Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Al via la corsa alla Cattedra marciana



E ora chi dopo Scola? E poi: come si configura la Chiesa veneta dopo la partenza del porporato-teologo, che ha guidato per quasi un decennio il patriarcato di Venezia (e, di conseguenza, la Chiesa del Nordest)? All’indomani della nomina di Scola ad arcivescovo di Milano, il rebus sulla successione si infittisce. Anche perché la «pratica» per individuare il successore inizierà a settembre e si presume che solo per Natale il patriarcato avrà il nuovo titolare. I rumours curiali mettono in prima fila il nunzio, veneto, in Venezuela, Pietro Parolin. Altre voci ricandidano alcuni autorevoli esponenti dell’episcopato italiano usciti di scena nella corsa per Milano: il vescovo-teologo Bruno Forte (di Chieti), intimo amico di Massimo Cacciari, Francesco Lambiasi di Rimini, già assistente nazionale dell’Azione cattolica, lo stesso cardinale Gianfranco Ravasi, «ministro» della cultura in Vaticano. Ma alcune indiscrezioni riferiscono che proprio l’ingresso di Parolin nelle votazioni della Congregazione per i vescovi sulla scelta di Milano sia un’indicazione importante sulla candidatura dello stesso diplomatico per la sede di San Marco. Persona discreta, molto disponibile e affabile— chi scrive potè incontrarlo in Vaticano in una calda giornata agostana di alcuni anni fa in vista di un viaggio in Asia —, vicentino, prete secolare, Parolin ha al suo attivo un risultato storico per la diplomazia vaticana: l’accordo con il governo socialista del Vietnam.
Ma intanto come si caratterizza la geografia «curiale» in terra veneta? Al patriarca non solo nella forma era riconosciuta l’autorità e la leadership da parte di tutto l’episcopato veneto, che ora si trova alla ricerca di una «guida». Anzitutto, con l’uscita di scena di Scola (e prima di lui di Cesare Nosiglia, presule di Vicenza), è da rilevare un dato: tutti i vescovi delle nove diocesi suffraganee di Vicenza (compresa Concordia-Pordenone, in osmosi con il Friuli) sono veneti, eccetto il friulano Lucio Soravito, di Adria-Rovigo. E del resto le ultime nomine episcopali in Veneto tengono molto in conto questo dato «territoriale»: a Vicenza è andato il «delfino» di Scola, Beniamino Pizziol, ausiliare del neo-arcivescovo di Milano; a Verona, da Vittorio Veneto, il veronesissimo (e interventista) Giuseppe Zenti, (tra le iniziative di segnalare il dibattito pubblico con l’iper-atea Margherita Hack su fede e Dio). A Concordia Giuseppe Pellegrini, veronese. Profilo molto «interno» e pastorale, quello dei vescovi veneti. Antonio Mattiazzo a Padova (in sella dal 1989, eletto giovanissimo: aveva 40 anni) è ormai il «decano » dei presuli veneti: a lui si deve la convocazione di Aquileia 2012, l’assemblea delle diocesi del Nordest prevista per il prossimo aprile. Spicca, per iniziativa sociale, il «vescovo-operaio» Adriano Tessarollo, sceso in piazza a Roma qualche settimana fa insieme ai lavoratori della centrale di Porto Tolle. Giuseppe Andrich a Belluno, Corrado Pizziol a Vittorio Veneto e Lucio Soravito ad Adria guidano le rispettive chiese locali con sguardo «pastorale», poco interventisimo e un’attenzione ai temi sociali. Ha un profilo più «internazionale » Gianfranco Gardin di Treviso, vista la sua esperienza in Vaticano come vice del dicastero per i religiosi e le suore. Al di fuori del Veneto restano in pista due nomi per la leadership triveneta in campo ecclesiale: Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste, e Andrea Bruno Mazzocato presule a Udine, il primo originario di Rovigo, il secondo di Treviso. Molto «ratzingeriano» Crepaldi, considerato «conservatore » per alcune posizioni socio- politiche, Mazzocato invece considerato di notevole profilo spirituale. Intanto pare dirimente il lasso di tempo per la scelta del nuovo patriarca. L’allungamento dei tempi per individuare un successore sembra indicare che su questo Scola possa avere voce in capitolo, proprio come l’ha avuta nella recente nomina di Pizziol a Vicenza.
da il Corriere del Veneto.it

Lo sguardo su quel Santissimo Sacramento


di Mauro Gagliardi, da Zenit.org

A pochi giorni dalla solennità del Corpus Domini [trattiamo] dell’elevazione dell’Ostia e del Calice, subito dopo la consacrazione, all’interno della Messa.
L’introduzione nel Canone di questo gesto risale all’inizio del sec. XII per l’Ostia, mentre l’elevazione del Calice si imporrà più lentamente e verrà ufficialmente prescritta solo dal Messale di san Pio V (1570). Le fonti individuano la Francia come luogo di origine dell’elevazione eucaristica e sembrano suggerire che il motivo circostanziale fu la volontà di evitare che i fedeli adorassero l’Ostia già all’inizio della consacrazione, quando il sacerdote prende il pane nelle mani, per pronunciare le parole del Signore.
Sin dalla prima metà del Novecento, diversi autori hanno però sostenuto che il vero motivo dell’introduzione dell’elevazione sarebbe stato il desiderio, da parte del popolo cristiano, di guardare l’Ostia. L’opera probabilmente più indicativa al riguardo è quella di E. Dumoutet, Le désir de voir l’hostie et les origines de la dévotion au Saint-Sacrament (Paris, 1926). J.A. Jungmann, uno dei più noti liturgisti del secolo scorso, subì l’influenza di questo libro, come si nota da quanto dice sull’elevazione nel suo famoso libro del 1949 Missarum sollemnia: «È sorto [nel sec. XII] tra i fedeli un movimento religioso volto ad ottenere che sia loro concesso di posare lo sguardo su quel Santissimo Sacramento al quale osano appena di accostarsi» (ediz. it., II, p. 159). Già nel 1940, però, G.G. Grant, in un articolo pubblicato su Theological Studies, aveva mostrato che la tesi sostenuta da Dumoutet non poteva dirsi davvero fondata. Essa supponeva nel popolo una forma di devozione eucaristica, che in realtà sappiamo essere stata più effetto che causa dell’introduzione dell’elevazione. Grant sosteneva che l’elevazione fosse dovuta piuttosto a motivi dottrinali, ossia per innalzare una solida barriera liturgica contro gli errori degli eretici riguardo la presenza reale. In questo senso, l’introduzione dell’elevazione risponderebbe alla stessa preoccupazione che ha spinto Benedetto XVI a distribuire la Comunione solo in ginocchio e sulla lingua: mettere un punto esclamativo sulla dottrina della presenza reale (cf. Luce del mondo, Città del Vaticano 2010, pp. 219-220).
Ma Jungmann, pur citando Grant nel primo dei due volumi di Missarum sollemnia, mantenne la posizione di Dumoutet, presentando tutti gli argomenti che da quel momento in poi sarebbero divenuti affermazioni ripetute, negli scritti e nelle conferenze di molti teologi e pastori. Tutto quello che lì dice, come pure il legame che individua tra l’introduzione dell’elevazione e la nascita dell’adorazione eucaristica, viene presentato in fondo in termini di degenerazione, più che di progresso (cf. I, pp. 103 ss.).
La riforma liturgica post-conciliare della Messa ha dimezzato il numero delle genuflessioni che il sacerdote compie alla consacrazione, ma non ha eliminato l’elevazione dell’Ostia e del Calice. Nonostante ciò, la tesi Dumoutet-Jungmann ha continuato ad essere proposta, lasciando emergere la convinzione che elevare e guardare l’Ostia consacrata sarebbe segno di una fede poco matura, se non addirittura di una fede scaduta a livello di superstizione o di magia – certo questo, ieri come oggi, è sempre possibile; ma non è detto che rappresenti il significato del gesto in sé. Dobbiamo al contrario riconoscere che l’introduzione dell’elevazione alla consacrazione è un punto di vero progresso nella storia della Santa Messa. È da qui che nasce quel movimento di fede eucaristica che sfocia prima nel Corpus Domini (1264) e poi in tutte le forme di sana devozione eucaristica sviluppate fino ai nostri giorni. La contemplazione adorante dell’Ostia e del Calice appena consacrati non fa altro che esprimere due punti assolutamente fermi della fede cattolica sull’Eucaristia: la transustanziazione, che avviene nell’istante stesso in cui termina la dizione delle parole consacratorie da parte del sacerdote (cf. san Tommaso, Summa Theologiae III, 75, 7); e la presenza reale di Cristo nel sacramento. In realtà, l’elevazione esprime anche l’aspetto sacrificale della Messa, che per motivi di spazio non possiamo qui sviluppare. La duplice elevazione e le genuflessioni manifestano, e allo stesso tempo favoriscono, il giusto modo di accostarsi al Cristo eucaristico, modo segnalato da san Paolo prima (cf. 1Cor 11), e poi da sant’Agostino, con le celebri parole riprese da Benedetto XVI in Sacramentum caritatis, n. 66.
Rileggiamo il testo del Pontefice: «Mentre la riforma [post-conciliare] muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra la Santa Messa e l’adorazione del Ss.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: “nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo”».
Il fatto che durante il primo millennio cristiano non vi fosse l’uso di elevare l’Ostia alla vista dei fedeli, non significa che tale gesto vada contro la purezza della fede: significa soltanto che esso all’epoca non era stato ancora sviluppato, e che verrà introdotto in seguito, come valida manifestazione della stessa fede eucaristica dei Padri. Ai Padri, infatti, non sono affatto estranei né il senso di adorazione verso l’Eucaristia, né l’importanza del guardare con gli «occhi della fede». I limiti di questo breve articolo non ci consentono di dilungarci. Basterà perciò ricordare un testo che negli ultimi decenni è divenuto piuttosto noto, in quanto attesta l’uso del primo millennio di ricevere la Comunione sul palmo della mano da parte dei fedeli. In questo testo delle Cathechesi mistagogiche, san Cirillo di Gerusalemme imparte alcune raccomandazioni a coloro che comunicano, affinché non vadano dispersi i frammenti eucaristici. L’attenzione si sofferma in genere su questo aspetto. Non si nota, pertanto, che egli accenna anche al tema del guardare l’Ostia consacrata prima di portarla alla bocca e che parla di questo guardare come di un sacramentale, un’azione che santifica l’uomo purificandone lo sguardo. Ecco parte del testo: «Quando tu ti avvicini [a ricevere la Comunione], non andare con le giunture delle mani rigide, né con le dita separate; ma facendo della sinistra un trono alla destra, dal momento che questa sta per ricevere il re, e facendo cavo il palmo, ricevi il Corpo di Cristo, rispondendo “amen”. Poi, santificando con cura gli occhi con il contatto del santo corpo, prendi facendo attenzione a non perderne nulla…» (V, 21). Come minimo, si può dire che al tempo dei Padri non esisteva l’elevazione delle Specie consacrate, ma che se vi fosse stata, essi non l’avrebbero osteggiata.
La Institutio Generalis del Messale di Paolo VI (qui nell’ediz. 2008) valorizza il guardare l’Ostia consacrata durante la Messa: al n. 222 essa prescrive che, al momento dell’elevazione, «i concelebranti sollevano lo sguardo verso l’Ostia consacrata e il Calice» (n. 222 e ugualmente ai nn. 227, 230 e 233). Per quanto riguarda la «forma straordinaria» del Rito Romano, l’Ordo servandus del Messale di Giovanni XXIII stabilisce che il celebrante, rialzatosi dalla prima genuflessione rivolta all’Ostia appena consacrata, «alza l’Ostia in alto e tenendo fissi su di essa gli occhi (cosa che fa anche all’elevazione del Calice), la presenta con riverenza al popolo affinché l’adori» (VIII, 5).
Lungi dal rappresentare una degenerazione della fede eucaristica, l’elevazione dell’Ostia e del Calice consacrati fu un vero progresso nella storia della Celebrazione eucaristica, progresso che va salvaguardato e valorizzato mediante l’opportuna catechesi liturgica e il modo corretto di compiere il gesto da parte dei sacerdoti. D’altro canto, sarebbe incomprensibile ai nostri giorni opporsi ad una pratica che permette ai fedeli una maggiore partecipazione attiva ai sacri riti.
L’innesto dell’elevazione dell’Ostia e del Calice nel Canone è un segno del fatto che la liturgia della Chiesa non è un oggetto da dissezionare sul tavolo della “sala operatoria” degli esperti, bensì è soggetto vivo della fede e della preghiera ecclesiali: «Purtroppo, forse, anche da noi Pastori ed esperti, la Liturgia è stata colta più come un oggetto da riformare che non come soggetto capace di rinnovare la vita cristiana, dal momento in cui “esiste un legame strettissimo e organico tra il rinnovamento della Liturgia e il rinnovamento di tutta la vita della Chiesa. La Chiesa dalla Liturgia attinge la forza per la vita”» (Benedetto XVI, Discorso nel 50° di fondazione del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo, 06.05.2011).

