Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

La profonda coscienza adorante della fede celebrata




"Rinnovare la fede creduta significa, certamente, come proposto dalle indicazioni della Congregazione per la Dottrina della Fede per l Anno della Fede, anche trovare occasioni di pubblica professione, senza dimenticare quell' approfondimento, anche culturale, che è sempre necessario e che, progressivamente, educa il pensiero, il quale, svincolatosi dalle maglie del mondo, inizia progressivamente, a  ragionare con una mentalità di fede, traducendo, in esperienza concreta, le provvide indicazioni dell 'Enciclica Fides et ratio del Beato Giovanni Paolo II. 

La fede celebrata, come indica la seconda parte del Catechismo, è un chiaro invito ad una forte riscoperta del senso del sacro, in tutte le nostre comunità, che celebrano i Sacramenti. La superficialità, e talvolta persino la banalizzazione di talune celebrazioni, hanno determinato una disaffezione al rito, che, avendo perso la propria dimensione misterica, ha perso, nel contempo, anche la propria valenza significante. È un clamoroso equivoco quello di chi crede che, riducendo la dimensione sacra e di adorazione, i riti diventino maggiormente comprensibili. Esiste un dialogo misterioso, posto in essere dallo Spirito Santo, e non certo dalle nostre celebrazioni animate , tra la forza dei Sacramenti celebrati, la grazia che essi donano e l anima di ciascun fedele. Nella misura in cui le Chiese particolari e le singole comunità riscopriranno la profonda coscienza adorante della fede celebrata, la nuova evangelizzazione riceverà vigoroso impulso, poiché la fede celebrata, secondo le norme liturgiche della Chiesa, e nella continuità con la sua ininterrotta Tradizione, è quanto di più attraente ci possa essere ed è, essa stessa, evangelizzazione. 

Sappiamo bene come la verità annunciata domandi di essere accompagnata dalla forza della testimonianza. Fin dalle origini, il Cristianesimo è consistito di questa profonda unità tra la verità annunciata e l 'amore vissuto. La terza parte del Catechismo, se ben compresa, è un grande sostegno ad una proposta difede vissuta, che ha, in se stessa, una grande forza evangelizzante, poiché, anche senza parlare, esercita un invincibile magistero. Non dimentichiamo che, in non pochi casi nella storia, per fare tacere la verità è stato necessario sopprimere non solo chi la proclamava, ma anche chi la viveva. Quanti martiri, nel recente passato ed anche nel presente, hanno testimoniato e testimoniano la fede! L unità inscindibile tra fede creduta, fede celebrata e fede vissuta, sarà, allora, il principale fattore dinamico della nuova evangelizzazione. È credendo, celebrando e vivendo in maniera più autentica e fedele, che la Chiesa potrà rinnovare la propria forza evangelizzante."

Cardinal Mauro Piacenza, prefetto della Congregazione per il Clero 
"Lectio Magistralis" Roma, 19 maggio 2012




In Nativitate Domini






Díes sanctificátus
illúxit nóbis:
veníte géntes,
et adoráte Dóminum:
quia hódie descéndit lux mágna
super térram.



"Il materno invito della Chiesa a sollevare lo sguardo verso i cieli, per aspettare di là il Dio Salvatore, e, con Lui, l'affrancamento dai vincoli delle disarmonie che irretiscono gli animi, Noi desideriamo di ripetervi, diletti figli e figlie dell'Orbe cattolico, come paterno augurio in questo Natale, che trova gli uomini, bensì con gli sguardi rivolti in alto, ma coi cuori gravati da angosciosi incubi per la incerta sorte dell'umana famiglia e della sua stessa terrestre dimora.
Non così i Pastori di Betlemme, nè i Magi di Oriente scrutarono i cieli, quando ai primi apparvero gli Angeli e agli altri si mostrò la mistica stella, annunzianti la nascita del Figlio di Dio sulla terra. Un profondo stupore pervase i loro animi nell'apprendere e nell'assistere ai « Magnalia Dei » (Act. Ap. 2, 11; Petr. 2, 9), alle grandi e meravigliose gesta di Dio, che raggiungevano il culmine e la sintesi di ogni possibile grandezza in quel tenero Bambino, nato nella città di Davide, avvolto in poveri panni e adagiato in umile presepio (cfr. Luc. 2, 12). Il loro stupore però non aveva nulla in comune con lo sbigottimento e lo schianto che sogliono suscitare le terribili grandezze, bensì si tramutò in onda di soave conforto, in respiro d'ineffabile pace e di placante armonia, quali soltanto Dio sa infondere negli umani spiriti, che Lui cercano, accolgono e adorano."   
PIUS PP. XII 




Auguri! Un gioioso Natale a tutti voi!



Venezia, Santa Maria del Carmine, Adorazione dei Pastori, Cima da Conegliano, particolare.



Veneti episcopi: Agostino Steffani




Un vescovo dal sangue veneto, Vicario Apostolico con il pallino per la composizione, che arrivò ad influenzare l'intera produzione musicale del secolo diciottesimo.  

Nato a Castelfranco Veneto il 25 luglio 1654, in giovanissima età fu ammesso tra i cantori della Cappella Marciana e tra i pupilli di Francesco Cavalli. Le potenzialità canore del giovane Agostino colpirono il conte Georg Ignaz von Tattenbach che lo portò in Baviera, dove assunse in seguito il titolo di Churfürstlicher Kammer und Hofmusikus. Nel 1673 si recò a Roma per ricevere lezioni da Ercole Bernabei. Tornato in Baviera fu ordinato sacerdote, assumendo il titolo della abbadia di Lepsing che gli permise di svolgere incarichi musicali alla corte di Monaco. Si dedicò alla composizione, soprattutto di drammi in musica. Nel 1688 divenne maestro di cappella alla corte di Hannover dove trionfò con le sue opere in lingua italiana. Dopo il 1692 si impegnò con successo in incarichi diplomatici per conto del Principe Elettore Ernesto Augusto tanto che Innocenzo XI lo volle vescovo. Fu consacrato dall'Arcivescovo Lothar Franz von Schönborn il 2 gennaio 1707 con il titolo di Spiga e divenne Vicario Apostolico per la Sassonia. Tornò a Roma nel 1727 dove frequentò il salotto musicale del Cardinale Ottoboni. Morì il 12 febbraio 1728 a Francoforte dov'era impegnato in una missione diplomatica.  
Musicalmente parlando, ebbe un'enorme influenza sui compositori della sua epoca, soprattutto su Haendel: il rigore e i cromatismi della scuola veneziana, il gusto francese e le suggestioni dei compositori austriaci concorrono in Steffani in una produzione musicale che fu in gran parte profana - buon numero d'opere sono conservate a Londra, li trasportate dagli Hannover che assunsero la corona - mentre quella sacra, rada e dispersa nelle cappelle musicale cattoliche della Baviera, attende la riscoperta. Recentemente, è stato Steffani è tornato alle luci della ribalta grazie a Mission, l'album che una Cecilia Bartoli in irriverenti vesti di "vescova" ha dedicato alle più scoppiettanti arie d'opera del compositore castellano. 

