare dell’incenso, e di tutti i suoi santi, il Signore voglia benedire questo incenso e accoglierlo come profumo a Lui gradito. Questa benedizione è più solenne della prima, nella quale si dice: Ab illo benedicaris, in cuius honore cremaberis – Ti benedica Colui in onore del quale sarai bruciato. Qui sono invocati gli angeli perché il mistero dell’incenso non rappresenta altro che la preghiera dei santi presentata a Dio dagli angeli, come dice san Giovanni nell’Apocalisse (8,4): Et ascendit fumus incensorum de orationibus sanctorum de manu angeli coram Deo – E dalla mano dell’Angelo il fumo degli aromi ascende con la preghiera dei santi davanti a Dio.
Ancor prima però, come spiega Prosper Guéranger, «siccome il pane e il vino che ha offerti hanno cessato d’appartenere all’ordine delle cose comuni e usuali, [il sacerdote] li profuma con l’incenso, come fa per Cristo stesso, rappresentato dall’altare». Belle le parole che accompagnano l’incensazione prima in forma di triplice croce e poi di triplice cerchio sul pane e del calice: Incensum istud a Te benedictum ascendat ad Te Domine et descendat super nos misericordia tua – Ascenda a te, Signore, questo incenso da Te benedetto e discenda su di noi la tua misericordia. È tutto il senso della liturgia, che ascende a gloria della presenza divina e discende per la nostra salvezza – in latino, salvare vuol dire conservare – affinché siamo completamente noi stessi e possiamo vivere in eterno con Dio. Il sacerdote si inchina «in spirito di umiltà e con animo contrito» affinché il sacrificio si compia alla presenza di Dio in modo da essere gradito; poi invoca lo Spirito sulle offerte. Il sacerdote, rendendo il turibolo al diacono, gli rivolge un augurio che fa ugualmente a sé medesimo, dicendo: Accendat in nobis Dominus ignem sui amoris, et flammam aeternae caritatis – Il Signore accenda in noi il fuoco del suo amore e la fiamma dell’eterna carità. Il diacono, ricevendo il turibolo, bacia la mano del sacerdote e poi la parte superiore delle catene, invertendo l’ordine delle azioni che aveva compiuto presentandoglielo. Tutti questi usi sono orientali e la liturgia li conserva perché sono dimostrazioni di rispetto e riverenza.
Dunque, la Chiesa non ha escluso gli aromi dai suoi riti, anzi usa il balsamo per preparare il Crisma. L’incensazione simboleggia il sacrificio perfetto dei santi doni del pane e del vino, cioè Gesù Cristo, a cui sono unite le nostre persone in sacrificio spirituale, emananti profumo soave che sale al cielo (cf. Gen 8,21; Ef 5,2); così sono le preghiere dei santi (Ap 5,8) e le virtù dei cristiani (2Cor 2,15).
Qualcuno osserverà che, da quanto il velo del tempio si è squarciato, non abbiamo più bisogno di alcun velo, e da quando si è offerto il sacrificio di Cristo non abbiamo più bisogno di incenso. In verità non dovremmo nemmeno più aver bisogno di alcun edificio sacro, perché Cristo è il nuovo tempio. Il punto è che, con la venuta di Gesù, il profano non è scomparso del tutto: però è continuamente incalzato dal sacro che è dinamico, in via di compimento: «Perciò dobbiamo ritrovare il coraggio del sacro,il coraggio della distinzione di ciò che è cristiano; non per creare steccati, ma per trasformare, per essere realmente dinamici» (J. Ratzinger, Servitori della vostra gioia, Milano 2002, p 127).

da ZENIT.org, immagine CORBIS.

Splendori patavini: la storia sul davanzale


Riceviamo e pubblichiamo

Chissà se qualcuno se ne è mai accorto: sul davanzale della bella finestratura del Capitolo antoniano a Padova, c'è un pezzo di storia della città. Sui brani marmorei, consunti e a volte occultati o da qualche vaso messo qua e la, a dalla ruggine proveniente dalle spesse inferiate, si estendono miriadi di incisioni. Opere rozze, tracciate con chissà che attrezzi, in una sorta di atto vandalistico d'antica data che a vederlo, trova le sue ragioni. A prima vista sembrerebbero scarabocchi qualunque ma poi, tra emblemi carraresi e stemmi gentilizi, castelli e armi di un medioevo forse un po' annoiato, spunta simpatica una figura con cappuccio (una caricatura fratesca?) che se ne esce da una città turrita, forse la stessa Padova. C'è pure una firma in caratteri gotici, "Domenego". Sarà stato lui l'autore di queste interessanti incisioni? Un frate che si interessava d'araldica e di battaglie o un qualche mercenario dei Da Carrara che intendeva lasciare indelebile ricordo del suo passaggio? Insomma, un mistero su marmo alla portata di tutti. Basta dare uno sguardo.

F. G.

Le immagini del Pontificale in Forma Extraordinaria a San Pietro


Proponiamo alcune belle immagini (rubate al blog Orbis Catholicus) del Pontificale in San Pietro, Celebrato questa mattina dal Cardinal Brandmuller. Il Solenne Rito ha coronato il convegno dedicato al Motu Proprio organizzato dalla Commissione Ecclesia Dei. Ad un Altare della Cattedra maestoso (ma che ha deluso molti) hanno seguito la Celebrazione centaia di persone, tra fedeli e pellegrini.