da Zenti, via messainlatino.it, immagine Corbis

BENEDICTO, SVMMO PONTIFICI
 ET VNIVERSALI PATRI 
PAX, VITA ET SALUS PERPETVA!

Il gran ritorno: la Papae Marcelli alla Messa Papale

1958, 4 novembre: l'ultima Messa d'Incoronazione sulle note della Papae Marcelli

La composizione più illustre del Maestro di Cappella della Basilica Lateranense, la musica che rieccheggiava tra le volte della Basilica di San Pietro ad ogni Incoronazione di papa: la Missa Papae Marcelli di Giovanni Pierluigi da Palestrina quest'oggi ha ritrovato finalmente spazio nella Liturgia papale dopo diciassette anni di oblio. Era il 1994, a quattrocento anni dalla morte del compositore, quando il Maestro Bartolucci la diresse per l'ultima volta nella Basilica Vaticana con un Giovanni Paolo II celebrante all'Altare della Confessione. Quest'oggi, omaggio nell'occasione dei festeggiamenti per i sessant'anni di Sacerdozio del Santo Padre, la Papae Marcelli ritorna eseguita dalla Sistina capitanata da Mons. Palombella ad alternanza con il coro dell'Accademia di S. Cecilia (con risultati assai discutibili). Della Missa sono stati eseguiti Kyrie, Gloria e Credo



La grandiosa composizione a sei voci nata tra il 1555 -anno del breve regno di Papa Marcello II, a cui tradizionalmente la Messa è dedicata- e il 1562 è stata forse ispirata dall'antica chanson "L'homme armé", ma non sono pochi gli esperti che ricollegano la composizione al mottetto Benedicta es di Josquin Desprez. 



Un Palestrina esplosivo, che nella Missa Papae Marcelli riesce ad imporre un sentire umano corale e collettivo che dalla più profonda interiorità della coscenza, volgendo a Dio preghiera, lode e glorificazione, arriva a farsi voce, amplificatore della moltitudine dei fedeli. Una Missa priva di qualunque spirito trionfalistico e del celebrativo, con una trama che annulla tutti i sensi di artificiosità e gioca sulle più elementari e scontate note e alle conseguenti scale e armonie proprie del settimo modo e dei modi ad esso affini.







 
Un azione musicale che sintetizza lo spirito del compositore, e l'autenticità del rapporto del singolo con il divino, nel riverberare dell'emozione trasmessa dalla parola sacra che si va pronunciando, dalle sensazioni che l'invocazione va suscitando espressione di moltitudini, che vanno moltiplicandosi, sino all'Aguns Dei a sette voci.
Caro Mons. Palombella, più Palestrina (ben eseguito)!

Un precedente? Tettamanzi, da Genova a Milano



di Paolo Rodari
Leggo da più parti che l’arrivo di Scola a Milano “non ha precedenti”. Ieri, a MIlano per l’inchiesta uscita oggi sul Foglio, ne ho parlato con un monsignore della curia milanese. Quanto mi ha detto non l’ho riportato nell’inchiesta e così lo riporto qui.

“Senza precedenti l’arrivo di Scola da Venezia? Ma per favore. Anche Tettamanzi lasciò Genova, una diocesi importante, per Milano. E la cosa venne vista da molti come inusuale. Certo, Venezia è una patriarchia ma Genova resta la diocesi del grande Siri… mica poco. Tettamanzi erà già cardinale, come Scola. E tra l’altro lo era da meno tempo rispetto a Scola. Se proprio vogliamo dirla tutta, chi ha rotto la tradizione è stato Giovanni Paolo II spostando Tettamanzi da Genova. Benedetto XVI, forte di questo precedente, ha avuto meno difficoltà a ‘imporre’ il nome di Scola”. 

da palazzoapostolico.it

Scola Arcivescovo di Milano: il discorso alla nomina


Eminenza, Eccellenza, Fratelli nel sacerdozio, Carissimi fedeli, Vi ho convocato in questa preziosa Sala del Tintoretto per comunicarVi la decisione del Santo Padre, portata a mia conoscenza qualche giorno fa, di nominarmi Arcivescovo di Milano.
Potete ben capire come non sia facile per me darVi questa notizia. E proprio per questo saprete essere magnanimi nei miei confronti.
Vi dico semplicemente che ho accolto in obbedienza la decisione del Papa perché è il Papa.
Con sincerità debbo riconoscere che in questo momento il mio cuore è un po’ travagliato. Da una parte, ci sono il fascino della splendida avventura vissuta nelle terre di Marco che dura ormai quasi da un decennio, e il dolore per il distacco da Voi che, per dirlo con l’Apostolo Paolo, «mi siete diventati cari» (1Ts 2,8); dall’altra, mi aspetta la Chiesa di Milano, quella in cui sono stato svezzato contemporaneamente alla vita e alla fede.
Tuttavia molto di più che questi argomenti di carattere personale, conta la disposizione ad accogliere il disegno di Dio nella mia vita. Sono certo che questo disegno passa dall’azione dello Spirito Santo nella Chiesa e in essa, in modo speciale, dal ministero del Santo Padre. Nonostante i miei limiti, grazie all’educazione ricevuta fin dall’infanzia, ho imparato che Dio è sempre più grande e il Suo disegno su di noi, quando è accolto con animo aperto, è sempre il più conveniente, non solo per la propria persona ma anche per quanti ci sono stati affidati.
Siamo quindi chiamati a guardare il disegno del Padre, Voi ed io insieme, con gli occhi ed il cuore di chi ama la Chiesa nella sua splendente universalità che poggia su un’incessante comunione tra le Chiese particolari: da Marco ad Ambrogio, da San Lorenzo Giustiniani a San Carlo, per limitarmi alle radici profonde delle Chiese che sono in Venezia e in Milano.
Voglio vivere questa nomina come uno scambio di amore. Mi ha confortato in questi giorni una bella affermazione del nostro Proto-Patriarca contenuta ne “Il capitolo dell’amore” (XI, 1): «Nessuno è mai avvinto più ardentemente di quanto è avvinto dall’amore. E non si può non amare, quando si sa di essere amati. E che si è amati e si ama, lo si intende dai doni che ci si scambia in testimonianza di questo amore». Con questo spirito accolgo la decisione del Santo Padre e chiedo a Voi di fare parimenti.

Tengo a dirVi che lascio la vita del Patriarcato in ottime mani. La simultanea partenza di S.E. Mons. Beniamino Pizziol e la mia possono, di primo acchito, creare qualche sconcerto. Eppure, esaminate le cose con il realismo della fede, sono certo che il popolo cristiano e, soprattutto, il presbiterio veneziano, sono garanzia di un futuro pieno di speranza. La Visita Pastorale e il modo con cui tutta la Diocesi e la società civile hanno vissuto e stanno cominciando a mettere a frutto il dono della presenza del Papa tra noi ne sono solida conferma.
I mesi che ci separano dalla nomina del nuovo Patriarca non lasceranno la Diocesi senza guida. Il Santo Padre mi ha nominato Amministratore Apostolico, con le facoltà di Vescovo diocesano, fino al giorno 7 settembre. Inoltre, già da ora posso comunicare di aver chiesto che S.E. Mons. Beniamino Pizziol mi succeda come Amministratore Apostolico dal giorno 8 settembre fino alla presa di possesso del nuovo Patriarca.
A tenore di quanto stabilito dalle norme della Chiesa, non è possibile procedere alla nomina del Vicario Generale. È mia intenzione, tuttavia, portare a termine la consultazione perché possa essere di aiuto per il futuro. Inoltre, da oggi cessano le facoltà dei Vicari Episcopali, così come le funzioni dei Consigli Presbiterale e Pastorale. Tuttavia, per assicurare il normale svolgimento della vita nel Patriarcato, mi è consentito di procedere alla nomina di Delegati (cf. canoni 416-417 e Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi Apostolorum successores, Appendice nn. 233-247).
Invito i sacerdoti, le comunità parrocchiali e religiose, ad elevare ferventi preghiere per la nomina del nuovo Patriarca e per le necessità del Patriarcato. Nella Basilica Cattedrale di San Marco e in tutte le altre chiese della Diocesi si celebrino Sante Messe con il formulario previsto dal Messale romano per l’elezione del Vescovo (cf. Apostolorum successores n. 247).
Avremo modo in occasione della Festa del Redentore e degli atti di congedo, agli inizi di settembre, di ritornare sul cammino di questi anni, sul futuro della nostra Chiesa e della nostra amata Venezia di terra e di mare. Potrò così ringraziare debitamente della comunione e della collaborazione che mi è stata offerta in questi anni, a cominciare dalla discreta e preziosa amicizia del Cardinale Marco.
Voglio rivolgere un saluto molto intenso a quanti stanno partecipando ai Grest, ai campi scuola, alle vacanze estive. Ho nel cuore in modo speciale e chiedo la preghiera dei bambini, degli anziani, degli ammalati e dei più poveri ed emarginati. Così come mi affido particolarmente alla preghiera dei monasteri del nostro Patriarcato.
Per ora rinnoviamo il nostro affidamento alla tenera protezione della Vergine Nicopeia che anche in questa occasione ci accompagnerà alla vittoria della fede, della speranza e della carità.