Di seguito, del Vescovo Agostino Steffani, il bel salmo Laudate Pueri dove soli, coro e strumenti concorrono avocando le grandiose opere sacre salisburgensi di Heinrich Ignaz Franz Biber mitigate dall'eleganza veneziana che riecheggia dei lavori chiesastici di Francesco Cavalli.


Liturgie papali: le novità per le celebrazioni natalizie




di Gianluca Biccini per L'Osservatore Romano
La trama che nella storia cristiana unisce la Terra Santa al sepolcro dell’apostolo Pietro si arricchisce in questo Anno della fede di ulteriori legami: proviene infatti da Betlemme una delle statue del bambinello che saranno esposte nella basilica Vaticana, durante le celebrazioni presiedute da Benedetto XVI. E non solo: anche le intenzioni della preghiera universale o dei fedeli, proclamate durante le messe della vigilia di Natale e del 1° gennaio, sono state preparate dai frati francescani della Custodia di Terra Santa. Lo anticipa al nostro giornale il maestro delle celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, monsignor Guido Marini, che in questa intervista parla dei riti natalizi presieduti dal Papa. 


Può illustrare brevemente il calendario delle celebrazioni?

Le celebrazioni del tempo di Natale iniziano con la santa messa della Notte, il 24 dicembre nella basilica Vaticana, e si concludono con la festa del Battesimo di Gesù, domenica 13 gennaio, con l’amministrazione del sacramento del battesimo a 22 neonati, nella cappella Sistina. In totale Benedetto XVI presiederà quattro messe e una celebrazione dei vespri, oltre a impartire la benedizione «Urbi et Orbi» la mattina di Natale. Quest’anno, inoltre, il 29 dicembre, il Santo Padre presiederà la preghiera di Taizé, in occasione del 35° Incontro europeo dei giovani. 

Quanto è importante la liturgia nella vita della Chiesa? 

La Liturgia ci conduce al cuore della vita della Chiesa: ne è la fonte e il culmine. La liturgia è lo “spazio” nel quale si rende presente, “oggi”, il mistero della salvezza. In questa prospettiva le celebrazioni del Natale non sono semplicemente un ricordo o una cerimonia che si risolve nel compimento di gesti esteriori. Si tratta piuttosto, come ci ricorda la Sacrosanctum concilium, di un’attualizzazione — per il nostro tempo e per la nostra vita — dell’opera della redenzione. I segni esterni sono importanti se veicolano un tale contenuto di grazia e favoriscono un’autentica partecipazione all’agire di Cristo nella sua Chiesa. Pertanto, prima di attardarsi nei dettagli, che sicuramente hanno la loro importanza e suscitano interesse, bisogna partire da qui: la Liturgia è la vita della Chiesa, dalla Liturgia scaturisce la perenne vitalità e novità dell’esperienza della fede. 

A proposito dei gesti e dei dettagli, può indicarne qualcuno presente nella celebrazione della Notte? 

La messa sarà preceduta da un tempo di preparazione e di veglia che, come già l’anno scorso, consisterà nella celebrazione dell’Ufficio delle letture. Al termine dell’Ufficio sarà intonato il solenne canto della Kalenda: un testo molto bello, che ci fa capire quanto la fede cristiana sia intimamente collegata con la storia, con la nostra storia: il Figlio di Dio si fa uomo, entra nelle vicende degli uomini, per salvarli e introdurli nell’intimità della vita dei figli di Dio. Alla processione iniziale della santa messa prenderanno parte alcuni bambini, che collocheranno i mazzi di fiori vicino all’immagine di Gesù Bambino, svelata dal diacono al termine della Kalenda. Quegli stessi bambini, al termine della celebrazione, si recheranno al presepio, allestito presso la cappella della Presentazione, all’altare di San Pio X, per deporre i mazzi di fiori vicino alla culla di Gesù Bambino. I bambini saranno dieci, in rappresentanza dei vari continenti: particolarmente significativa, tra loro, è la presenza di due brasiliani: il loro Paese ospiterà la prossima Giornata mondiale della gioventù. E dal momento che il bambinello usato durante la messa della Notte verrà deposto nella mangiatoia del presepe, dalla celebrazione successiva, ai piedi dell’altare della Confessione, sarà collocata un’altra immagine del Santo Bambino, realizzata da artigiani cristiani di Betlemme, copia dell’effige che viene collocata ogni anno sul luogo della nascita del Salvatore, nella Basilica della Natività. 

Quando sarà possibile, dunque, vedere il nuovo bambinello nella basilica Vaticana?  

Il nuovo bambinello sarà introdotto in occasione della messa del 1° gennaio. Ma essa sarà preceduta dall’ultima celebrazione del 2012, quella del 31 dicembre, quando il Papa celebra i primi vespri della solennità di Maria Santissima Madre di Dio, che avranno come momento conclusivo l’esposizione del Santissimo Sacramento, il tradizionale canto del Te Deum, per il ringraziamento della conclusione dell’anno civile, e la benedizione eucaristica. In questa circostanza, la Chiesa si raccoglie in preghiera davanti al suo Signore per rivivere l’anno che sta per concludersi, considerandolo come un tempo guidato dalla Provvidenza e per il quale rendere grazie. Nello stesso tempo, per il tramite Maria Santissima affidiamo alla bontà del Signore il nuovo anno che sta per iniziare. 

Questa celebrazione si prolunga, in qualche modo, nel giorno successivo con la messa del primo dell’anno?  

In effetti è così: con i primi vespri si è già nella solennità di Maria Santissima Madre di Dio, in occasione della quale si celebra anche Giornata mondiale della pace, com’è ormai consuetudine da quarantasei anni. La solennità mariana e la preghiera per la pace risultano provvidenzialmente collegate. Il Signore Gesù, il Salvatore, è il Principe della pace. In questo senso la Santa Vergine è Colei che intercede presso il suo Figlio per ottenere il dono della pace, a nostro favore e per il mondo intero. 

Veniamo alla celebrazione dell’Epifania, che quest’anno è particolarmente significativa. Il Papa, infatti, conferirà l’ordinazione episcopale ad alcuni suoi stretti collaboratori.  