Un flop chiamato Motu Proprio: il Grillo inviperito tira le somme...



Un Rito, quello del 1962 dagli usi "superati, esauriti, senza più né vigenza né tradizione". Parole di un figlio della scuola liturgica (padovanissima) di Santa Giustina che ribattezza "Controversae Ecclesiae" la nuova Istruzione firmata da quel Papa Benedetto che parla di continuità e Tradizione, anche ai soggetti "allergici all'incenso". 



Profeticamente, il giorno dopo la emanazione nel luglio del 2007, il Card. Ruini aveva visto bene "il rischio che un Motu Proprio emanato per unire maggiormente la comunità cristiana fosse invece utilizzato per dividerla". Dopo un Motu Proprio, una Lettera ai Vescovi che lo accompagnava, e ora questa recente Istruzione, sembra proprio che quella profezia avesse colto nel segno: la divisione è una possibilità reale di quel provvedimento, che ora potrebbe realizzarsi con maggior facilità.

Bisogna riconoscerlo: il “monstruum” era tale fin dall’inizio. Quando si vuole rileggere una tradizione rianimando un rito “caduto fuori della vigenza”, come quello del 1962, e ostinandosi a presumere fatti che non ci sono e a costruire finzioni giuridiche senza riscontro reale – con la pretesa che un equilibrismo azzardato e rischiosissimo concepisca una doppia vigenza parallela di due forme diverse e tra loro in tensione del medesimo rito romano - il nodo delle contraddizioni è destinato ad annodarsi sempre più, e per quante commissioni si istituiscano, per quante consultazioni si prevedano, per quanti dvd con messe preconciliari si producano e si distribuiscano, per quanti “diritti dei fedeli” si riconoscano, la confusione aumenta sempre più e lo smarrimento non diminuisce.

Anche l’ultimo anello della catena – la Istruzione Universae Ecclesiae - risulta schiacciato da un problema strutturalmente insolubile: come si fa a “istruire” intorno ad una contraddizione patente? Più si istruisce e meno si capisce. Se all’improvviso – e non si sa ancora in base a quale principio giuridico o tradizionale – un rito “non più vigente”, superato dalla versione riformata dello stesso, torna magicamente in vigore e pretende di valere in parallelo rispetto a quello che lo aveva intenzionalmente emendato, rinnovato e superato, tutto subisce una sorta di deformazione irrimediabile. Con gli attaccamenti e le nostalgie, assunti come principi di ordinamento ecclesiale, non si è mai andati molto lontano. Infatti, sulla base di questa visione altamente problematica, qualunque prete ora potrebbe scegliere di celebrare il rito dell’eucaristia con la forma rituale che preferisce, purché la celebri “in privato”. Davvero istruttivo: due contraddizioni individualistiche, sovrapponendosi, non realizzano altro che una forma paradossale di non celebrazione e di non identità.

D’altra parte, sul versante dei fedeli, un qualsiasi gruppo può avere diritto a veder celebrata una messa cui assistere secondo il rito non più vigente. E ora si dice – con la precisione di un’ ecclesiologia da supermercato o da multisala cinematografica – che è “gruppo valido” anche quello formato da un fedele di Bergamo, uno di Vicenza, tre di Como (ma di parrocchie diverse, ovviamente) e uno di Novara. Anche questo è veramente molto istruttivo sulla natura comunitaria della chiesa.

Ma non basta, la logica del rito “extraordinario” è talmente eccezionale che, quando cozza con la realtà, ha la forza di piegare anche la legge. Perciò quando il codice di diritto canonico vigente non è coerente con le rubriche del rito non più vigente, nessun problema: deve essere applicata la legge che vigeva nel 1962, ossia il codice del 1917, che però oggi non vige più. Niente paura, è giusto, infatti, che al rito non più vigente corrisponda la legge non più vigente. Che cosa c’è di più istruttivo di questa coerenza tra rito e legge nella non vigenza?

Ma ancora, se anche si riconosce che ordinariamente non si dà alcuna forma di ordinazione con rito extraordinario, tuttavia, in taluni casi, un’eccezione è possibile e a taluni (privilegiati, sì, ma quasi da compatire) è data la facoltà di ordinare secondo il rito preconciliare. Come può non essere istruttiva questa puntuale chiarificazione delle eccezioni alla sacrosanta inaggirabilità del rito ordinario?

Vi è poi la accurata delineazione del “presbitero” ritenuto “idoneo” alla celebrazione secondo il rito non più vigente. E’ vero che deve vedersela con la lingua latina, ma orientarsi nelle 5 declinazioni e avere qualche esperienza di paradigmi verbali sono requisiti sufficienti allo spelling basilare, che “satis est” perché la forma più formale sia salva e dunque valida. Che poi si conosca il rito nella sua struttura, lo si deve presumere in base alla “spontaneità” con cui il prete lo richiede: l’effetto istruttivo rasenta qui una sottile e compiaciuta ironia.