Angelo Card. Scola


da GENTE VENETA, immagine da flickr

La nomina: adieu Scola!


RINUNCIA DELL’ARCIVESCOVO METROPOLITA DI MILANO (ITALIA) E NOMINA DEL SUCCESSORE
Il Santo Padre Benedetto XVI ha accettato la rinuncia al governo pastorale dell’arcidiocesi di Milano (Italia), presentata da Sua Eminenza il Card. Dionigi Tettamanzi, in conformità al can. 401 § 1 del Codice di Diritto Canonico.
Il Papa ha nominato Arcivescovo Metropolita di Milano (Italia) Sua Eminenza il Card. Angelo Scola, finora Patriarca di Venezia.
[01020-01.01]

Il Corpus Domini e il Patriarca


Secondo le indiscrezioni del vaticanista Andrea Tornielli, la solenne Liturgia del Corpus Domini, celebrata ieri nella Basilica marciana con gran concorso di popolo, rischia di essere annoverata tra le una ultime officiate dal Cardinale Scola come Patriarca di Venezia. Riportiamo qualche bella immagine del Pontificale e della seguente processione, tra le più suggestive delle città venete.












immagini da Flickr

Il Patriarca con le ore contate: domani l'annuncio


di Andrea Tornielli

Il Papa ha scelto il cardinale Angelo Scola come successore di Dionigi Tettamanzi sulla cattedra di sant’Ambrogio. L’annuncio è previsto a mezzogiorno di domani, vigilia della festa dei santi Pietro e Paolo, e sarà dato contemporaneamente dal bollettino della Sala Stampa vaticana e dalle curie di Milano e di Venezia: il cardinale Tettamanzi diventerà amministratore apostolico della diocesi ambrosiana fino al momento dell’ingresso del suo successore, che avverrà con molta probabilità nella seconda metà di settembre.

Benedetto XVI, dopo quasi settant’anni di nomine papali dirette, ha voluto che le candidature per la diocesi di Milano fossero vagliate seguendo tutti i passi previsti. In febbraio il nunzio apostolico in Italia Giuseppe Bertello ha cominciato le ampie consultazioni: ne sono state fatte tre, che hanno coinvolto un vasto numero di cardinali, vescovi, sacerdoti e laici. La rosa di nomi è stata ridotta prima a cinque e infine a tre. L’indicazione finale è stata favorevole a Scola. Ma molti precisi segnali fanno ritenere che a lui Ratzinger pensasse fin dall’inizio, data la stima e la personale conOscenza che data a quarant’anni fa.

Scola ha partecipato al conclave del 2005 che ha eletto Benedetto XVI, e ha continuato a mantenere un rapporto personale con il Pontefice: è suo il suggerimento, poi accolto dal Papa, di istituire un dicastero dedicato alla nuova evangelizzazione.

La diocesi di Milano è una delle più importanti e vaste del mondo: conta 1107 parrocchie, ragguppate in 73 decanati e in 7 zone pastorali. Il numero degli abitanti è superiore ai 5 milioni. I preti impegnati nella pastorale sono circa tremila (duemila diocesani e mille religiosi), i parroci sono più di 800.

Con la designazione di Scola, vescovo-teologo che ha 69 anni e mezzo e dunque ha davanti a sé un episcopato non lungo, si conferma la tendenza delle ultime importanti nomine di Benedetto XVI: nel gennaio 2010 il Papa ha infatti designato arcivescovo di Bruxelles il settantenne André-Joseph Léonard, e undici mesi dopo ha nominato arcivescovo di Santiago del Cile l’ormai sessantanovenne Ricardo Ezzati Andrello. Lo stesso arcivescovo uscente, il cardinale Dionigi Tettamanzi, aveva 68 anni e mezzo al momento dell’ingresso a Milano, e il suo episcopato si è protratto per nove anni grazie a una proroga di un biennio concessagli dalla Santa Sede.

La nomina a Milano è stata seguita in modo particolarmente attento dai media, dato l’importanza che riveste nel panorama ecclesiale italiano, europeo e mondiale: nel secolo scorso, due arcivescovi di Milano sono diventati Papi, Achille Ratti (Pio XI, 1922-1939) e Giovanni Battista Montini (Paolo VI, 1963-1978).

Ma questa non è una novità: il giorno stesso della morte del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, avvenuta il 30 agosto 1954, il Corriere d’Informazione, quotidiano della sera, titolava: «Domani la salma di Schuster sarà esposta nel duomo di Milano. Monsignor Montini probabile successore». Montini venne effettivamente designato il novembre successivo.

Si sono invece mostrate del tutto infondate le voci giornalistiche che negli ultimi mesi hanno presentato la candidatura di Scola come soltanto «mediatica», o hanno affermato che lo stesso cardinale avrebbe rifiutato la nomina.

da La stampa, immagine da flickr

In Festo Sanctissimi Corporis Christi



Panis angelicus
fit panis hominum;
dat panis caelicus
figuris terminum;
O res mirabilis:
manducat Dominum
pauper, servus et humilis.


O eccellentissimo Sacramento, da adorare, venerare, glorificare, amare, meditare, innalzare con le maggiori lodi, esaltare con le preghiere più alte, onorare con ogni zelo, perseguire con ogni ossequio di devozione, ritenere con animo puro!

O memoriale nobilissimo, da commemorare nell'intimità del cuore, da radicare fermamente nell'animo, da custodire diligentemente nelle viscere del cuore, da richiamare in meditazione e celebrare frequentemente!

E' questo il memoriale dolcissimo, il memoriale santissimo, il memoriale salvifico, nel quale richiamiamo la grata memoria della nostra redenzione; nel quale siamo distolti dal male, confortati nel bene, avviati ad aumento di virtù e di grazie; nel quale inoltre, siamo ristorati dalla presenza corporale dello stesso Salvatore.
Si celebri ogni anno più speciale e più solenne memoria [...] affinché in tale giorno le masse devote dei fedeli accorrano zelanti alla chiesa a questo scopo, e clero e popolo uniti in gioia comune erompano in canti di lode, e i cuori e i volti di tutti, le bocche, le labbra, risuonino di inni e di letizia salutare; e trionfi di fede, la speranza tripudi, la carità esulti, la devozione applauda, la purezza giubili, la sincerità si allieti [...].

Urbano IV, "dato a Orvieto il terzo giorno delle Idi di agosto, anno terzo del nostro pontificato."
 Transiturus de hoc mundo, bolla, 11 agosto 1264

Splendori patavini: il Settecento della Cappella Antoniana

Le gallerie del tornacoro nella Basilica del Santo, dove si collocava la Cappella musicale ai tempi del Vallotti

"Addì 17 lasciò di vivere il signor Matteo Bissoli, eccellente suonatore di oboe, che da molti e molti anni decorava l’orchestra del Santo. Egli è l’ultimo de’ quattro lumi onde la suddetta orchestra era tanto chiara e famosa». È il mese di febbraio del 1780 quando Giuseppe Gennari, diarista padovano vissuto nel Settecento, registra la morte di Matteo Bissoli, celebre virtuoso, nato a Brescia, ultimo rappresentante di una stagione d’oro della cappella musicale della basilica del Santo. Nelle Notizie giornaliere del Gennari, redatte tra il 1739 e il 1800 (pubblicate a cura di L. Olivato, Rebellato, Padova 1982), compaiono più volte anche i nomi degli altri tre “lumi” della cappella: il violinista Giuseppe Tartini, il violoncellista Antonio Vandini e il maestro di cappella Francesco Antonio Vallotti. Con loro, Padova divenne un centro di interesse non solo per numerosi musicisti provenienti da tutta Europa, ma anche per viaggiatori inglesi, tedeschi e francesi, che non mancavano di visitare la città veneta per ascoltare le loro esecuzioni. Quattro musicisti, quindi, che collaborarono per decenni e offrirono il loro servizio nelle occasioni liturgiche e in concerti privati. Ultimo dei quattro musicisti a fare parte dell’organico della cappella musicale, Matteo Bissoli venne assunto come virtuoso di oboe nel 1736. In una dimensione liturgica si inserisce la produzione musicale di Francesco Antonio Vallotti. Nato a Vercelli nel 1697, Vallotti fu maestro di cappella presso la basilica per più di cinquant’anni e, in qualità di organizzatore e responsabile delle attività musicali della cappella, compose un consistente corpus di brani usati nel corso dell’anno liturgico in basilica. Accanto alle composizioni vocali di Vallotti si collocano quelle prettamente strumentali di Giuseppe Tartini. I suoi concerti per violino, destinati in gran parte al servizio liturgico presso la basilica, prevedevano un organico orchestrale al completo. Bolognese, violoncellista virtuoso e compositore,Antonio Vandini entrò a far parte della cappella musicale, come Tartini, a partire dal 1721.