Con la solennità dell’Epifania la Chiesa celebra la manifestazione del Signore alle genti. Risplende, in tal modo, l’universalità della salvezza donata da Dio nel suo Figlio fatto carne. L’intera umanità è convocata presso il luogo della nascita del Redentore. La presenza dei Magi, uomini saggi dell’Oriente antico, sottolinea la cattolicità dell’evento salvifico della notte di Natale. Con le ordinazioni di alcuni nuovi vescovi questa universalità viene in qualche modo ulteriormente sottolineata. L’episcopato, infatti, è donato dal Signore per la Chiesa intera e per il mondo intero. 

Il Papa, infine, celebrerà la festa del Battesimo di Gesù nella splendida cornice della cappella Sistina... 

Dal punto di vista liturgico si celebra il Battesimo di Gesù, ovvero il mistero del riproporsi della condivisione da parte del Signore della nostra condizione umana. Allo stesso tempo, si rinnova la manifestazione del Signore all’umanità, mediante la parola solenne che il Padre rivolge a tutti i presenti. In questa giornata, tradizionalmente, il Santo Padre amministra il Battesimo ad alcuni bambini, ai quali è fatto l’inestimabile dono della fede, che li accompagnerà per tutta la vita e che dovrà essere, anche grazie alle famiglie, custodito, coltivato, portato a maturità. Dal punto di vista del rito, accanto al fonte battesimale, già usato lo scorso anno, sarà collocato un nuovo candelabro. 

Un’ultima parola sulle vesti liturgiche. In occasione delle canonizzazioni del 21 ottobre scorso, Benedetto XVI ha indossato il fanone, una mantellina molto semplice e leggera che, a partire dal x-XII secolo, è stata utilizzata come veste liturgica tipicamente papale. Lo farà di nuovo? 

Accadrà nelle due grandi solennità della notte di Natale e dell’Epifania. Il termine fanone deriva dal latino e significa “panno”. È stato abitualmente indossato dai Pontefici fino a Giovanni Paolo II. Benedetto XVI ha inteso conservare l’uso di questa semplice e significativa veste liturgica. Nel corso del tempo si è sviluppata una simbologia in relazione a questo indumento. Si dice che rappresenterebbe lo scudo della fede che protegge la Chiesa. In questa lettura simbolica, le fasce verticali di colore oro e argento esprimerebbero l’unità e l’indissolubilità della Chiesa latina e orientale, che poggiano sulle spalle del Successore di Pietro. Mi pare una simbologia molto bella. Ed è davvero significativo ricordarla durante l’Anno della fede.

La Riforma Liturgica secondo Magnani




Il Concilio e la sua Riforma Liturgica? Monsignor Paolo Magnani, Vescovo emerito di Treviso, risponde. Da La vita del popolo. 


Lei ha una grande competenza in ambito liturgico. Quali sono i tratti salienti della riforma introdotta dal Concilio e il significato che hanno assunto? 

Quanto alla mia competenza in fatto di Liturgia, non mi considero un grande protagonista, ma piuttosto un discepolo del tempo ecclesiale che ho vissuto. Durante i miei studi alla Gregoriana la Liturgia aveva un ruolo molto modesto, quasi irrilevante. Basti rileggere le cento tesi che si dovevano studiare per la licenza in Teologia. Più che gli studi, in particolare quelli radicati sulla Ecclesiologia del Concilio Vaticano I, furono le Encicliche “Mystici Corporis” e la “Mediator Dei” di Pio XII, ad offrirmi un quadro sulla Liturgia nella Chiesa. Queste Encicliche e il Movimento liturgico, allora in atto, hanno preparato la strada al Concilio. Personalmente mi è stato molto di aiuto la fioritura della Liturgia operata a Pavia dal futuro cardinale Virgilio Noè, negli anni Sessanta. Il nuovo interesse poi, sulla Liturgia si è fatto più vivo con una ricerca sul “Messale in lingua Italiana nell’edizione di Pavia dell’anno 1805”, pubblicato nel 1965. Quanto ai tratti salienti della Costituzione sulla Liturgia, “Sacrosanctum Concilium” promulgata il 4 dicembre 1963, ci portano a considerare la liturgia come il momento più significativo in cui la Chiesa si manifesta: la Chiesa totale, cioè Cristo e il suo Corpo, quale Chiesa della Parola di Dio, della preghiera, operando la Salvezza degli uomini. Mentre si glorifica il Padre in Cristo, si salvano gli uomini. La Liturgia è per la santificazione dell’umanità e quindi, per sua essenza, è pastorale. A proposito, ricordo un principio tradizionale della morale cattolica e della Pastorale: “Sacramenta propter homines”, i Sacramenti esistono per la salvezza degli uomini! Ecco perché la Liturgia ha una dimensione pastorale. A me pare che il senso della riforma liturgica è quello di rendere in modo più espressivo, e vorrei dire a portata di mano, l’azione di Dio Padre, attraverso Gesù Cristo che agisce nella Chiesa per la salvezza dell’umanità intera. Nella Costituzione conciliare Sacrosanctum Conciluim possiamo dire che c’è più Bibbia, più preghiera, più comprensione e più partecipazione. Direi, “più”, non significa che la Liturgia precedente fosse ritualmente e sostanzialmente di “meno”. È un “più” per così dire pastorale, che peraltro si deve misurare anche con la cultura del tempo. E legato a questo “più”, va messo in evidenza l’uso della lingua parlata nelle celebrazioni, che ha permesso ai fedeli una partecipazione più consapevole e più attiva. 

In che misura quella riforma è ancora “in fieri” come sostengono alcuni esperti? 

La Liturgia è sempre in essere ed è sempre “in fieri”, in divenire, proprio come la Chiesa. Sia l’esistente che il “fieri”, dipendono notevolmente dalle Liturgie parrocchiali, dal parroco, dalla partecipazione dei fedeli, dai lettori, dai ministranti e dalle corali. Se la Liturgia è “lex credendi”, cioè norma della fede, questo è vero per tutta la storia e la vita della Chiesa; alcune formule rituali cambiano ma non nel loro significato di fede. La riforma conciliare recita sempre lo stesso “Credo”. L’evoluzione storica di alcuni riti sacramentali non ha mutato la loro sostanza salvifica e il magistero della Chiesa ce lo garantisce. Secondo me ci potrebbero essere anche aspetti che possono rischiare di distogliere i fedeli dal centro dei riti propriamente liturgici e sacramentali, centro che è sempre Gesù Cristo, realmente presente. Mi riferisco all'introduzione nelle celebrazioni eucaristiche, ordinariamente corrette, preparate e vivaci, di strumenti catechistici, sia grafici che luminosi, pur lodevoli, che possono creare una sovrapposizione didattica al mistero celebrato. E’ forse il caso di precisare che l’azione liturgica è innanzitutto “Opus Dei”, Opera di Dio! Poi ci sono alcuni aspetti marginali che dipendono dai gusti, quelli dei “prelati” ma anche quelli dei “parroci”. La riforma liturgica, con Paolo VI, aveva introdotto, per le cotte e per i camici, uno stile all'insegna della semplicità, ma questo stile sta cambiando e si va verso il trionfo del ricamo. Così pure riaffiorano vesti liturgiche che sembravano desuete, eppure legittime. 