I molti dettagli della nuova Istruzione – di cui abbiamo citato solo qualche rimarchevole fiore - illustrano bene la catena inesauribile di paradossi – osservati con divertita preoccupazione - in cui si inciampa, quando si perde il senso della realtà e si imbocca la via del sogno, della illusione e della mistificazione. Che cosa vuol dire che ora dovremo inserire, nel messale del 1962, nuovi santi e nuovi prefazi? Come facciamo a pensare che si debba fare la riforma di quel rito che già è stato riformato, con tutti i nuovi santi, nuovi prefazi, nuove collette, nuove letture bibliche, nuove preghiere eucaristiche, nuove superoblata, nuovi postcommunio? Abbiamo bisogno di un’altra riforma, che aggiunga santi e prefazi al rito non più vigente del 1962? Ma non siamo ormai nel 2011? Ci siamo forse risvegliati all’improvviso, dopo un sonno di 49 anni? Come si fa a non capire che tutto questo affannarsi nel vuoto, e a vuoto, serve solo a confondere e a disperdere energie e forze?

Tutto considerato, ci si è occupati già fin troppo di queste chimere senza futuro. Il rito del 1962 non è più vigente da quando è stata approvata la nuova forma del rito romano da parte di Papa Paolo VI. Da questo punto di vista, il rito romano è reso vivo e fiorente per la tradizione dalla nuova forma, mentre quella forma e quell’uso definiti provvisoriamente nel 1962, per esplicita dichiarazione di Papa Giovanni XXIII, sono ora superati, esauriti, senza più né vigenza né tradizione. Ogni tentativo, per quanto autorevole, di negare questa evidenza, produce solo illusioni, contraddizioni e disorientamento.

L’intento del Motu Proprio era di “riavvicinare” le sponde dello scisma lefebvriano. A quasi 4 anni di distanza, e con tutto quello che è successo dal 2007 in poi, possiamo dire con sicurezza: non expedit. L’Istruzione dice, invece, che il Motu Proprio “ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della Liturgia Romana”. Ossia pretende di svincolare il provvedimento dalla giustificazione contingente che lo aveva motivato originariamente. Da una Istruzione ci si attende che risolva i problemi – ma qui nulla viene veramente risolto – non che faccia teologia approssimativa – e qui purtroppo ci si azzarda a farla con troppa disinvoltura.

 La ciliegina sulla torta, quanto a istruzione, è il titolo: Universae Ecclesiae. La “universa ecclesia” – in verità - non si appassiona affatto ai temi della Istruzione e non vi si riconosce. Anzi, per farvela partecipare, bisogna proprio chiamarla in causa almeno nel titolo. Se proprio dovessimo dire, le pretese del documento generano una “Multiversa Ecclesia”, addirittura una “Controversa Ecclesia”. La stessa commissione, che ha elaborato il testo, ha nome di “Ecclesia Dei”, ma il nome completo del documento da cui trae il proprio appellativo è “Ecclesia Dei afflicta”. Ahimé, proprio afflizione, e non riconciliazione, sembra scaturire da questa sua infelicissima Istruzione.

 
Dal blog di Andrea Grillo
 immagine Corbis

Il Motu Proprio, "una speranza per tutta la Chiesa": parola di Cardinal Koch



di KURT KOCH 

"Una speranza per tutta la Chiesa" è il titolo del 3° convegno sul motu proprio Summorum pontificum di Benedetto XVI che si è tenuto oggi, sabato 14, presso la Pontificia Università San Tommaso d'Aquino, al quale hanno partecipato, fra gli altri, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e il segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei". Delle relazioni di questi ultimi due pubblichiamo, rispettivamente di seguito e in basso, ampi stralci.