Giuseppe Tartini





L’orecchio dell’ascoltatore moderno è oggi abituato ad ascoltare la musica del passato in modo totalmente svincolato dal contesto in cui si è andata formando e dalle finalità per cui è stata scritta. Accade così che un vasto repertorio come la musica strumentale del Settecento viene considerata come un genere a sé stante, mentre è nata in un contesto liturgico e veniva ascoltata e diffusa in chiesa, in un’interessante e proficua mescolanza di brani vocali, pezzi a tutta orchestra, repertorio solistico ecc. Non sempre è possibile ricostruire il contesto esecutivo di questi brani, ma varie indagini in questo senso gettano luce sul contesto ambientale, produttivo e fruitivo dell’epoca. Che valore ha una ricerca del genere? Certamente consente di ascoltare in modo diverso. Inoltre riuscire a collocare il brano musicale nel contesto in cui è nato ci permette di comprenderne meglio i meccanismi interni, la finalità esecutiva, la circolazione, le modalità di recezione da parte degli ascoltatori, le influenze ricevute e realizzate ecc. In questo contributo ho raccolto una serie di testimonianze e notizie relative ai concerti di Giuseppe Tartini. A partire dagli anni venti del Settecento l’attività compositiva ed esecutiva di Tartini si lega indissolubilmente alle vicende del corpo orchestrale della Basilica di S.Antonio a Padova. Nel 1721 egli veniva assunto per chiara fama e senza obbligo d’esame come Primo violino / Violino capo di concerto della cappella musicale della Basilica Antoniana, con una qualifica coniata appositamente per lui, che verosimilmente comportava la programmazione e direzione della musica strumentale eseguita durante le funzioni. L’interesse e il rilievo dato dalla Veneranda Arca del Santo proprio in quegli anni alla figura del primo violino è direttamente collegato all’obiettivo del rinnovamento e ampliamento della cappella, sostenuto anche con l’aumento degli stanziamenti annui per la cappella musicale in corso nel secondo decennio del Settecento.

p. Francesco Antonio Vallotti
Le esigenze musicali legate al calendario liturgico di tutto l’anno, insieme agli “obblighi de’musici” erano stabiliti da vari Capitolari pubblicati fin dal XVII secolo. Tra di essi il Capitolario approvato dalla Presidenza dell’Arca il 19 giugno 1721 riporta gli Obblighi negli Organi con Instrumenti, e Concerti, in cui tutta l’orchestra era impegnata nelle seguenti funzioni:
La Compieta nelle Domeniche, e Feste tutte dell’Avvento, come pure nelle Domeniche di Quaresima, e Feste, Lunedì e Martedì Santo. Nel riponersi il SS.Sagrgamento il Tantum ergo. In tutti i Venerdì di Quaresima, e il Venerdì fra l’Ottava del Santo la Compieta solenne con il Transito.
Mentre negli Obblighi negli Organi con Instrumenti rientrano le seguenti festività:
Nelle Domeniche di tutto l’anno la Messa, eccettuato il tempo delle Vacanze. Nelli Martedì di tutto l’anno la Messa, eccettuato come sopra, e dopo la Messa il Si quaeris Miracula al Glorioso S.Antonio.

La parola ‘concerto’ non riveste nei Capitolari il significato di genere musicale che diamo noi oggi al termine, piuttosto è probabile che essa indichi la presenza di parti solistiche (anche vocali). Una delibera del 1726 sancisce che “nelle Messe tutte a concerto si faci doppo il Credo la sua Sinfonia” e certamente gran parte dei concerti e delle sonate di Tartini nascono per queste funzioni e sono legati al grado di solennità della festa. È probabile che essi venissero eseguiti suddivisi nei singoli movimenti: all’Offertorio il primo movimento, il secondo all’Elevazione, il terzo al Communio o alla conclusione del servizio. Le date manoscritte ritrovate sulle parti dei singoli strumenti, sebbene relative a un periodo di poco successivo a Tartini, confermerebbero questa prassi. 
In occasione di festività particolarmente solenni e prolungate era possibile l’esecuzione di più di un concerto nel corso del rito. Lo storico della musica Charles Burney, visitando Padova nell’estate del 1770, descrive una di queste messe concertate:
Mi recai alla chiesa di S.Antonio, dove, ricorrendo il Giorno del Perdono, si celebrava una messa con parti solistiche, composte da Padre Vallotti, che presenziava battendo il tempo [...]. Benché non si trattasse di una festività importante, l’orchestra era più numerosa del solito. Ci tenevo molto a sentire il celebre oboe Matteo Bissoli e il famoso vecchio violoncellista, Antonio Vandini che, come dicono gli italiani, suona in modo tale da far parlare il suo strumento. [...] Il coro di questa chiesa é immenso; i bassi sono posti tutti su un lato; i violini, gli oboi, i corni e le viole sugli altri lati. Le voci sono divise tra le due gallerie. 
Fino a metà Seicento il coro precedeva il presbiterio, chiudendo la vista all’altare, mentre dopo la ‘voltura del coro’ del 1650, esso venne disposto secondo la configurazione attuale, sui tre lati attorno all’altare. L’orchestra era disposta lungo tutta la galleria, con gli strumentisti vestiti in cotta e nascosti alla vista dei fedeli da drappi. Altri illustri personaggi e valenti musicisti ruotano attorno al Santo negli stessi anni di Tartini, facendo della Basilica un polo musicale d’eccezione e creando una vero e proprio circolo di musicisti con scambi e influenze tra varie personalità di esecutori, virtuosi e compositori, come emerge da una lettera del 1751 in cui Padre Vallotti scrive al conte Giordano Riccati:
Ho parlato col Sig. Tartini, col Sig. Matteo [Bissoli], e col Sig. D.Antonio [Vandini] per il noto Ottavario, ed avendo inteso che io sarò destinato a fare le funzioni hanno abbracciato tutti e tre l’impegno di suonare non solamente i Concerti, ma anche a tutta funzione, come fanno qui in questa Chiesa del Santo, e questo per dire il vero non è cosa indifferente, perché tre soggetti di questa fatta fanno spiccare tutta l’Orchestra.

Guido Viverit e Margherita Canale Degrassi

Antonio Vandini visto da Pier Leone Ghezzi





Un nunzio in patriarcato: Parolin o Giordano?



di Marco Tosatti


Il Papa non ha ancora reso ufficiale la nomina del Patriarca di Venezia Angelo Scola a nuovo arcivescovo di Milano (l’annuncio dovrebbe essere imminente) e già sono partiti giochi, manovre e consultazioni per trovargli un sostituto sulla Laguna. Il nome che si fa con insistenza è quello di Pietro Parolin, già sotto-segretario della Sezione per i rapporti con gli Stati e dal 2009 Nunzio in Venezuela.
Ma il nome del candidato “reale” che si sta cercando di far avanzare è quello di Aldo Giordano, già Segretario generale del Consiglio delle Conferenze Episcopali europee a Bruxelles e ora Osservatore al Consiglio d'Europa a Strasburgo. E’ un nome che il Nunzio in Italia, Giuseppe Bertello, sta sponsorizzando con grande vigore. Ed è entrato nel tourbillon di candidature per Milano, prima che la Plenaria della Congregazione per i vescovi votasse a grande maggioranza per Scola.
Ma proprio per sorreggere la candidatura emergente di Giordano, è stato richiesto il parere di arcivescovi, come Forte e di vescovi come Bregantini oltre a quello del “Ministro della Cultura” Ravasi di cui si sapeva la preferenza per il prelato cuneese “prestato” alla diplomazia (Giordano non viene dall’"Accademia”).
E’ interessante però riportare anche quello che ha detto durante le discussioni nella Plenaria, un porporato di grande esperienza e che conosce benissimo il mondo della diplomazia vaticana: “Io non so perché si tirino fuori questi diplomatici. Naturalmente non c’è nulla da dire su mons. Giordano, che, fra l’altro comunque non è neanche un diplomatico, è prestato in servizio, e l’arcivescovo Parolin. Non parlo delle persone in sé. Dico soltanto questo. Perché tirare fuori dal servizio diplomatico queste persone? Se sono cattivi, è meglio non spargerli in giro. Se sono buoni, perché ce li togliamo? Perché la diplomazia secondo me è un servizio di gran lunga superiore a quello di un vescovo diocesano. Allora è meglio non sguarnirci. Se sono cattivi, purtroppo, teniamoceli, e non li esportiamo; se sono buoni ce li teniamo e ne siamo contenti”. Fra l’altro, ed è una notazione interessante, se per caso la scelta per Venezia dovesse andare nella direzione auspicata dal Nunzio in Italia, quella della Laguna sarebbe la terza diocesi veneta affidata a un diplomatico.
Il Veneto ha già due ex diplomatici, ed ex nunzi: mons. Bressan a Trento e mons. Mattiazzo a Padova. E non mancano critiche e problemi da parte di alcune frange di fedeli.

da La stampa, immagine flickr

In Festo Sancti Antonii Patavini



O proles Hispaniae,
pavor infidelium,
nova lux Italiae,
nobile depositum
urbis Paduanae.

Bartolomé Esteban Murillo Sant'Antonio da Padova, 1665-1666, olio su tela, 190 x 121, Siviglia, Museo de Bellas Artes.

Splendori patavini: Pentecoste e petali di rosa a Santa Giustina

 
La tradizionale cascata di petali di rosa benedetti, al canto della Sequentia, nella Basilica di Santa Giustina in Padova.



In Dominica Pentecostes



Emítte Spíritum tuum, 
et creabúntur; et renovábis
fáciem terræ.
Veni, Sancte Spíritus, reple
tuórum corda fidélium; et tui amóris
in eis ignem accénde.

Alleluia (Ps. 103,30)



Tiziano Vecellio, La Pentecoste, 570x260 cm, Basilica di Santa Maria della Salute in Venezia

Tornielli incalza: il Papa ha firmato, Scola va a Milano



Questa mattina [11 giugno] il cardinale Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione dei vescovi, ha portato al Papa l’esito del “congresso” che si è tenuto giovedì scorso nel quale sono state discusse quattro nomine episcopali, tra le quali Milano. E gli ha presentato l’indicazione scaturita dalla riunione indicando Scola come il candidato più votato.
Il nome del patriarca di Venezia, secondo alcune indiscrezioni, avrebbe ottenuto circa venti voti: i cardinali e vescovi membri della Congregazione sono 32, ma almeno due di loro il 9 giugno erano assenti. Ciò significa che due terzi dei presenti si sono espressi in favore di Scola. Il suo nome era il primo della terna, hanno ottenuto voti anche gli altri due, il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi, e l’osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa, Aldo Giordano. Un paio di consensi sarebbero andati anche al nunzio in Venezuela Pietro Parolin, che alcune voci indicano ora candidato per Venezia.
Secondo alcune indiscrezioni rimbalzate da Roma (ma impossibili da verificare), il Papa avrebbe già deciso questa mattina la nomina del successore del cardinale Dionigi Tettamanzi. Non è possibile sapere che cosa è accaduto, anche se la decisione potrebbe effettivamente essere stata già presa. E’ comunque certo che la candidatura del patriarca di Venezia fosse tra le più probabili nella mente del Pontefice già da tempo e che ciò fosse ormai risaputo nella cerchia dei collaboratori della curia romana.
Salvo improbabili sorprese dell’ultima ora il patriarca di Venezia sarà il nuovo arcivescovo di Milano.

da 2.andreatornielli.it, immagine da angeloscola.it 

A Venezia? Già si parla di successione

Il Cardinal Roncalli, 43° Patriarca di Venezia. Il futuro siederà come 48°.