Quali gli aspetti che più hanno favorito la partecipazione attiva e consapevole del popolo di Dio all’azione liturgica? 

Per favorire la partecipazione attiva e consapevole alla Liturgia, occorre inculcare la convinzione che Gesù Cristo il Risorto è il centro dinamico della Liturgia, e ci vuole uniti a Lui anche con i gesti corporali. Nella Liturgia, Cristo non è solo, ma con la sua Chiesa, viva. Il cristiano nella Liturgia non è un semplice spettatore ma uno che partecipa e condivide. Senza il Cristo vivente non c’è Liturgia, e senza la Chiesa non c’è Liturgia. Certo che per una corretta partecipazione liturgica il cristiano deve presentarsi con la sua fede, con il suo vivere in Cristo, con la sua totale adesione a Lui. La qualità del cristiano, membro di un popolo sacerdotale, si misura con l’atto della sua fede, professata e testimoniata. Non illudiamoci, il pericolo di un nuovo ritualismo esteriore è sempre in agguato. 

Come ha accompagnato la riforma liturgica a Lodi e a Treviso, riandando ai suoi scritti liturgici durante il suo episcopato più che trentennale? 

Durante il mio Episcopato mi sono impegnato per applicare la Riforma della “Sacrosanctum Concilium”. Quando sono diventato vescovo, cioè nel 1977, erano già promulgati la maggior parte dei testi liturgici: il Messale Romano, tutti i Sacramenti e la nuova Liturgia delle ore. Il mio compito era quello di aiutare la diocesi ad attuare la riforma, sia a Lodi che a Treviso. Diventato vescovo di Treviso ho potuto usufruire del Sinodo diocesano del 1987, promulgato da mons. Antonio Mistrorigo, che dedica una significativa parte delle Costituzioni al culto divino. E sempre a Treviso ho avuto l’opportunità di promulgare un “Direttorio liturgico pastorale”, grazie alla collaborazione intelligente e operosa dell’Ufficio Liturgico diocesano. La consegna di questo Direttorio alla comunità diocesana è stato l’ultimo gesto, forse il più simbolico. Sempre nella scia della riforma liturgica ho realizzato l’adeguamento del presbiterio della Cattedrale di Treviso, e con il posizionamento del nuovo organo si è permesso alla corale di essere accanto all'assemblea  per animarla, e condurla ad una partecipazione attiva nella lode al Signore, attraverso il canto. Quanto ai miei scritti liturgici ho in progetto di riunirli in un solo volume, in occasione del 50° anniversario della promulgazione della “Sacrosanctum Concilium”. Rileggendoli mi sono reso conto come il Concilio abbia influito sulla mia spiritualità liturgica, e quanto il mio lungo esercizio liturgico episcopale mi abbia plasmato insieme al popolo nello spirito della Costituzione “Sacrosanctum Concilium”.

Monilibus suis: l'Immacolata nei tesori per la Liturgia papale

Palazzo Apostolico, Stanza dell'Immacolata, Pio IX proclama l'Immacolata Concezione



Et concupiscet rex speciem tuam,
quoniam ipse est Dominus tuus, et adora eum.


Il Re è affascinato dalla tua bellezza; 
onoralo, perché egli è il tuo Signore.

Belle e preziose suppellettili per proclamare l'Immacolata Concezione della più bella e preziosa delle Vergini. Un calice ed una mitria voluti dal Beato Pio IX ed utilizzati l'8 dicembre 1854 nella più solenne Cappella Papale del suo pontificato. 





Il ricchissimo calice fu realizzato dalla bottega orafa Spagna di Roma. Pio IX per il vaso sacro volle impiegare l'oro e i diamanti che ricoprivano le briglie di un destriero che gli fu donato da un Sultano arabo. Ne risultò un'opera grandiosa, di sapore eclettico, rivestita di 700 diamanti di diverse dimensioni che percorrono la superficie impreziosita da smalti policromi disegnando circoli, spighe, grappoli d'uva e sul nodo, croci. 

Il calice tutt'ora utilizzato nelle più solenni Cappelle Papali.








L'armoniosa mitria è completamente ricamata, secondo il gusto francese, con fili serici policromi e metallici. Tutto converge verso la Vergine raffigurata sul piatto anteriore: vestita di sole coronata di dodici stelle, ha i capeli sciolti come la Salumita del Cantico dei Cantici. Ai suoi piedi, il globo e la luna sostenuta da due angeli in conversazione. Ai lati, i gigli della purezza. Sul piatto posteriore è raffigurato il Buon Pastore seguito da due agnelli, onorato da palme e rose, un richiamo al ministero petrino. Le infule recano le armi di papa Mastai. 

La mitria è tutt'oggi utilizzata dal Pontefice in occasione delle Solennità (mariane e non).



Solo ai vescovi francesi?