"La riforma della liturgia non può essere una rivoluzione. Essa deve tentare di cogliere il vero senso e la struttura fondamentale dei riti trasmessi dalla tradizione e, valorizzando prudentemente ciò che è già presente, li deve sviluppare ulteriormente in maniera organica, andando incontro alle esigenze pastorali di una liturgia vitale". Con queste parole illuminanti il grande liturgista Josef Andreas Jungmann ha commentato l'articolo 23 della costituzione sulla sacra liturgia del concilio Vaticano II, dove vengono indicati gli ideali che "devono servire da criterio per ogni riforma liturgica" e di cui Jungmann ha detto: "Sono gli stessi che sono stati seguiti da tutti coloro che con avvedutezza hanno richiesto il rinnovamento liturgico". Diversamente, il liturgista Emil Lengeling ha affermato che la costituzione del concilio Vaticano II ha segnato "la fine del medioevo nella liturgia" ed ha operato una rivoluzione copernicana nella comprensione e nella prassi liturgica. Ecco qui menzionate le due facce interpretative opposte, che costituiscono il punto cruciale della controversia sviluppatasi intorno alla liturgia dopo il concilio Vaticano II: la riforma liturgica postconciliare deve essere presa alla lettera ed intesa come "ri-forma" nel senso di un ripristino della forma originaria e quindi come ulteriore fase all'interno di uno sviluppo organico della liturgia, oppure questa riforma va letta come una rottura con l'intera tradizione della liturgia cattolica e addirittura la rottura più evidente che il Concilio abbia realizzato, ovvero come la creazione di una nuova forma?
Il fatto che i padri conciliari intendessero la riforma solo nel senso della prima affermazione è stato approfonditamente mostrato soprattutto da Alcuin Reid. Tuttavia, in ampi circoli all'interno della Chiesa cattolica si è sempre di più imposta la seconda interpretazione, che vede nella riforma liturgica una rottura radicale con la tradizione e intende addirittura promuoverla. Questo sviluppo ha condotto, nella comprensione e nella prassi liturgica, a nuovi dualismi.
È certo che il motu proprio potrà far compiere passi avanti nell'ecumenismo solo se le due forme dell'unico rito romano in esso menzionate, ovvero quella ordinaria del 1970 e quella straordinaria del 1962, non vengono considerate come un'antitesi ma come un mutuo arricchimento. Poiché il problema ecumenico si cela in questa fondamentale questione ermeneutica.
Un primo dualismo afferma che prima del Concilio la santa messa era intesa soprattutto come sacrificio e che dopo il Concilio essa è stata riscoperta come cena comune. Nel passato si è naturalmente parlato dell'Eucaristia come di un "sacrificio della messa". Oggi però questo aspetto non solo è meno conosciuto, ma è stato addirittura accantonato o semplicemente dimenticato. Nessuna dimensione del mistero eucaristico è diventata tanto contesa dopo il concilio Vaticano II quanto la definizione dell'Eucaristia come sacrificio, sia come sacrificio di Gesù Cristo che come sacrificio della Chiesa, al punto che vi è da temere che un contenuto fondamentale della fede eucaristica cattolica possa finire completamente nell'oblio. Contro tale dualismo, il Catechismo della Chiesa cattolica tiene unito ciò che è indivisibile: "La messa è a un tempo e inseparabilmente il memoriale del sacrificio nel quale si perpetua il sacrificio della croce, e il sacro banchetto della comunione al Corpo e al Sangue del Signore".
Un ulteriore dualismo intorno al quale tende a polarizzarsi la visione di una liturgia preconciliare e di una liturgia postconciliare sostiene che, prima del Concilio, era soltanto il sacerdote il soggetto della liturgia, mentre dopo il Concilio l'assemblea è stata elevata al ruolo d'onore di soggetto della celebrazione liturgica. Certo è indiscutibile che, nel corso della storia, il ruolo originario di tutti i fedeli come co-soggetti della liturgia sia andato man mano scemando e che l'ufficio divino comunitario della Chiesa primitiva nel senso di una liturgia che vedeva partecipe l'intera comunità abbia assunto sempre più il carattere di una messa privata del clero. L'esistenza di una continuità di fondo tra la liturgia antica e la riforma liturgica avviata dal concilio Vaticano II traspare dalla visione ampia e approfondita della costituzione liturgica, secondo cui il culto pubblico integrale è esercitato "dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra" e ogni celebrazione liturgica deve essere pertanto considerata come "opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa". Il Catechismo aggiunge poi: "alcuni fedeli sono ordinati mediante il sacramento dell'Ordine per rappresentare Cristo come Capo del Corpo".
Alla luce del primato cristologico dovrebbe essere evidente che la liturgia cristiana trova il suo senso più profondo nella glorificazione e nell'adorazione del Dio trino e dunque nella santificazione degli uomini. Anche questa dimensione fondamentale della liturgia è diventata vittima di un ulteriore dualismo nel periodo postconciliare, ovvero è stata sempre più assorbita dal concetto di partecipazione. Qui si tratta però di una falsa contrapposizione. Noi possiamo e dobbiamo consumare il cibo eucaristico anche con gli occhi e penetrare così nel mistero eucaristico, affinché esso poi ci si riveli pienamente nel mangiare il Corpo del Signore e nel bere il suo Sangue. Lo stesso Agostino amava sottolineare che nessuno deve mangiare "di questa carne" se non l'ha prima adorata: "Nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoravit".
Tra la liturgia antica e la riforma liturgica postconciliare non c'è una rottura radicale ma una continuità di fondo. Soltanto alla luce di questa convinzione si può comprendere il motu proprio Summorum pontificum di Papa Benedetto XVI. Il Santo Padre infatti non intende la storia liturgica come una serie di spaccature, ma come un processo organico di crescita, di maturazione e di auto-purificazione, nel quale naturalmente possono verificarsi sviluppi e progressi, senza però che continuità e identità vengano distrutte. Per il Papa non può esserci pertanto una contrapposizione tra la liturgia del 1962 e la liturgia riformata postconciliare. In contrasto con questa chiara visione di sviluppo organico, la riforma liturgica postconciliare è considerata in ampi circoli della Chiesa cattolica come una rottura con la tradizione e come una nuova creazione; essa ha generato una controversia sulla liturgia che, vissuta in maniera emozionale, continua tutt'oggi a farsi sentire. Con il motu proprio Summorum pontificum, Papa Benedetto XVI ha voluto contribuire alla risoluzione di tale disputa e alla riconciliazione all'interno della Chiesa. Il motu proprio promuove infatti, se così si può dire, un "ecumenismo intra-cattolico". Ma questo presuppone che la liturgia antica venga intesa anche come "ponte ecumenico". Infatti, se l'ecumenismo intra-cattolico fallisce, la controversia cattolica sulla liturgia si estenderà anche all'ecumenismo e la liturgia antica non potrà svolgere la sua funzione ecumenica di costruttrice di ponti.