VENEZIA — Per il patriarca Angelo Scola la strada per Milano è da giovedì in discesa. La Congregazione dei Vescovi si è infatti riunita in Vaticano per discutere, tra i vari punti in agenda, la nomina del nuovo arcivescovo del capoluogo lombardo. Tre i nomi della terna: oltre quello di Scola, quello del vescovo di Rimini Francesco Lambiasi e quello dell'osservatore permanente della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa Aldo Giordano. Al termine della discussione, i prelati avevano il compito di dare una preferenza da sottoporre a papa Benedetto XVI, al quale spetta ovviamente la decisione finale. E' ben noto che Ratzinger ha sempre desiderato Scola come successore del cardinale Dionigi Tettamanzi: al nostro porporato lo unisce uan lunga amicizia, la collaborazione con la rivista Communio, e soprattutto la stessa visione ecclesiale. Un legame che ha avuto la testimonianza più alta nella recente visita del Papa alla diocesi che fu di San Pio X e Papa Giovanni: per la prima volta la visita dei Benedetto in una diocesi italiana è durata più di una giornata. Ma torniamo alla riunione di giovedì.
La terna si è trasformata in un poker, con l’aggiunta di Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, biblista coltissimo che però non è nelle grazie di questo Papa. Secondo le prime indiscrezioni, la preferenza della Congregazione sembra essere caduta sul patriarca, seguendo quindi la linea indicata (non esplicitamente) dal Papa. La terna e il risultato della discussione saranno sottoposti al Papa forse già domani. Quindi, in assenza di clamorose sorprese, entro fine mese il Santo Padre potrebbe nominare Scola arcivescovo di Milano. Gettandoci avventatamente nelle previsioni l'entrata del cardinale a Milano potrebbe avvenire già in settembre. E qualcuno parte già con il totosuccessore alla cattedra lagunare. I primi due nomi che circolano sono quelli di monsignor Pietro Parolin, nato a Schiavon, diocesi di Vicenza, nel 1955, già sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato e dal 2009 nunzio in Venezuela, legato all'ala cosiddetta silvestriniana, e quello di Bruno Forte, napoletano di 62 anni, che a Venezia ha un nutrito gruppo di amici.
A suo sfavore gioca una visione ecclesiale e teologica accesamente progressista, che in passato si è spesso trovata agli antipodi del Ratzinger-pensiero. Scola avrebbe quindi superato i due ostacoli che si trovavano sulla sua nomina. Da una parte l’età, nato a Malgrate (Milano) quasi 70 anni fa, avrebbe di fronte a sè circa 7-8 anni di governo diocesano, non molti per una diocesi complessa come quella ambrosiana. Dall’altra la provenienza: discepolo di don Giussani, Scola è stato spesso etichettato come «ciellino». Ma anche questo «limite» è stato brillantemente superato dal porporato, che negli anni veneziani ha saputo dialogare con tutte le anime e movimenti della sua diocesi, con equilibrio e abilità. Saldo nella dottrina, il patriarca (figlio di un camionista, come ricorda spesso) è stato molto attento ai problemi sociali della città, dal caso Vinyls al sistema scolastico. Li ha affrontati non solo con le parole, ma con le opere, a volte con piglio manageriale. Basta ricordare l’istituzione del polo Marcianum, la sua creatura più riuscita, che ora, in caso di trasferimento di Scola a Milano, potrebbe soffrirne.

C.R.

© Copyright Corriere del Veneto (da Papa R. blog)

Liturgie Papali: i Vespri e la Cappella di Pentecoste

La Sistina preparata per il Conclave: sull'altare l'arazzo che rappresenta la venuta dello Spirito Santo sopra i discepoli, copiato dall' originale di Giuseppe Chiari romano.
Roma, Papi e riti: l'antica Liturgia Papale nella Solennità di Pentecoste descritta ed illustrata da Gaetano Moroni negli anni '40 dell'Ottocento.

23. Vespero Papale della Pentecoste.
Questo ha luogo nella Cappella palatina dove il Papa risiede, recandovisi con piviale rosso, e mitra di lama d'oro; e i Cardinali con vesti, cappe, e tutt' altro rosso, co'domestici colle livree di gala. L'arazzo dell'altare rappresenta la venuta dello Spirito Santo sopra i discepoli, copiato dall' originale di Giuseppe Chiari romano. Il baldacchino dell' altare, e quello del trono sono di velluto rosso, del qual colore sono il paliotto, e la coltre del trono, e la coltrina della sedia Pontificia, cioè di lama d'oro rossa. Anche questo vespero si regola a norma di quello dell'Epifania , meno però, che mentre i cappellani cantori cantano adagio il Deo gratias del capitolo, il Papa discende dal soglio, e deposta la mitra, s' inginocchia al genuflessorio ( i cui cuscini sono pure rossi ) per l'inno: Veni creator Spiritus, che intuonano due soprani anziani.
24. Cappella Papale per la festa di Pentecoste. 
Questa solennità fu detta Pasqua rosata, perchè in molte chiese d'Italia si spargevano dall'alto delle rose, ed anche in S. Giovanni in Laterano, mentre in altre chiese al canto dell' inno Veni creator Spiritus, si suonavano le trombe per denotare il repentino fuoco, il quale precedette la venuta dello Spirito Santo, che in questo giorno celebra la Chiesa. Anticamente nella chiesa di santa Maria ad Martyres si recavano i Pontefici col clero, nella domenica precedente alla Pentecoste, a celebrarvi la stazione, e la messa dello Spirito Santo; nel qual tempo dalla sommità del tempio si gettavano delle rose, per cui rimase il rito di dispensarle in coro in questa festività; e sulla stessa venuta si recitava un analogo sermone.

In progresso di tempo questa Cappella celebravasi a tenore della disposizione di Sisto V, nella basilica di S. Pietro, ove in questo giorno è la stazione; ed il Sestini, fino al 1634, ci assicura, che in S. Pietro tenevasi questa Cappella, avvertendo che se il Papa volesse cantare la messa, allora i Cardinali assumeranno i paramenti rossi, adunandosi nella camera de' paramenti, e partendo da questa la processione; il che si fece tutte le volte che in tal giorno voleva il Papa fare Pontificale, ed altrettanto si dovrebbe praticare pure oggidì nelle circostanze straordinarie, come si fa per le consuete. Benedetto XIII, nel 1725, tenne Cappella, tanto nel vespero, che in questa mattina, nella basilica lateranense; e nel 1727, essendo tornato da Benevento, cantò messa in S. Pietro, e poi diede la solenne benedizione, che non avea dato per l'Ascensione: benedizione, che pure in questo giorno, nel 1765, diede Clemente XIII dalla loggia del Quirinale, giacchè per la dirotta pioggia non l'avea potuta compartire per l' Ascensione.

Attualmente questa festività celebrasi nella Cappella del palazzo apostolico abitato dal Sommo Pontefice, essendo l'altare, e il trono come nel vespero precedente. I Cardinali v' intervengono con due carrozze, co' domestici in livree di gala , ed in vesti, cappe e tutt'altro rosso. Il Papa vi si conduce come il giorno antecedente, ma col triregno, ed anticamente usava i flabelli, recandovisi in sedia gestatoria. Canta messa un Cardinal vescovo suburbicario, co' paramenti rossi, e terminata l'epistola, si canta l'alleluja da due soprani, mentre il Pontefice scende dal trono, e va ad inginocchiarsi al genuflessorio, deponendo la mitra. Indi i medesimi due soprani intuonano il verso: Veni creator Spiritus, che colla sequenza, e l'alleluja, dura finchè il Papa, tornato al soglio, ha letto l'epistola, e il vangelo, e posto l'incenso nel turibolo, e sinchè il diacono abbia preso la Pontificia benedizione.

Il discorso si recita in cappa paonazza, e berretta nera, da un alunno del collegio urbano di Propaganda Fide, e si distribuisce stampato dopo la Cappella, avendo l'alunno pubblicato a suo tempo l'indulgenza di trent'anni. Fu a detto collegio accordato questo privilegio da Clemente XIV, in virtù d'un breve de' 16 luglio 1773, giorno in cui soppresse la ripristinata Compagnia di Gesù, dalla quale era diretto il seminario romano, poco prima dal detto Papa eziandio soppresso, del quale privilegio appunto i convittori nobili erano in possesso. Il Cancellieri nelle sue Cappelle Pontificie (Roma 1790, a p. 340, e 34 r), tesse l'elenco di alcune "orazioni, sermoni, e discorsi sulla venuta dello Spirito Santo, recitati in questo giorno avanti il Papa, i Cardinali, e quelli che hanno luogo in cappella, cioè quelli pubblicati colle stampe incominciando nel 1593" ; rilevandosi, che sino dal 1617 nel Pontificato di Paolo V un alunno o convittore del seminario romano lo recitava, che fino al 1627 la cappella quasi sempre si tenne nella basilica vaticana, e che dopo tal anno ebbe per lo più luogo nella Paolina del palazzo Quirinale. Leggiamo però nella vita d'Innocenzo XII, Novaes tom. XI, p. 115 , che nel 1692 sermoneggiò in questo giorno nella Cappella Pontificia, il p. Francesco Tuzzi celebre gesuita, adattando giustamente a quel caritatevole Pontefice il versetto dell'inno della festività: Veni Pater pauperum, come quello, che dèi poverelli fu denominato: il padre de' poveri. Finalmente il mottetto dopo l' offertorio, Cum complerentur, è del Palestrina, colla seconda parte, la quale si suol dire, e si termina al solito degli altri mottetti. Se il Papa non assiste alla messa, il coro regola tutta la funzione col celebrante, il quale al verso Veni sancte Spiritus, s'inginocchia davanti il faldistorio, e la funzione è tutta andante, siccome avverte Andrea Adami.