"Voi siete responsabili di regioni in cui la fede cristiana si è radicata molto presto e ha recato frutti ammirevoli. Regioni legate a nomi illustri che si sono adoperati tanto per il radicamento e la crescita del Regno di Dio in questo mondo [...].
Queste origini e questo passato glorioso, sempre presenti nel nostro pensiero e tanto cari al nostro spirito, ci permettono di nutrire una grande speranza, insieme salda e audace, al momento di raccogliere le sfide del terzo millennio e di ascoltare le aspettative degli uomini della nostra epoca, alle quali Dio solo può dare una risposta soddisfacente. La Buona Novella che abbiamo il compito di annunciare agli uomini di tutti i tempi, di tutte le lingue e di tutte le culture, si può riassumere in poche parole: Dio, creatore dell'uomo, in suo figlio Gesù ci fa conoscere il suo amore per l'umanità: «Dio è amore» (cfr. i Gv), Egli vuole la felicità delle sue creature, di tutti i suoi figli. La costituzione pastorale Gaudium et spes (cfr. n. 10) ha affrontato le questioni chiave dell'esistenza umana, sul senso della vita e della morte, del male, della malattia e della sofferenza, così presenti nel nostro mondo. Ha ricordato che, nella sua bontà paterna, Dio ha voluto dare delle risposte a tutti questi interrogativi e che Cristo ha fondato la sua Chiesa affinché tutti gli uomini potessero conoscerle. Perciò uno dei problemi più seri della nostra epoca è quello dell'ignoranza pratica religiosa in cui vivono molti uomini e donne, compresi alcuni fedeli cattolici (cfr. esortazione apostolica Christifideles laici, capitolo v).
Per questo motivo la nuova evangelizzazione, nella quale la Chiesa si è risolutamente impegnata dal concilio Vaticano II e della quale il motu proprio Ubicumque et semper ha delineato le principali modalità, si presenta con un'urgenza particolare, come hanno sottolineato i padri del Sinodo che si è da poco concluso. Essa chiede a tutti i cristiani di rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1 Pt 3, 15), consapevole che uno degli ostacoli più temibili della nostra missione pastorale è l'ignoranza del contenuto della fede. Si tratta in realtà di una duplice ignoranza: un disconoscimento della persona di Gesù Cristo e un'ignoranza della sublimità dei suoi insegnamenti, del loro valore universale e permanente nella ricerca del senso della vita e della felicità. Questa ignoranza provoca inoltre nelle nuove generazioni l'incapacità di comprendere la storia e di sentirsi eredi di questa tradizione che ha modellato la vita, la società, l'arte e la cultura europee.
Nell'attuale Anno della fede, la Congregazione per la Dottrina della Fede, nella nota del 6 gennaio 2012, ha dato le indicazioni pastorali auspicabili per mobilitare tutte le energie della Chiesa, l'azione dei suoi pastori e dei suoi fedeli, al fine di animare in profondità la società. È lo Spirito Santo che, «con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova» (Lumen gentium, 4). 
Questa nota ricorda che «ogni iniziativa per l'Anno della fede vuole favorire la gioiosa riscoperta e la rinnovata testimonianza della fede. Le indicazioni qui offerte hanno lo scopo di invitare tutti i membri della Chiesa ad impegnarsi perché quest'Anno sia occasione privilegiata per condividere quello che il cristiano ha di più caro: Cristo Gesù, Redentore dell'uomo, Re dell'Universo, “autore e perfezionatore della fede” (Eb 12, 2)». Il Sinodo dei vescovi ha proposto di recente a tutti e a ognuno i mezzi per condurre a buon fine questa missione. L'esempio del nostro divino Maestro è sempre il fondamento di tutta la nostra riflessione e della nostra azione. Preghiera e azione, questi sono i mezzi che il nostro Salvatore ci chiede ancora e sempre di utilizzare.
La nuova evangelizzazione sarà efficace se coinvolgerà a fondo le comunità e le parrocchie. I segni di vitalità e l'impegno dei fedeli laici nella società francese sono già una realtà incoraggiante. 
"I laici, con i loro vescovi e i sacerdoti, sono protagonisti nella vita della Chiesa e nella sua missione di evangelizzazione. In diversi suoi documenti (Lumen gentium, Apostolicam actuositatem, tra gli altri), il concilio Vaticano II ha sottolineato la specificità della loro missione: permeare le realtà umane dello spirito del Vangelo. I laici sono il volto del mondo nella Chiesa e allo stesso tempo il volto della Chiesa nel mondo. Conosco il valore e la qualità del multiforme apostolato dei laici, uomini e donne. Unisco la mia voce alla vostra per esprimere loro i miei sentimenti di stima.
La Chiesa in Europa [...] non può restare indifferente dinanzi alla diminuzione delle vocazioni e delle ordinazioni sacerdotali, e neppure degli altri tipi di chiamate che Dio suscita nella Chiesa. È urgente mobilitare tutte le energie disponibili, affinché i giovani possano ascoltare la voce del Signore. Dio chiama chi vuole e quando vuole. Tuttavia, le famiglie cristiane e le comunità ferventi restano terreni particolarmente favorevoli. Queste famiglie, queste comunità e questi giovani sono dunque al centro di ogni iniziativa di evangelizzazione, malgrado un contesto culturale e sociale segnato dal relativismo e dall'edonismo.
Essendo i giovani la speranza e il futuro della Chiesa e del mondo, non voglio tralasciare di menzionare l'importanza dell'educazione cattolica. Questa svolge un compito ammirevole, spesso difficile, reso possibile dall'instancabile dedizione dei formatori: sacerdoti, persone consacrate o laici. Al di là del sapere trasmesso, la testimonianza di vita dei formatori deve permettere ai giovani di assimilare i valori umani e cristiani al fine di tendere alla ricerca e all'amore del vero e del bello (cfr. Gaudium et spes, 15). Continuate a incoraggiarli e ad aprire loro nuove prospettive affinché beneficino anche dell'evangelizzazione. Gli istituti cattolici sono chiaramente al primo posto nel grande dialogo tra la fede e la cultura. L'amore per la verità che irradiano è di per sé evangelizzatore. Sono ambiti d'insegnamento e di dialogo, e anche centri di ricerca, che devono essere sempre più sviluppati, più ambiziosi."

Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI 
ai vescovi francesi in visita ad limina apostolorum

Dalla Costa diventa "Giusto tra le nazioni"




Giorgio Bernardelli per Vatican Insider 
Lo Yad Vashem - l’istituto storico che a Gerusalemme tiene viva la memoria della Shoah - ha assegnato ufficialmente ieri alla memoria del cardinale arcivescovo di Firenze Elia Dalla Costa (1872-1961) il titolo di Giusto tra le nazioni, l’onorificenza con cui il mondo ebraico esprime la sua gratitudine a chi mise a repentaglio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei durante la persecuzione nazista.
La decisione dello Yad Vashem - che scriverà il nome del cardinale Dalla Costa sul muro dell’onore insieme a quelli di tutti gli oltre 24 mila Giusti tra le nazioni  - sancisce un impegno già ampiamente riconosciuto dalla storiografia italiana. Sono numerose infatti le testimonianze che raccontano di come fosse il porporato in persona a guidare la rete dei sacerdoti e dei religiosi che in Toscana offrirono rifugio a tanti ebrei in quegli anni difficili. Non solo: il ruolo di Dalla Costa fu particolarmente importante anche perché proprio Firenze vide nel novembre 1943 l’arresto del rabbino capo Nathan Cassuto (che morirà ad Auschwitz) insieme a tutta la rete di sostegno clandestina organizzata dalla comunità ebraica. Da quel momento in poi, dunque, il cardinale a Firenze restò l’unico vero punto di riferimento per chi cercava rifugio.
Tra le testimonianze raccolte dallo Yad Vashem c’è quella della signora Lya Quitt che ha ricordato come - fuggita dalla Francia a Firenze all’inizio del settembre 1943 - venne portata proprio in arcivescovado dove trascorse la notte insieme ad altri ebrei lì ospitati, prima di essere indirizzata il giorno dopo a uno dei tanti conventi che in città, su indicazione dell’arcivescovo, avevano aperto le porte agli ebrei. L’istituto di Gerusalemme cita anche le parole di Giorgio La Pira secondo cui «l’anima di questa attività d’amore di Dalla Costa era salvare il maggior numero possibile di fratelli».
Il cardinale Elia Dalla Costa è il primo cardinale italiano a ricevere il titolo di Giusto tra le nazioni. Va aggiunto, però, che c’è almeno un altro porporato cui la comunità ebraica italiana è unanime nel riconoscere un ruolo importante nel salvataggio degli ebrei in quegli anni: si tratta del cardinale arcivescovo di Genova Pietro Boetto. In quel caso però, almeno per ora, lo Yad Vashem lo ha riconosciuto solo indirettamente, assegnando già nel 1976 il titolo di Giusto tra le nazioni al suo segretario, don Francesco Repetto.
L’arcidiocesi di Firenze ha espresso attraverso una nota la sua gratitudine per la decisione presa a Gerusalemme. «Il riconoscimento - ha commentato il cardinale Giuseppe Betori, attuale arcivescovo  - raggiunge un pastore ancora nel cuore dei fiorentini con un gesto che rafforza anche l'amicizia e il dialogo fra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il cardinale Dalla Costa è stata una figura non solo di grande soccorso per gli ebrei ma ha anche espresso con forza l'avversione a quel regime totalitario razzista all'origine di quella terribile persecuzione. Il riconoscimento del Museo dell'Olocausto è un prezioso contributo a riscoprirlo e pregarlo mentre è in corso la sua causa di beatificazione».