Anche se il motu proprio vuol favorire la pace intra-ecclesiale, non sarebbe giusto vedervi solo una concessione fatta ai cattolici che propendono per la liturgia antica, come la Fraternità Sacerdotale San Pietro o i seguaci dell'arcivescovo Marcel Lefebvre. Papa Benedetto XVI è convinto, piuttosto, che la forma straordinaria del rito romano sia un patrimonio prezioso che non deve essere relegato al passato, ma a cui si deve attingere anche nel presente e nel futuro, come ha sottolineato nella lettera di accompagnamento al motu proprio: "Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dar loro il giusto posto".
Questo rivela chiaramente quale è l'intenzione che anima il motu proprio. Il Papa ritiene che sia oggi indispensabile un nuovo movimento liturgico, che nel passato egli ha definito come "riforma della riforma" della liturgia. Il Santo Padre è infatti dell'avviso che la riforma liturgica postconciliare abbia portato molti frutti positivi, ma che gli sviluppi liturgici del dopo Concilio presentino anche molte zone d'ombra, dovute in gran parte al fatto che "il concetto di mistero pasquale del Concilio non è stato sufficientemente tenuto presente": "Ci si è troppo soffermati sugli aspetti puramente pratici, correndo il rischio di perdere di vista l'essenziale". Ecco perché è lecito chiedersi, in maniera critica, se nella riforma liturgica postconciliare siano stati davvero realizzati tutti i desideri dei padri conciliari, o se, sotto diversi aspetti, le affermazioni fondamentali della costituzione sulla sacra liturgia siano rimaste inadempiute o, addirittura, se negli sviluppi liturgici del dopo Concilio si sia andati intenzionalmente oltre tali affermazioni. Che sia non solo legittimo ma anche appropriato operare una distinzione tra la costituzione sulla sacra liturgia, la riforma liturgica postconciliare e i successivi sviluppi liturgici è provato già dal fatto che proprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del Concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari.
Da qui traspare anche il senso più profondo della riforma della riforma avviata da Papa Benedetto XVI con il motu proprio: così come il concilio Vaticano II è stato preceduto da un movimento liturgico, i cui frutti maturi sono stati portati all'interno della costituzione sulla sacra liturgia, anche oggi c'è bisogno di un nuovo movimento liturgico, che si prefigga come obiettivo quello di far fruttificare il vero patrimonio del concilio Vaticano II nell'odierna situazione della Chiesa, consolidando al tempo stesso i fondamenti teologici della liturgia. Per far ciò occorre non solo la rivitalizzazione del primato cristologico, della dimensione cosmica e del carattere latreutico della liturgia, ma anche e soprattutto la riscoperta del significato basilare del mistero pasquale nella celebrazione della liturgia cristiana.
Di questo nuovo movimento liturgico il motu proprio costituisce solo l'inizio. Benedetto XVI infatti sa bene che, a lungo termine, non possiamo fermarci a una coesistenza tra la forma ordinaria e la forma straordinaria del rito romano, ma che la Chiesa avrà nuovamente bisogno nel futuro di un rito comune. Tuttavia, poiché una nuova riforma liturgica non può essere decisa a tavolino, ma richiede un processo di crescita e di purificazione, il Papa per il momento sottolinea soprattutto che le due forme dell'uso del rito romano possono e devono arricchirsi a vicenda. Egli indica anche come: "Nella celebrazione della messa secondo il messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all'antico uso. La garanzia più sicura che il messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni, il che rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo messale". Coloro che al contrario rifiutano il postulato di un nuovo movimento liturgico e vedono nel motu proprio un passo indietro rispetto al Vaticano II, verosimilmente intendono la riforma liturgica postconciliare come un punto d'arrivo, che va difeso con tutte le forze, secondo il rigido conservatismo di molti progressisti. Essi non solo non considerano gli sviluppi storici della liturgia come un processo organico di crescita e di maturazione, ma respingono anche l'ermeneutica della riforma sollecitata da Benedetto XVI per l'interpretazione del Vaticano II. Preferiscono infatti sostenere l'ermeneutica della discontinuità e della rottura, considerata inadeguata dal Papa, applicandola soprattutto al campo della liturgia e dell'ecumenismo. Anche il decreto sull'ecumenismo ha difatti segnato un nuovo inizio nelle relazioni tra la Chiesa cattolica e le Chiese e Comunità ecclesiali non cattoliche. Ma neanche questa nuova svolta ecumenica ha comportato una rottura con la tradizione; essa si iscrive piuttosto in una continuità di fondo con la tradizione, come mostra il semplice fatto che non sarebbe mai stata possibile se nel periodo preconciliare non fossero già stati presenti impulsi ecumenici, almeno nel loro stadio embrionale, anche all'interno della Chiesa cattolica.
Affiora così la reale importanza ecumenica del motu proprio Summorum pontificum. Poiché Benedetto XVI non ha semplicemente applicato l'ermeneutica della riforma al campo della liturgia, ma ha sollecitato questa ermeneutica in primo luogo proprio per la costituzione conciliare sulla sacra liturgia. È precisamente in questo campo che traspaiono con chiarezza i due diversi tipi di ermeneutica che possono essere seguiti: l'ermeneutica della riforma, che prende certamente atto di sviluppi e progressi, ma che vede una continuità di fondo con la tradizione; oppure l'ermeneutica della discontinuità e della rottura, che contrappone liturgia, e dunque anche Chiesa, preconciliare a liturgia e Chiesa postconciliare e recide il legame con la tradizione. Proprio in questa alternativa risiede la questione fondamentale per il futuro della Chiesa cattolica e, al tempo stesso, per la credibilità del suo ecumenismo. Anche in questo senso il motu proprio Summorum pontificum si rivela importante a livello ecumenico. O meglio: il motu proprio può diventare un ponte ecumenico veramente solido soltanto se esso viene innanzitutto percepito e recepito come "una speranza per tutta la Chiesa".