da LE CAPPELLE PONTIFICIE cardinalizie e prelatizie di Gaetano Moroni

Lengoa veneta e Liturgia: per Gardin non s'ha da fare



Treviso in balia della Liturgia: dopo il caso della Messa in Forma Extraordinaria di Vetrego, saltata per presunte amarezze curiali, altri grattacapi in lengoa per il Vescovo Gardin.
Volevano celebrare una Santa Messa in lingua veneta, ma la Diocesi nega l’autorizzazione. E adesso a Vedelago regna l’amarezza.
Il rito religioso, unico nel suo genere, era previsto per domenica prossima, giorno della Pentecoste, di fronte al municipio del comune. L'evento si inseriva all’interno della prima edizione della «Festa delle origini venete», nata su iniziativa dell'associazione «Raixe venete» e supportata dal comune leghista retto da due mandati dal sindaco Paolo Quaggiotto.
La Curia di Treviso, ricevuta la notizia, ha preso però subito posizione, e non certo a favore di una simile iniziativa. «Non esiste assolutamente il permesso di celebrare la messa in lingua veneta, perché non esiste alcun messale approvato dall'apposita commissione romana -si legge nella nota- Le lingue consentite per le funzioni religiose sono quella italiana e latina, oppure lingue locali come ad esempio il friulano. Quella veneta no. Il permesso lo può dare solo la Santa Sede, ma non risulta che abbia approvato la lingua veneta per le celebrazioni. Chi le facesse, agisce fuori dalle regole. L'unica parte di una messa che potrebbe essere pronunciata in veneto -viene infine precisato- è l'omelia». Renzo Franco, assessore alla sicurezza e all'identità veneta e principale promotore dell'iniziativa, replica piuttosto seccato. «È ingiusto questo attacco della Diocesi -sottolinea- La lingua veneta è tra le più antiche d'Europa. Non voglio arrabbiarmi ma organizzando questa celebrazione non stiamo facendo nulla di male. Ora cercheremo di porre riparo, non è giusto far saltare la Messa: ma così perde tutto il nostro sistema territoriale veneto». Gli organizzatori avevano preparato un fitto programma con mostre di mezzi agricoli d'epoca, degustazioni, sfilate a cavallo oltre all'esecuzione dell'inno e l'alzabandiera della Serenissima, la dimostrazione dell'antica trebbiatura e un torneo di tiro alla fune. Ma la vera novità era proprio la Santa Messa in veneto che nelle intenzioni doveva essere officiata dal parroco di Cavasagra, don Lorenzo Piran. Sulla vicenda è intervenuta in serata anche l’associazione Raixe Venete: «È una celebrazione religiosa sulla quale ci sembra logico che a decidere sia la chiesa. La messa in dialetto veneto è un tema che ci sta a cuore e che intendiamo affrontare in futuro, ma senza fare polemica».

da Il gazzettino, immagine da angeloscola.it

Milano al Patriarca: per Tornielli (quasi) tutto è compiuto


di A. Tornielli
Si avvicina la nomina di Angelo Scola ad arcivescovo di Milano. È il suo nome ad essere uscito dalla riunione della Congregazione dei vescovi che si è svolta ieri mattina nel palazzo apostolico. I cardinali e vescovi membri del dicastero che collabora con il Papa nel vagliare la classe dirigente della Chiesa cattolica, hanno esaminato quattro «provviste», cioè le nomine per tre diocesi più quella di un vescovo ausiliare inglese.
La seconda all’ordine del giorno era quella di Milano, la diocesi più importante d’Europa e forse del mondo. Lo scambio di pareri non è durato a lungo né è stato troppo acceso. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in qualità di «ponente», ha dovuto riassumere ai colleghi porporati l’esito delle tre ampie consultazioni condotte dal nunzio in Italia per individuare il candidato più adatto.
I membri della Congregazione dei vescovi, che avevano ricevuto già da qualche giorno tutta la documentazione, si sono trovati di fronte a una terna di nomi – il patriarca di Venenzia Scola, il vescovo di Rimini Francesco Lambiasi, l’osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa Aldo Giordano – e a seguire una rosa più ampia, formata da altri candidati che avevano ricevuto voti e di segnalazioni, come il «ministro della Cultura» vaticano, il cardinale Gianfranco Ravasi, e il nunzio in Venezuela Pietro Parolin.
Com’era prevedibile, è stata sollevata un’obiezione riguardo all’età di Scola, che ha 69 anni e mezzo e dunque ha davanti a sé un episcopato non lungo. Ma anche questa riserva sembra superata. Del resto, altre due recenti nomine per importanti sedi europee e americane hanno visto Benedetto XVI scegliere candidati non giovani: nel gennaio 2010 il Papa ha infatti designato arcivescovo di Bruxelles il settantenne André-Joseph Léonard, e undici mesi dopo ha nominato arcivescovo di Santiago del Cile l’ormai sessantanovenne Ricardo Ezzati Andrello. Lo stesso arcivescovo uscente, il cardinale Dionigi Tettamanzi, aveva 68 anni e mezzo al momento dell’ingresso a Milano.
Nella riunione di ieri si è discusso anche di un’altra diocesi italiana, Urbino, e di una diocesi spagnola, oltre che del nuovo ausiliare a Londra. Ora il Prefetto della Congregazione dei vescovi, il cardinale Marc Ouellet, preparerà la documentazione da portare sul tavolo del Papa, forse già nell’udienza di domani. Benedetto XVI, il quale ha voluto che la nomina di Milano seguisse l’iter normale, dopo quasi un secolo di designazioni papali dirette, riceverà il dossier con i voti, il verbale della discussione, la rosa finale di nomi, l’indicazione su Scola.
Tutto è ancora possibile, dato che il Pontefice può cambiare le scelte della Congregazione, com’è avvenuto l’anno scorso per l’arcivescovo di Torino, quando Ratzinger scelse su Cesare Nosiglia, da lui conosciuto personalmente.
In questo caso però tutto lascia pensare che il Papa confermi l’indicazione di Scola. L’annuncio ufficiale si prevede per fine mese. Benedetto XVI conosce da molti anni il patriarca di Venezia, che è stato seguace di don Giussani nel movimento di Cl.
Ratzinger e Scola facevano parte della redazione della rivista teologica Communio, nata dopo il Vaticano II per raccogliere la linea dei teologi conciliari che non si riconoscevano nella rivista progressista Concilium. Il nuovo arcivescovo di Milano dovrà confrontrarsi con i malumori per l’accorpamento delle parrocchie nelle nuove unità pastorali, le polemiche sul nuovo lezionario ambrosiano, gli equilibri dell’Istituto Toniolo – la «cassaforte» dell’università Cattolica, e la nuova amministrazione milanese guidata da Giuliano Pisapia. E dovrà preparare la visita del Papa, in arrivo nel capoluogo lombardo fra un anno.

da http://2.andreatornielli.it/, immagine da angeloscola.it

Veneti episcopi: Carlo Agostini



Carlo Cardinale (nom.) Agostini, Patriarca di Venezia già Vescovo in Padova.


L'accoppiata esplosiva: Grillo e l'Universae Ecclesiae


Intervista di Moises Sbardelotto ad Andrea Grillo
(pubblicata sulla rivista brasiliana on-line IHU.unisinos.br del 29 maggio 2011)
 
Come interpreta la pubblicazione della istruzione “Universae Ecclesiae” nel momento presente della Chiesa? Secondo lei, quali sono state le vere intenzioni del Vaticano con questo provvedimento?

Il documento “Universae Ecclesiae” estende l'ambito operativo del Motu Proprio “Summorum Pontificum”, ossia la estensione personale e territoriale di una pretesa di parallelismo rituale che instaura una co-vigenza tra rito ordinario e rito straordinario, cosa che – già a prima vista – si rivela incoerente, inefficace e gravemente pericolosa per la comunione ecclesiale. Con la pretesa di consentire una duplice vigenza di forme diverse e non armoniche del medesimo rito romano, si determina progressivamente un conflitto indominabile tra tempi, spazi, abiti, riti, calendari, ministeri, codici, competenze diversi. L’estensione riguarda sia le abilitazioni soggettive al rito, ossia i criteri con cui i soggetti possono vantare diritti in materia, sia le finalità oggettive del rito, che più esplicitamente vengono definite "pastorali". In realtà, questo documento, nonostante le buone intenzioni, rischia di rendere impossibile qualsiasi pastorale liturgica, poiché ha un effetto pericolosamente disorientante su tutti: anzitutto sui vescovi, che perdono il controllo delle diocesi, poi sui preti e infine anche sui laici, per il fatto che sottrae alla Riforma la sua necessità.
 
In termini teologico-liturgici generali, cosa distingue il rito straordinario (tridentino) e il rito ordinario (post-Vaticano II)? Che “mistero” e che “chiesa” sono enfatizzate in ciascuno di loro?

Si tratta di due forme dello stesso rito, di cui quella più recente (post-Vaticano II) è più antica di quella tridentina. È utile leggere un libro, di Francois Cassingena-Trevedy, che si intitola “Te igitur”, dal quale si capisce bene come il rito tridentino sia un rito “tipicamente moderno”, che oggi rileggiamo in modo individualistico, soggettivistico e borghese. Il passaggio da questa prima forma moderna del rito romano alla seconda forma, post-conciliare, comunitaria, relazionale, simbolico-rituale, è avvenuto attraverso un Concilio e una lunga fase di riforma, che è stata causata dai limiti, dalle lacune, dalle unilateralità del rito tridentino, di cui la Chiesa si era progressivamente accorta, a partire dal XIX secolo. Il passaggio che la Riforma vuole promuovere riguarda il soggetto che celebra (dal solo prete al rapporto assemblea/ministri), il rito (che non è più solo da osservare da parte di un singolo, ma è da celebrare da parte di una comunità), la relazione con Dio (che da monologica diventa dialogica), la parola di Dio (che ora ha spazio, visibilità sacramentale e ricchezza molto più significativa), il ruolo della comunione (che ora è compiuta da tutti come una azione rituale della messa e non più come devozione privata). Tutti questi passaggi rappresentano gli stadi diversi di un medesimo rito romano. Bisogna notare che le due forme sono in continuità (e garantiscono continuità) nella loro successione diacronica. Se con una finzione giuridica si rendono queste diverse forme contemporanee e oggetto di scelta opzionale, si crea una situazione ibrida e anomala, priva di certezza e di orientamento, che presto si rivela un pasticcio, con il quale si introduce una grave discontinuità nella tradizione del rito romano. La continuità è garantita dalla successione di forme diverse del medesimo rito, mentre il fatto di rendere contemporaneamente accessibili forme diverse di questo sviluppo storico del medesimo rito significa introdurre una rottura inedita e una discontinuità strutturale nella tradizione ecclesiale.
Mi pare che la affermazione che su questo piano risulta più paradossale e più grave sia la “assoluta libertà” riconosciuta al singolo prete, o vescovo, nella sua celebrazione “senza popolo”, di poter scegliere la forma ordinaria o straordinaria, senza dover rendere conto a nessuno: la Riforma liturgica diventa così un mero “optional” della stessa identità ministeriale. Anche questo è un “monstruum” inedito rispetto alla tradizione della Chiesa.
Mi chiedeva anche del “mistero” e della “Chiesa”: mi pare che sia innegabile come una forma rituale descriva e proponga, allo stesso tempo, un modello di oggetto (il mistero di Cristo) e di soggetto (il mistero della Chiesa). Il mistero e la chiesa prendono figura nel rito celebrato. Ora, è evidente come il rito tridentino affidi larga parte della mediazione esclusivamente al ministro ordinato, con una deriva pericolosamente clericale della identità, degli stili retorici, delle forme dell’esercizio della autorità. È il prete ad avere a che fare con il mistero e con la Chiesa. D’altra parte è il prete a essere competente del rito, non la assemblea, che si limita ad assistere e – nel frattempo – esercita la propria devozione su altri testi e con altri riti. I riti e le preghiere non sono comuni. Il rito post-conciliare, invece, prova a mostrare meglio una “presenza di Cristo” mediata in molti modi, articolando meglio carismi, ministeri, soggetti, funzioni, tempi, spazi, ecc. E lo fa pretendendo che il rito diventi “linguaggio comune di tutta la Chiesa”. Per questo, come dicevo all’inizio, il rito che è scaturito dalla Riforma liturgica è “più antico” di quello tridentino, perché prova a incamminarsi verso quel superamento dell’individualismo – tanto clericale quanto laicale – che caratterizza in modo così forte quella versione moderna del rito romano che è il rito tridentino.