Alla ricerca del Callido di San Giacometto




de Il Gazzettino di Venezia 
Un organo sparito nella chiesa più antica del centro storico: nella migliore delle ipotesi i suoi pezzi giacciono in qualche magazzino pubblico; nella peggiore, si aggiunge un altro pezzo pregiato di Venezia e della sua memoria artistica ed artigianale magari nella villa di qualche ricco americano, arabo, russo, come troppe volte già accaduto persino con i semplici masegni. L'organo in questione è di Gaetano Callido, noto costruttore d'organi settecentesco sia all'interno della Signoria di Venezia, che nell'Emilia Romagna, nelle Marche e perfino a Costantinopoli. Ha restaurato i tre organi nella basilica di San Marco e ne ha costruito uno nella chiesa che fu di Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I, a Canale D'Agordo. Uno dei suoi capolavori, a 10 registri, con prospetto piramidale, due ali ascendenti ai lati e la fila di tromboncini alla base, faceva bella figura nella cantoria sulla parete dell'ingresso principale e diffondeva le sue note nella chiesa di San Giacometto di Rialto, sino al 1933. A seguito del restauro dell'ingresso principale della chiesa, inteso al rifacimento dell'antico lunotto, l'organo venne rimosso e, da allora, risulta disperso. A nulla, fino ad oggi, sono valse le ricerche di Giuseppe Mazzariol, presidente dell'arciconfraternita di San Cristoforo e della Misericordia, che gestisce la chiesa dal 1934. «Il restauro - ha spiegato Mazzariol - ha di fatto impedito all'organo di tornare nel luogo originario, cancellandone la cantoria, ma si sarebbe potuto trattenerlo al piano, carrellandolo, rendendolo spostabile all'interno del sacro edificio. Questo è stato reso possibile anche nella chiesa di Santo Stefano. Abbiamo effettuato delle ricerche: malgrado qualche indizio e molti suggerimenti, esse si sono concluse con un nulla di fatto. L'organo sembra svanito. Qualche indicazione di merito ci era pervenuta da don Gino Bortolan, direttore del museo d'arte sacra diocesana e dei soprastanti laboratori di restauro, ma con la sua recente scomparsa, tutto è piombato nuovamente nel buio. Nessuno ci sa dire dove sia finito l'antico organo: la sua storia sembra terminare nel momento dell'asporto, all'epoca autorizzato dalla Soprintendenza ai Monumenti di Venezia. Ci auguriamo che i pezzi dell'organo giacciano magari nel fondo di qualche magazzino della Soprintendenza o della curia patriarcale; sarebbe davvero un delitto perdere quest'opera callidiana. Ci appelliamo alla città perché San Giacometto, dopo quasi un secolo, possa riavere il suo organo».

Sul palco dei Salesiani qualcosa non va...




di Enrico Ferro per Il Mattino di Padova 
Uno spettacolo teatrale affidato ad una compagnia di Drag Queen, organizzato per sostenere un’associazione per la procreazione medicalmente assistita: il tutto in uno spazio di proprietà dei Salesiani di Padova. È un messaggio di vita, tolleranza e uguaglianza quello che sarà lanciato domani sera dal palco del piccolo Teatro Don Bosco di via Asolo alla Paltana. La compagnia “I Ricci” manderà in scena la rappresentazione “Una mina vagante”, ispirato al film “Mine vaganti” di Ferzan Özpetek: la piece teatrale racconta la storia di Nicola, ragazzo meridionale che da tempo risiede a Roma dove ha avuto modo di vivere alla luce del sole la propria omosessualità. L’iniziativa è stata voluta e organizzata da Cristina Bernardi, fondatrice e presidente dell’associazione Sos Pma (procreazione medicalmente assistita), con la collaborazione dell’Arcigay e il patrocinio del Comune di Padova.
Si comincia alle 21 e il biglietto d’ingresso costa 20 euro: l’incasso sarà interamente devoluto a Sos Pma. L’intento è quello di diffondere una cultura contro le discriminazioni e per la modifica della legge 40 sulla fecondazione assistita. Da qualche giorno le locandine campeggiano all’ingresso del teatro e questo ha causato qualche imbarazzo nella vicina parrocchia di San Giovanni Bosco e al suo parroco don Antonio Marostegan.
Dal punto di vista operativo la gestione dello spazio è affidata a un’associazione laica che porta il nome “Piccolo Teatro”. Ovviamente la proprietà viene costantemente informata della programmazione, che deve essere in linea con le direttive imposte da una apposita commissione formata dalla Cei. L’associazione ha preferito non commentare in alcun modo l’organizzazione dell’evento: «Siamo nelle sabbie mobili», si limitano a dire incrociando le dita per la buona riuscita della serata.