(©L'Osservatore Romano 15 maggio 2011)

immagine da g.image

L'Universae Ecclesiae secondo Monsignor Pozzo

A Roma prosegue il convegno sul Motu Proprio Summorum Pontificum (imm. Orbis Catholicus)


di Guido Pozzo

La costituzione liturgica Sacrosanctum Concilium del concilio Vaticano II, afferma che «la Chiesa, quando non è in questione la fede o il bene comune generale, non intende imporre, neppure nella Liturgia una rigida uniformità» (n. 37).
Non sfugge a molti che oggi sia in questione la fede, per cui è necessario che le varietà legittime di forme rituali debbano ritrovare l'unità essenziale del culto cattolico. Il Papa Benedetto XVI lo ha ricordato accoratamente: «Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto sino alla fine (cfr. Giovanni, 13, 1) in Gesù Cristo crocifisso e risorto» (Lettera ai vescovi in occasione della revoca della scomunica ai quattro presuli consacrati dall'arcivescovo Lefebvre, 10 marzo 2009).
Il beato Giovanni Paolo II richiamava a sua volta che «la sacra liturgia esprime e celebra l'unica fede professata da tutti ed essendo eredità di tutta la Chiesa non può essere determinata dalle Chiese locali isolate dalla Chiesa universale» (Enciclica Ecclesia de Eucharistia, n. 51) e che «la liturgia non è mai proprietà privata di qualcuno, né del celebrante, né della comunità nella quale si celebrano i Misteri» (ivi, n. 52). Nella costituzione liturgica conciliare si afferma inoltre: «il Sacro Concilio, in fedele ossequio alla tradizione, dichiara che la Santa Madre Chiesa considera con uguale diritto e onore tutti i riti legittimamente riconosciuti, e vuole che in avvenire essi siano conservati e in ogni modo incrementati» (n. 4).
La stima per le forme rituali è il presupposto dell'opera di revisione che di volta in volta si rendesse necessaria. Ora, le due forme ordinaria e extraordinaria della liturgia romana, sono un esempio di reciproco incremento e arricchimento. Chi pensa e agisce al contrario, intacca l'unità del rito romano che va tenacemente salvaguardata, non svolge autentica attività pastorale o corretto rinnovamento liturgico, ma priva piuttosto i fedeli del loro patrimonio e della loro eredità a cui hanno diritto.
In continuità col magistero dei suoi predecessori, Benedetto XVI promulgò nel 2007 il motu proprio Summorum Pontificum, con cui ha reso più accessibile alla Chiesa universale la ricchezza della liturgia romana, e ora ha dato mandato alla Pontificia Commissione «Ecclesia Dei» di pubblicare l'istruzione Universae Ecclesiae per favorirne correttamente l'applicazione.
Nell'introduzione del documento si afferma: «Con tale motu proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa» (n. 2). Ciò significa che non si tratta di un indulto, né di una legge per gruppi particolari, ma di una legge per tutta la Chiesa, che, data la materia, è anche una «legge speciale» che «deroga a quei provvedimenti legislativi, inerenti ai sacri Riti, emanati dal 1962 in poi ed incompatibili con le rubriche dei libri liturgici in vigore nel 1962» (n. 28).
Va qui ricordato l'aureo principio patristico da cui dipende la comunione cattolica: «ogni Chiesa particolare deve concordare con la Chiesa universale, non solo quanto alla dottrina della fede e ai segni sacramentali, ma anche quanto agli usi universalmente accettati dalla ininterrotta tradizione apostolica, che devono essere osservati non solo per evitare errori, ma anche per trasmettere l'integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede» (n. 3). Il celebre principio lex orandi-lex credendi richiamato in questo numero, è alla base del ripristino della forma extraordinaria: non è cambiata la dottrina cattolica della messa nel rito romano, perché liturgia e dottrina sono inscindibili. Vi possono essere nell'una e nell'altra forma del rito romano, accentuazioni, sottolineature, esplicitazioni più marcate di alcuni aspetti rispetto ad altri, ma ciò non intacca l'unità sostanziale della liturgia.
La liturgia è stata ed è, nella disciplina della Chiesa, materia riservata al Papa, mentre gli ordinari e le conferenze episcopali hanno alcune competenze delegate, specificate dal diritto canonico. Inoltre, l'istruzione riafferma che vi sono ora «due forme della Liturgia Romana, definite rispettivamente ordinaria e extraordinaria: si tratta di due usi dell'unico Rito romano (…) L'una e l'altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore» (n. 6). Il numero seguente riporta un passaggio-chiave della lettera del Santo Padre ai vescovi, che accompagna il motu proprio: «Non c'è nessuna contraddizione tra l'una e l'altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c'è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso» (n. 7).
L'istruzione, in linea col motu proprio, non riguarda solo quanti desiderano continuare a celebrare la fede nello stesso modo con cui la Chiesa l'ha fatto sostanzialmente da secoli; il Papa vuole aiutare i cattolici tutti a vivere la verità della liturgia affinché, conoscendo e partecipando all'antica forma romana di celebrazione, comprendano che la costituzione Sacrosanctum concilium voleva riformare la liturgia in continuità con la tradizione.