L'“Universae Ecclesiae” si manifesta come una risposta ai fedeli che “hanno espresso il vivo desiderio di conservare la tradizione antica” (n. 5). Nel fondo, che cosa significa la Tradizione per la vita della Chiesa, specialmente sul tema liturgico?
Conservare la tradizione antica è il grande obiettivo della cura pastorale per la liturgia, che l’ultimo secolo e mezzo aveva avuto difficoltà a mantenere viva e che viene ora garantito dal rito di Paolo VI. Nel periodo che ha preparato il Concilio ci si era resi conto che lo sviluppo post-tridentino della tradizione aveva sempre più offuscato il suo senso e la sua radice, irrigidendosi in una pletora e di norme e di forme insostenibili. Da questa difficoltà di quasi due secoli è sorto il desiderio di “adattare” e di “aggiornare” le pratiche rituali, al fine di recuperare il loro valore di fonte per la identità cristiana. La tradizione, infatti, per avere continuità, deve saper cambiare. Se invece affianchiamo alla tradizione rinnovata una tradizione vecchia, permettiamo ad una nostalgia di corto respiro di minacciare la tradizione stessa, di interromperne le vie di comunicazione e di trasformazione principali. La tradizione muta nel tempo, ma diventa tradizionalismo quando non accetta questo strutturale cambiamento e si fissa in modo rigido, con pretese della perennità. In questo modo muore la tradizione: in nome di attaccamenti personali e di sensibilità nostalgiche.


Il cosiddetto Messale di Giovanni XXIII, del 1962, risale al Papa Pio V, nel XVI secolo. Cosa significa, in questo senso, la ripresa oggi di un messale della Controriforma?
Il messale del 1962 non è soltanto l'ultima versione del messale di Pio V, ma è anche un atto profetico con cui Giovanni XXIII diede alla chiesa un testo provvisorio - e sottolineo “provvisorio”, perché così lo considera esplicitamente lo stesso papa Giovanni - in attesa della riforma che si sarebbe fatta alla luce degli "altiora principia" che sarebbero stati espressi dal Concilio Vaticano II, che nel 62 era stato già indetto. Negli anni scorsi una parte minoritaria e estremista della Curia Romana aveva osato chiamare questa piccola e marginale edizione del Messale tridentino, “la grande Riforma di Giovanni XXIII”: si tratta di una mistificazione senza verità e senza pudore. Il Messale del 62 è un testo di transito, di passaggio, contingente e provvisorio, secondo quanto ne dice, già nel 1960, lo stesso papa Giovanni, nel Motu Proprio “Rubricarum Instructum”. È dunque tanto più obiettivamente difficile "riprendere" o “risuscitare” il messale del 62, sia perché il papa successivo, Paolo VI, voleva che fosse superato e sostituito, sia perché Giovanni XXIII, lo stesso papa che lo aveva approvato, lo riteneva strutturalmente provvisorio. Considerare vigente il Messale del 1962 costituisce una finzione giuridica che non regge né di fronte a Paolo VI né di fronte a Giovanni XXIII. Ed è una finzione giuridica tanto più grave perché escogitata per la prima volta dagli ambienti tradizionalistici, agli inizi della Riforma liturgica, per far resistenza alla Riforma stessa. Sorprende che il papa Benedetto abbia fatto propria una teoria tanto inconsistente sul piano giuridico e con conseguenze così incontrollabili sul piano liturgico, ecclesiale e spirituale.


L’istruzione afferma che la celebrazione della Messa tridentina dev'essere fatta da un “sacerdote idoneo”, che ha una “conoscenza basilare” della lingua latina, “che permetta di pronunciare le parole in modo corretto e di capirne il significato”. Come resta la partecipazione liturgica dei fedeli con l'uso di una lingua morta? Che significato acquisisce la persona del sacerdote?
Accanto alle finzioni giuridiche, che ho appena illustrato, il documento presume molti, troppi fatti inesistenti. Il latino non è più lingua d'uso, nemmeno nella Chiesa. Altro è tradurre qualche riga del De bello gallico di Cesare, e altro è celebrare un rito. Questa non è solo la condizione dei preti che non studiano: questa è una condizione comune a tutti gli uomini e le donne di oggi: nemmeno i papi hanno più il latino come lingua d'uso. Non pensano più in latino. Scrivono le encicliche in italiano, in polacco, in tedesco... Presumere che un dvd possa dare l'uso sensato della lingua rituale è un sogno da visionari e una mistificazione grave e illusoria. Questo vale già per i preti. Non parliamo dei laici. Con il latino, essi tornerebbero subito ad "assistere", come dice esplicitamente la recente Istruzione UE. Ma questo è proprio ciò che il Concilio, nel 1963, auspica non debba succedere mai più nella Chiesa e che cerca di superare proprio con la Riforma liturgica. Il Concilio promuove una Riforma perché tutti possano sentire il rito come “proprio” linguaggio. Per questo è molto difficile sostenere che il recente documento UE non sia contro la Riforma liturgica, visto che incoraggia una partecipazione che inevitabilmente è quella da "muti spettatori".

Nella lettera inviata ai vescovi nel 2007 in occasione del motu proprio, il Papa ha detto: “Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande”. Così, è possibile coniugare il “sacro” e la “liturgia” senza “nessuna rottura”?
Il papa ha ragione se ci chiede di restare ben piantati nella dinamica di una storia che si articola nello spazio e nel tempo: nella successione storica delle due forme non c'è nessuna contraddizione tra rito vecchio e rito nuovo. Ma appunto, solo nella successione temporale di due forme diverse! Se invece si pretende di far convivere nella stessa unità di spazio e tempo queste due forme, senza subordinarne una all’altra in modo netto e definito, si perde immediatamente l'orientamento e così anche il senso della tradizione. La Riforma liturgica – dobbiamo ricordarlo a troppe menti che se lo sono dimenticate – è stata un atto necessario, un passaggio che la Chiesa ha avvertito e giudicato, al suo più alto livello, conciliarmente, un evento decisivo della propria identità, mentre oggi UE e già prima SP la riducono a un fatto semplicemente possibile, quasi ad un optional. Qui sta una differenza delicatissima, sottile come un capello, ma decisiva. Se si riconosce davvero la necessità storica della Riforma, non si può proprio affiancarle di nuovo quel rito che essa ha voluto e dovuto intenzionalmente superare. Quando lo si fa, si altera irrimediabilmente tutto il senso e l'impatto dell'atto di riforma.
D’altra parte, bisogna dire che se oggi ci si preoccupa di evitare che la tradizione subisca “rotture”, bisogna evitare di procurarne di peggiori: se la polemica sulle “ermeneutiche del concilio” è ricondotta alla sua vera intenzione, è facile vedere come non si tratta di contrapporre continuità e discontinuità, ma di contrapporre due diverse accezioni di discontinuità (ossia la Riforma e la discontinuità tout court!). Ogni Riforma introduce un certo grado di discontinuità per poter garantire una più profonda e autentica continuità.
Mi si permetta di fare un esempio, non liturgico, ma disciplinare. Pensiamo a che cosa fu la Riforma tridentina dell’episcopato, segnata dalla introduzione dell’obbligo di “residenza”. È certo una grande discontinuità rispetto alle prassi dei secoli precedenti. Proprio questa discontinuità, difesa e promossa per decenni e per secoli, ha prodotto lentamente una diversa visione dell’episcopato, meno amministrativa e più pastorale, meno imperiale e più paterna, meno prefettizia e più liturgica. Che cosa sarebbe accaduto se, con un Motu Proprio, un Papa della seconda metà del 600 avesse affermato che la “non residenzialità” non era mai stata abrogata e che quindi, a loro scelta, i vescovi avrebbero potuto risiedere o non risiedere nella loro Diocesi, a seconda dei loro affetti, attaccamenti o appartenenze? È solo un esempio per mostrare la contraddittorietà di una contemporanea assunzione di prospettive tra loro compatibili nel divenire della storia, ma che risultano del tutto incompatibili se assunte contemporaneamente.


Sulla stessa linea, come interpretare questa affermazione del Papa nella nostra epoca (“post-moderna”, “post-metafisica”, “post-rivoluzione tecnologica”), infine, in un nuovo periodo storico? Le risposte precedenti – sia liturgiche o teologiche – rispondono ancora al momento attuale?
Bisogna osservare che qui siamo di fronte a un effetto modernistico del tradizionalismo e ad un effetto tradizionalistico del modernismo. Mi spiego. La nostalgia verso il rito non più vigente viene trasformata in diritto soggettivo alla celebrazione secondo quell'assetto rituale, ecclesiale, spirituale. D'altra parte l'insistenza sul tema della libertà e della accoglienza genera una chiesa senza più pastorale. Per questo non è sbagliato chiamare "monstruum" questa apparente soluzione, che rivela nello stesso tempo due difetti di speranza: vi è, in questi atti, come un eccesso di presunzione insieme ad un eccesso di disperazione. La presunzione consiste nella pretesa di poter scavalcare non solo la pastorale ordinaria delle diocesi e delle parrocchie, ma anche le soluzioni che al problema della “gestione delle opzioni” avevano dato i papi del Concilio e del post-concilio. Ma vi è anche disperazione, perché non si ha più fiducia nel fatto che la Riforma liturgica, pur con tutte le sue difficoltà, possa essere la scelta irrevocabile della tradizione cattolico-romana. Presunzione e disperazione minano la speranza, che la Riforma aveva riaperto e continua a sostenere, e della quale ha ancora bisogno, purché non venga minata alla base dalla “legittima” compresenza della sua negazione. Il papa può appoggiare la Riforma liturgica, o può contraddirla. Non può fare nello stesso momento l’una e l’altra cosa, perché questo disorienterebbe progressivamente il corpo ecclesiale.