Storie di ordinaria contabilità: i croati al bacio della pantofola




di Gianni Biasetto per Il Mattino di Padova
La restituzione del monastero e della tenuta di Dajla, circa 200 ettari sulla costa istriana, ai benedettini di Praglia sarebbe stato il nodo centrale della recente visita in Vaticano del premier croato Zoran Milanovic. Secondo quanto riportano gli organi di stampa di Zagabria l'incontro tra Benedetto XVI e Milanovic sull’indennizzo del bene (valore circa 30 milioni di euro) - che ricordiamo è stato nazionalizzato nell'agosto del 2011 dallo stato croato - segnerebbe un punto a favore di Praglia. 
La Chiesa ha ragione. Alla fine dell'incontro romano con il segretario di Stato cardinale Tarcisio Bertone, il premier croato ha dichiarato che nel contenzioso la Chiesa ha ragione e che non è il caso di rompere i rapporti con la Santa Sede per un pugno di milioni di kune. Il giorno dopo il suo ritorno a Zagabria Milanovic ha investito dell’intricata vicenda il ministro della Giustizia Orsat Milijeni. Il quale ha ammesso l'errore compiuto lo scorso anno dal suo predecessore del governo di centrodestra, Drazen Bosnjakovi, che per evitare la restituzione a Praglia aveva nazionalizzato per la seconda volta l'immobile nei pressi di Cittanova. 
Il rebus dell’indennizzo. Non sarà facile per i monaci di Praglia, che allo scopo hanno attivato presso un notaio di Pola una srl denominata "Abbazia", ricevere il trasferimento dei beni al valore attuale. Il governo croato dovrà innanzitutto trovare il percorso legislativo per de-nazionalizzare il bene e ri-trasferirlo alla Chiesa. Non alla curia di Pola-Parenzo ma bensì a Praglia. Di mezzo, però, ci sono i cosiddetti trattati di Osimo, accordi bilaterali sottoscritti dai governi italiano e jugoslavo, attraverso i quali i monaci italiani hanno ricevuto all'epoca 1,7 miliardi di vecchie lire. 
La scappatoia. Non essendo gli accordi di Osimo stipulati con la Santa Sede, una delle strade possibili da percorrere dalla Croazia per indennizzare Praglia della tenuta di Dajla, potrebbe essere quella di restituire il bene al Vaticano che potrebbe poi trasferirlo all'abbazia di Praglia. Un'ipotesi non facile da attuare anche se potrebbe avrebbe il via libera del primate della Chiesa croata Jozip Bozanic. 
Dajla oggi. Il bene lasciato dai benedettini ultimamente ha subito notevoli cambiamenti. Di intatto c'è solo la villa con approdo sul mare progettata dall'architetto francese De Menetot. I terreni intorno sono stati venduti dalla curia di Pola-Parenzo a fini turistici ad una società austriaca che nell’area cosiddetta del “Bosco dei frati” ha in progetto un campo da golf, un complesso di ville da 520 posti letto e un albergo.

Cari Monsignori... l'abito piano!




di Andrea Tornielli per Vatican Insider
L’abito deve fare il monaco, almeno in Vaticano. Lo scorso 15 ottobre il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, ha firmato una circolare inviata a tutti gli uffici della curia romana per ribadire che sacerdoti e religiosi devono presentarsi al lavoro con l’abito proprio, e cioè il clergyman o la talare nera. E nelle occasioni ufficiali, specie se in presenza del Papa, i monsignori non potranno più lasciare ad ammuffire nell’armadio la veste con i bottoni rossi e la fascia paonazza.
Un richiamo alle norme canoniche che rappresenta un segnale preciso, di portata probabilmente maggiore rispetto ai confini d’Oltretevere: nei sacri palazzi, infatti, i preti che non vestono da preti sono piuttosto rari. Ed è probabile che il richiamo ad essere più ligi e impeccabili, anche formalmente, debba servire da esempio per chi viene da fuori, per i vescovi e i preti di passaggio a Roma. Insomma, un modo di parlare a nuora perché suocera intenda e magari faccia altrettanto.
Il Codice di Diritto Canonico stabilisce che «i chierici portino un abito ecclesiastico decoroso» secondo le norme emanate dalle varie conferenze episcopali. La Cei ha stabilito che «il clero in pubblico deve indossare l’abito talare o il clergyman», cioè il vestito nero o grigio con il colletto bianco. Il nome inglese rivela la sua origine nell’aerea protestante anglosassone: è entrato in uso anche per gli ecclesiastici cattolici, all’inizio come concessione per chi doveva viaggiare.
La Congregazione vaticana del clero, nel 1994, spiegava le motivazioni anche sociologiche dell’abito dei sacerdoti: «In una società secolarizzata e tendenzialmente materialista» è «particolarmente sentita la necessità che il presbitero – uomo di Dio, dispensatore dei suoi misteri – sia riconoscibile agli occhi della comunità».
La circolare di Bertone chiede ai monsignori di indossare «l’abito piano», cioè la veste con i bottoni rossi, negli «atti dove sia presente il Santo Padre» come pure nelle altre occasioni ufficiali. Un invito rivolto anche ai vescovi ricevuti in udienza dal Papa, che d’ora in poi dovranno essere decisamente più attenti all’etichetta.
L’uso degli abiti civili per il clero è stato legato, in passato, a particolari situazioni, come nel caso della Turchia negli anni Quaranta o del Messico fino a tempi molto più recenti, con i vescovi abituati a uscire di casa vestiti come manager. L’usanza ha poi preso piede in Europa: non si devono dimenticare le ben note immagini del giovane teologo Joseph Ratzinger in giacca e cravatta scura negli anni del Concilio. Ma è soprattutto dopo il Vaticano II che la veste talare finisce in soffitta e il prete cerca di distinguersi sempre meno. Da anni ormai, soprattutto nei giovani sacerdoti, si registra però una decisa controtendenza. Una svolta «clerical» messa ora nero su bianco anche nella circolare del Segretario di Stato.

A Padova, un Concilio da ritrovare




Alla riscoperta del Concilio (perduto?) in un ciclo di appuntamenti organizzati dalla Cappella Università di San Massimo in Padova...



Dalla Segreteria di Stato, stop ai neocrociati




La Segreteria di Stato, a seguito di frequenti richieste di informazioni in merito all'atteggiamento della Santa Sede nei confronti degli Ordini Equestri dedicati a Santi o aventi intitolazioni sacre, ritiene opportuno ribadire quanto già pubblicato in passato: 
Oltre ai propri Ordini Equestri (Ordine Supremo del Cristo, Ordine dello Speron d'Oro, Ordine Piano, Ordine di San Gregorio Magno e Ordine di San Silvestro Papa), la Santa Sede riconosce e tutela soltanto il Sovrano Militare Ordine di Malta —ovvero Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta— e l'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, e non intende innovare in merito.
Tutti gli altri Ordini —di nuova istituzione o fatti derivare da quelli medievali—non sono riconosciuti dalla Santa Sede, non potendosi questa far garante della loro legittimità storica e giuridica, delle loro finalità e dei loro sistemi organizzativi.
Ad evitare equivoci purtroppo possibili, anche a causa del rilascio illecito di documenti e dell'uso indebito di luoghi sacri, e ad impedire la continuazione di abusi che poi risultano a danno di molte persone in buona fede, la Santa Sede conferma di non attribuire alcun valore ai diplomi cavallereschi e alle relative insegne che siano rilasciati dai sodalizi non riconosciuti e di non ritenere appropriato l'uso delle chiese e cappelle per le cosiddette "cerimonie di investitura".