(©L'Osservatore Romano 15 maggio 2011)

I doni all'Altare: "vengono portati pane, vino e acqua"


La consuetudine di portare all'altare dei doni è molto antica e risale ai primordi della Chiesa. Nei Vangeli (Mt 26,26-29; Mc 14,22-25; Lc 22,19-20) e in san Paolo (1 Cor 11,23-25) si legge che Nostro Signore Gesù Cristo, nell'Ultima Cena, utilizzò pane (ἄρτος in greco) e vino (γένημα ἄμπελος in greco: lett. “frutto della vite”). Per eseguire dunque il divino comandamento (τοῦτο ποιεῖτε εἰς τὴν ἐμὴν ἀνάμνησιν, “fate questo in memoria di me”: 1 Cor 11,24) la Chiesa, fedele al suo Signore, necessitava (e tuttora necessita) di pane e vino. Una delle prime testimonianze è della metà del II secolo: si tratta del noto e schematico resoconto della struttura della Santa Messa dell'epoca che fornisce san Giustino martire (Apologia I, 67, in PG 6,430), ove si legge che, prima dell'Eucarestia, “vengono portati pane, vino e acqua”. E' ragionevole pensare che quest'offerta venga portata dai fedeli: questo è chiaro nella testimonianza di san Cipriano di Cartagine (210-258). Tra la fine del I millennio e l'inizio del II, la processione offertoriale da parte dei fedeli nella liturgia romana va' progressivamente perdendo d'importanza, anche perché dal IX secolo è sempre più diffuso l'utilizzo del pane azzimo, il quale viene preparato con grande cura, specialmente dai monaci, rendendone più difficile l'offerta da parte dei fedeli, che in precedenza utilizzavano, in genere, pane piuttosto comune. Nel Basso Medioevo questa pratica finirà con lo scomparire e la presentazione del pane e del vino diventerà compito affidato ai chierici, anche se questa loro azione viene fatta sempre e comunque anche a nome dell'assemblea (cfr. ad es., nell'offertorio della forma straordinaria, le parole “Súscipe, sancta Trínitas hanc oblatiónem, quam Tibi offérimus...” cioè “Accetta, santa Trinità, quest'oblazione, che Ti offriamo...” o, ancora più chiaramente, “Oráte, fratres: ut meum ac vestrum sacrifícium...” cioè “Pregate, fratelli: affinché il mio e vostro sacrificio...”). Con la riforma liturgica si è giudicato opportuno ripristinare il segno tangibile della processione dei doni. Doni che, per l'appunto, sono il pane e il vino, umili prodotti terreni che, per la potenza e la benevolenza dell'Altissimo, diventeranno, alla Consacrazione, il Corpo e il Sangue di Cristo.
Possiamo quindi chiederci: qual è il senso di questa presentazione di doni? Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1350): “La presentazione dei doni (l'offertorio): vengono recati poi all'altare, talvolta in processione, il pane e il vino che saranno offerti dal sacerdote in nome di Cristo nel sacrificio eucaristico, nel quale diventeranno il suo Corpo e il suo Sangue. È il gesto stesso di Cristo nell'ultima Cena, « quando prese il pane e il calice ». « Soltanto la Chiesa può offrire al Creatore questa oblazione pura, offrendogli con rendimento di grazie ciò che proviene dalla sua creazione ». La presentazione dei doni all'altare assume il gesto di Melchisedek e pone i doni del Creatore nelle mani di Cristo. È Lui che, nel proprio sacrificio, porta alla perfezione tutti i tentativi umani di offrire sacrifici.”
Il Santo Padre, poi, nell'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis (n. 47) ha ribadito che “In questo gesto umile e semplice si manifesta, in realtà, un significato molto grande: nel pane e nel vino che portiamo all'altare tutta la creazione è assunta da Cristo Redentore per essere trasformata e presentata al Padre. In questa prospettiva portiamo all'altare anche tutta la sofferenza e il dolore del mondo, nella certezza che tutto è prezioso agli occhi di Dio. Questo gesto, per essere vissuto nel suo autentico significato, non ha bisogno di essere enfatizzato con complicazioni inopportune. Esso permette di valorizzare l'originaria partecipazione che Dio chiede all'uomo per portare a compimento l'opera divina in lui e dare in tal modo senso pieno al lavoro umano, che attraverso la Celebrazione eucaristica viene unito al sacrificio redentore di Cristo.”
Stabilito questo, si può aggiungere che, anticamente, alla processione dei doni vennero aggiungendosi anche altre offerte. Generalmente si trattava di prodotti della terra (primizie, fiori, olio), animali (uccelli), arredi liturgici (ceri) anche preziosi, denaro (specie nel II millennio). Bisogna subito liberare il campo da un possibile equivoco: questi doni non erano in alcun modo necessari alla celebrazione, nel senso che la loro assenza non inficiava la validità della stessa. Infatti, il Santissimo Sacrificio dell'Altare è l'immolazione incruenta di Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, che offre sé stesso al Padre come offerta pura, santa, immacolata, perfetta. Il sacrificio che ci dà salvezza è solamente quello di Cristo: gli altri doni non sono dunque da interpretarsi come necessari per l'efficacia del Sacramento, né come assurde offerte distinte, quasi una moderna offerta pagana.
Al contrario, il senso di questi doni è quello di mostrare la partecipazione esteriore dei fedeli all'oblazione, è di mostrare come, nell'imminenza della Consacrazione, essi siano capaci di donare, di attuare il comandamento della carità, che è strettamente legato all'Eucarestia.