Il cardinale Kurt Koch ha recentemente dichiarato che questi provvedimenti sono i passi per una “riforma della riforma” del Vaticano II, che segue ancora in cerca di un rito che equilibri gli estremi. Come la liturgia del Vaticano II potrebbe essere riletta nel contesto attuale?
Certo senza volere, il card. Koch ha affermato ciò che il papa – almeno in quanto papa – ha ripetutamente negato. Che SP e UE vogliano introdurre una Riforma della Riforma non si può desumere dal testo dei documenti. In essi infatti si pretende di riaffermare tutto il valore della Riforma liturgica. D'altra parte non solo alcuni osservatori, ma la quasi totalità dei vescovi e del popolo di Dio, se non vivono chiusi in un museo diocesano, avevano già avvertito la strana contraddizione tra le parole e i fatti. Con il discorso del card. Koch sembra svelarsi l'arcano: se è intenzione del papa fare una Riforma della Riforma, allora hanno ragione tutti coloro che vedono una grave minaccia per la Riforma liturgica in questi due atti del magistero. La favoletta a lieto fine risulta ora poco credibile, come quando lo stesso Koch dice che “proprio i teologi che si erano impegnati nel movimento liturgico o che avevano partecipato ai lavori del Concilio sono presto divenuti seri critici degli sviluppi liturgici postconciliari”. Non mi risulta affatto che sia così. Non mi pare di conoscere un solo teologo che prima fosse favorevole e che poi sia divenuto contrario. Tra coloro che oggi scrivono contro la Riforma non c’è un solo teologo che vi abbia partecipato. Scrive contro, normalmente, chi la conosce poco. Questi giudizi in libertà, se provengono da parte di chi dovrebbe pesare quello che dice a partire dalla propria responsabilità, proiettano sulla realtà i desideri di chi li pronuncia, mentre i fatti provvedono puntualmente a smentirli.

La istruzione del Vaticano, attraverso la ripresa del “usus antiquior” della liturgia, si propone l'obiettivo di “favorire la riconciliazione in seno alla Chiesa”. Questo fine giustifica il mezzo scelto?
Ripeto che non è legittimo parlare di "usus antiquior". Lo chiamerei "uso più vecchio", o meglio ancora “uso fuori uso”, che se introdotto in un contesto pastorale armonico e di crescita ecclesiale, reca solo scompensi, conflitti, illusioni e frustrazioni. È la smentita di 50 anni di scelte faticose, coraggiose e piene di benefici per la vita delle comunità. L'intenzione e l'effetto non possono coincidere. Anzi si contraddicono, visto che la conformità del mezzo al fine è proprio la questione centrale che suscita perplessità in questi provvedimenti. A mio avviso la logica dell'indulto è l'unica a poter salvaguardare le scelte pastorali e le competenze episcopali. Mentre la "liberalizzazione", nella forma che ha assunto ora con UE, disorienta e impedisce una qualsiasi pastorale unitaria e armonica. Di questo sono ben consapevoli tutti i vescovi che hanno una reale esperienza pastorale. I pochi che possono condividere questa scelta sono quelli che non hanno un popolo cui rispondere. Se si sta sempre chiusi in ufficio, o forse anche se si aspira a entrare in qualche ufficio, è abbastanza facile pensare e dire con enfasi che questo documento porta solo pace e riconciliazione. Se solo si mette un piede fuori casa, e se si accetta di guardare in faccia la realtà, si capisce che si ottiene solo l'effetto contrario. Mi pare che questo dimostri un certo provincialismo tipico di quella mentalità curiale, che apre troppo poco le finestre per far entrare un po’ di aria fresca. E che riduce il mondo all'idea che se ne è fatta.

Alcuni commentatori suggeriscono che, dietro l'istruzione, sono messe in discussione delle differenze liturgiche tra l'“altare del sacrificio” e la “tavola della cena”. È possibile risolvere questa tensione?
La tensione è già risolta dalla Riforma liturgica. La mensa è altare. Questo comporta però un effetto molto importante in termini di spazio liturgico. La Riforma, come è noto, comporta un adeguamento delle chiese. Con questi nuovi documenti, che introducono un parallelismo tra forme rituali non coerenti, si creerà immediatamente una sorta di impedimento all'adeguamento da parte dell'uso vecchio. Nel nuovo rito mensa e altare possono convivere, nel vecchio no. Per questo la apparente tolleranza del SP e di UE introducono un fattore di intolleranza che può lacerare ogni comunità ecclesiale, cosa che non si riesce a impedire con il semplice ossequio formale al nuovo rito. D'altra parte, come ho già detto, sono gli stessi documenti a procedere con la stessa logica: formale ossequio alla Riforma e sottrazione progressiva delle ragioni della sua necessità procedono in essi di pari passo.



L'istruzione assicura ai fedeli interessati la “facoltà” di riprendere la Messa tridentina, facoltà che dev'essere concessa “generosamente” dai vescovi. Secondo lei, in che altri aspetti la “generosità” papale ed episcopale deve manifestarsi di più?
Di per sé la generosità è sempre una cosa buona. Ma quella di questi documenti subisce una strutturale limitazione per il fatto che i destinatari sembrano molto vicini, per non dire identici, ai soggetti che promuovono gli atti stessi. È vero che la generosità verso se stessi non è solo un limite, ma quando è così insistita, così reiterata, proposta con argomenti così deboli e così personali e sentimentali, lascia l’impressione che in gioco ci sia anzitutto un rapporto con se stessi, non con gli altri. La generosità verso espressioni molto diverse dagli attaccamenti e dalle fissazioni rituali di un certo stile di vita curiale e clericale avrebbe certamente una forza profetica di gran lunga superiore. Ma questo è forse pretendere troppo.

Secondo lei, quali sono stati il senso e il significato della riforma liturgica del Vaticano II, analizzandola a partire dagli sforzi di Paolo VI nella sua implementazione e delle recenti mosse di Benedetto XVI? (Sarebbe interessante fare una breve panoramica storica di questi movimenti)
La risposta a questa domanda deve essere necessariamente piuttosto ampia e deve ristabilire in primo luogo una corretta memoria di ciò che è accaduto negli ultimi due secoli, sostituendo i fatti alla mitologia illusoria che li ha sostituiti. Anzitutto si deve ricordare che la condizione della liturgia prima del Concilio Vaticano II versava in una grave crisi. Tale crisi era stata già riconosciuta nei primi decenni del 1800 da uomini come Antonio Rosmini in Italia o Prosper Gueranger in Francia. Circa un secolo dopo, nei primi anni del 1900, è nato il ML ufficiale con Pio X, Beauduin, Festugiere, Guardini, Casel ... È vero che tutti questi autori lavoravano e pensavano nell'ambiente del rito tridentino, ma preparavano un profondo ripensamento, che con Pio XII giunse a una prima svolta e cominciò a progettare la riforma liturgica, che cominciò con la fine degli anni 40 e non con il Concilio. Prima si mise mano alla Veglia Pasquale, poi alla Settimana Santa e poi, giù giù, a tutti i riti cristiani. Questo periodo, che dura circa 40 anni - dal 48 all'88 - realizza una grande riforma del rito romano, che nella nuova forma sostituisce la vecchia forma, a causa delle carenze di questa. La Riforma, tuttavia, non era il fine, ma lo strumento, per generare nel corpo ecclesiale una forma diversa di partecipazione, corporea e simbolica, comunitaria e dialogica. I riti sono il linguaggio comune a tutta la chiesa. Tornare all'uso del rito prevale ora sul timore dell'abuso. In questo spazio, reso possibile dal nuovo modo di riferirsi ad esso - non più solo "ritus servandus" ma "ritus celebrandus", non più solo individuale, ma comunitario, non più preoccupato del minimo necessario, ma del massimo gratuito - in questo mare magno però si comincia a perdere la memoria di questo cammino di molte generazioni, ci si ritrova nel deserto della lenta trasformazione e di fronte alle nuove difficoltà che sollecitano ad assumere la partecipazione di tutti all'unica azione come logica del culto ecclesiale, in ambienti del tutto minoritari, con qualche legame con il tradizionalismo scismatico lefebvriano, si fa strada l'idea che la crisi sia causata dalla Riforma. E che tornando a prima di essa ci sarebbe qualche speranza in più. Si prende per speranza una mescolanza veramente tossica di presunzione e di disperazione. Ci sono autori, come Messori o Bux o altri giornalisti, che hanno ripetuto negli ultimi anni questo paralogismo fino alla noia, pensando che la crisi liturgica cominci dal Concilio: il che è possibile dire solo ignorando totalmente ciò di cui si parla. L'abbaglio è sorprendente e può confermarsi solo se evita accuratamente ogni contatto con la realtà. Ma, appunto, tanto si conferma in questa distanza da ogni pastorale concreta, quanto risulta incomprensibile e direi quasi scandaloso per ogni forma di serio impegno pastorale. Oggi siamo su questo crinale delicato, che con molta pazienza e grande decisione deve essere affrontato e superato. Ma possiamo affrontarlo solo in quello Spirito che grazie al Concilio Vaticano II “abbiamo visto chiaramente passare tra noi (e chi ora lo nega, e c’era, purtroppo sa bene che cosa fa: la sua parlata lo tradisce)”, come ha scritto acutamente Pierangelo Sequeri.

Vuole aggiungere ancora qualcosa?
Vorrei precisare solo un ultimo punto, che mi pare però decisivo per il superamento del crinale di cui parlavo poco fa, ed è la funzione dei pastori e dei teologi in tutta questa vicenda. Da un lato si può capire la grande cautela con cui si prende la parola su questi temi liturgici, viste le sensibilità che si manifestano ai “vertici”. Vorrei però ricordare a tutti che è una forma di imprudenza non solo una parola mal detta, ma anche un silenzio non giustificato. Oggi credo che la forma migliore di prudenza ecclesiale consista nel parlare sinceramente, nel manifestare i problemi aperti e i rischi poco considerati, con rispetto critico e con critica rispettosa. Ma quasi tutti tacciono. Il papa non deve essere lasciato solo con i suoi più stretti collaboratori, che spesso dimostrano un grande disorientamento in questioni di liturgia. Bisogna che i fratelli nell'episcopato e i teologi con qualche competenza parlino tra loro, con il popolo di Dio e con il papa, per aiutarlo a considerare la questione liturgica in modo più integrale e meno astratto. Altrimenti la comunione ecclesiale soffrirà troppo, si alimenterà ancora di inutili mormorazioni e dimenticherà la grazia della parresia. Essere in comunione vuol dire poter essere sinceri. Nella sincerità e nel confronto, tutto è per il meglio. Solo così la Ecclesia si mostra veramente Universa e i Pontifices appaiono davvero Summi.

dal Blog di Matias Augé, immagine da Orbis Cat. Sec.
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