Si può qui chiaramente comprendere come al gesto della partecipazione all'oblazione debba corrispondere la partecipazione interiore - la quale è ben più grave e necessaria. Ha affermato Pio XII (Mediator Dei): “Tutto il complesso del culto che la Chiesa rende a Dio deve essere interno ed esterno. […] Ma l'elemento essenziale del culto deve essere quello interno: è necessario, difatti, vivere sempre in Cristo, tutto a Lui dedicarsi, affinché in Lui, con Lui e per Lui si dia gloria al Padre. La sacra Liturgia richiede che questi due elementi siano intimamente congiunti; ciò che essa non si stanca mai di ripetere ogni qualvolta prescrive un atto esterno di culto.” Sarebbe dunque sbagliato accontentarsi di preparare dei doni per la processione offertoriale, se poi ad essi non corrisponde una dovuta disposizione interiore. Se, anzi, l'elemento esterno finisse coll'essere a detrimento della partecipazione interna, sarebbe forse necessario evitarlo e puntare piuttosto ad elevare l'animo dei fedeli verso il Mistero che viene celebrato (con catechesi, sussidi, etc.).
Passiamo ora alla normativa: l'ordinamento generale del Messale Romano (n. 73) stabilisce che, oltre al pane e al vino, “Si possono anche fare offerte in denaro, o presentare altri doni per i poveri o per la Chiesa, portati dai fedeli o raccolti in chiesa. Essi vengono deposti in luogo adatto, fuori della mensa eucaristica.”
L'Istruzione Redemptionis Sacramentum ha ribadito che (n 70) “Le offerte che i fedeli sono soliti presentare durante la santa Messa per la Liturgia eucaristica non si riducono necessariamente al pane e al vino per la celebrazione dell’Eucaristia, ma possono comprendere anche altri doni che vengono portati dai fedeli sotto forma di denaro o altri beni utili per la carità verso i poveri. I doni esteriori devono, tuttavia, essere sempre espressione visibile di quel vero dono che il Signore aspetta da noi: un cuore contrito e l’amore di Dio e del prossimo, per mezzo del quale siamo conformati al sacrificio di Cristo che offrì se stesso per noi. Nell’Eucaristia, infatti, risplende in sommo grado il mistero di quella carità che Gesù Cristo ha rivelato nell’Ultima Cena lavando i piedi dei discepoli. Tuttavia, a salvaguardia della dignità della sacra Liturgia occorre che le offerte esteriori siano presentate in modo adeguato. Pertanto, il denaro, come pure le altre offerte per i poveri, siano collocati in un luogo adatto, ma fuori della mensa eucaristica. Ad eccezione del denaro e, nel caso, in ragione del segno, di una minima parte degli altri doni, è preferibile che tali offerte vengano presentate al di fuori della celebrazione della Messa.”
Particolarmente importante è notare che le offerte dei fedeli sono per la carità verso i poveri o verso la Chiesa. Da questo punto di vista, penso sia facilmente comprendere se certe offerte un po' particolari rispondano alla legge e alla mens della Madre Chiesa. Aggiungiamo che la presentazione dei doni non è affatto un momento di cui taluni fedeli possano appropriarsi o in cui – Dio non voglia! - essi facciano mostra del proprio protagonismo. Esigenza inderogabile del cristiano è infatti l'umiltà ed essa va' esercitata ancora di più nella sacra liturgia, dove il fedele ha la possibilità di avere una partecipazione straordinaria al Santo Sacrificio senza per questo mettere in mostra la propria persona. Anzi, umiliando se stesso, egli si nasconde e lascia che rifulga tanto più splendidamente la luce di Cristo, Vittima perfetta e nostro Redentore. Come può, infatti, la liturgia vivere di protagonismi? Al centro di essa è il Dio Altissimo, non la modesta creatura.
Oltre a ciò, bisogna pure considerare che la sobrietà della liturgia romana mal si concilia con certe inutili complicazioni; e ricordiamoci pure che queste espressioni di protagonismo liturgico possono facilmente sminuire e inficiare il clima di preghiera e di raccoglimento che, in vista della Consacrazione, dovrebbe anzi essere mantenuto e favorito. Come, del resto, non si può escludere che taluni fedeli possano essere sfavorevolmente colpiti da questi protagonismi, né che chi li compie possa finire col cadere in una forma di errato orgoglio.
Da quanto detto sinora, è semplice concludere come dovrebbe essere una corretta presentazione dei doni da parte dei fedeli: all'insegna della sobrietà e della nobile semplicità, come si addice alla liturgia romana. Quindi, oltre al pane ed al vino, si possono portare alcune offerte per i poveri e per la Chiesa. E' decisamente opportuno evitare, per le ragioni spiegate sopra, di dar vita a protagonismi, così come di portare doni strani o che ben poco possono avere a che vedere con le esigenze della fraterna carità. Penso sia opportuno anche presentare i doni in maniera anonima: la carità cristiana è infatti fatta nel nascondimento e i doni presentati dovrebbero essere intesi come offerte dell'assemblea in generale, più che di parti o gruppi della stessa.

Bibliografia:
J. A. Jungmann S.J., Missarum Sollemnia. Origini, liturgia, storia e teologia della Messa romana, Torino, Marietti, 1953 (II ed.). In particolare vol. II, pp. 7-24.

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