16 ottobre 2012 
Sala stampa della Santa Sede

Partecipazione attiva: non solo parlare, ma anche ascoltare



Da papa Benedetto, un chiarissimo discorso ai membri dell'associazione Italiana Santa Cecilia. Da leggere e diffondere assolutamente.

Cari fratelli e sorelle! 
Con grande gioia vi accolgo, in occasione del pellegrinaggio organizzato dall’Associazione Italiana Santa Cecilia, alla quale va anzitutto il mio plauso, con il saluto cordiale al Presidente, che ringrazio per le cortesi parole, e a tutti i collaboratori. Con affetto saluto voi, appartenenti a numerose Scholae Cantorum di ogni parte d’Italia! Sono molto lieto di incontrarvi, e anche di sapere - come è stato ricordato - che domani parteciperete nella Basilica di San Pietro alla celebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Arciprete Angelo Comastri, offrendo naturalmente il servizio della lode con il canto. 
Questo vostro convegno si colloca intenzionalmente nella ricorrenza del 50° anniversario dell’apertura del Concilio Vaticano II. E con piacere ho visto che l’Associazione Santa Cecilia ha inteso così riproporre alla vostra attenzione l’insegnamento della Costituzione conciliare sulla liturgia, in particolare là dove – nel sesto capitolo – tratta della musica sacra. In tale ricorrenza, come sapete bene, ho voluto per tutta la Chiesa uno speciale Anno della fede, al fine di promuovere l’approfondimento della fede in tutti i battezzati e il comune impegno per la nuova evangelizzazione. Perciò, incontrandovi, vorrei sottolineare brevemente come la musica sacra può, anzitutto, favorire la fede e, inoltre, cooperare alla nuova evangelizzazione. 
Circa la fede, viene spontaneo pensare alla vicenda personale di Sant’Agostino - uno dei grandi Padri della Chiesa, vissuto tra il IV e il V secolo dopo Cristo - alla cui conversione contribuì certamente e in modo rilevante l’ascolto del canto dei salmi e degli inni, nelle liturgie presiedute da Sant’Ambrogio. Se infatti sempre la fede nasce dall’ascolto della Parola di Dio – un ascolto naturalmente non solo dei sensi, ma che dai sensi passa alla mente ed al cuore – non c’è dubbio che la musica e soprattutto il canto possono conferire alla recita dei salmi e dei cantici biblici maggiore forza comunicativa. Tra i carismi di Sant’Ambrogio vi era proprio quello di una spiccata sensibilità e capacità musicale, ed egli, una volta ordinato Vescovo di Milano, mise questo dono al servizio della fede e dell’evangelizzazione. La testimonianza di Agostino, che in quel tempo era professore a Milano e cercava Dio, cercava la fede, al riguardo è molto significativa. Nel decimo libro delle Confessioni, della sua Autobiografia, egli scrive: «Quando mi tornano alla mente le lacrime che canti di chiesa mi strapparono ai primordi nella mia fede riconquistata, e alla commozione che ancor oggi suscita in me non il canto, ma le parole cantate, se cantate con voce limpida e la modulazione più conveniente, riconosco di nuovo la grande utilità di questa pratica» (33, 50). L’esperienza degli inni ambrosiani fu talmente forte, che Agostino li portò impressi nella memoria e li citò spesso nelle sue opere; anzi, scrisse un’opera proprio sulla musica, il De Musica. Egli afferma di non approvare, durante le liturgie cantate, la ricerca del mero piacere sensibile, ma riconosce che la musica e il canto ben fatti possono aiutare ad accogliere la Parola di Dio e a provare una salutare commozione. Questa testimonianza di Sant’Agostino ci aiuta a comprendere il fatto che la Costituzione Sacrosanctum Concilium, in linea con la tradizione della Chiesa, insegna che «il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne» (n. 112). Perché «necessaria ed integrante»? Non certo per motivi puramente estetici, in un senso superficiale, ma perché coopera, proprio per la sua bellezza, a nutrire ed esprimere la fede, e quindi alla gloria di Dio e alla santificazione dei fedeli, che sono il fine della musica sacra (cfr ibid.). Proprio per questo vorrei ringraziarvi per il prezioso servizio che prestate: la musica che eseguite non è un accessorio o solo un abbellimento esteriore della liturgia, ma è essa stessa liturgia. Voi aiutate l’intera Assemblea a lodare Dio, a far scendere nel profondo del cuore la sua Parola: con il canto voi pregate e fate pregare, e partecipate al canto e alla preghiera della liturgia che abbraccia l’intera creazione nel glorificare il Creatore. 
Il secondo aspetto che propongo alla vostra riflessione è il rapporto tra il canto sacro e la nuova evangelizzazione. La Costituzione conciliare sulla liturgia ricorda l’importanza della musica sacra nella missione ad gentes ed esorta a valorizzare le tradizioni musicali dei popoli (cfr n. 119). Ma anche proprio nei Paesi di antica evangelizzazione, come l’Italia, la musica sacra -con la sua grande tradizione che è propria, che è cultura nostra, occidentale - può avere e di fatto ha un compito rilevante, per favorire la riscoperta di Dio, un rinnovato accostamento al messaggio cristiano e ai misteri della fede. Pensiamo alla celebre esperienza di Paul Claudel, poeta francese, che si convertì ascoltando il canto del Magnificat durante i Vespri di Natale nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi: «In quel momento – egli scrive – capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla». Ma, senza scomodare personaggi illustri, pensiamo a quante persone sono state toccate nel profondo dell’animo ascoltando musica sacra; e ancora di più a quanti si sono sentiti nuovamente attirati verso Dio dalla bellezza della musica liturgica come Claudel. E qui, cari amici, voi avete un ruolo importante: impegnatevi a migliorare la qualità del canto liturgico, senza aver timore di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale della Chiesa, che nel gregoriano e nella polifonia ha due delle espressioni più alte, come afferma lo stesso Vaticano II (cfr Sacrosanctum Concilium, 116). E vorrei sottolineare che la partecipazione attiva dell’intero Popolo di Dio alla liturgia non consiste solo nel parlare, ma anche nell'ascoltare, nell'accogliere con i sensi e con lo spirito la Parola, e questo vale anche per la musica sacra. Voi, che avete il dono del canto, potete far cantare il cuore di tante persone nelle celebrazioni liturgiche. 
Cari amici, auguro che in Italia la musica liturgica tenda sempre più in alto, per lodare degnamente il Signore e per mostrare come la Chiesa sia il luogo in cui la bellezza è di casa. Grazie ancora a tutti per questo incontro! Grazie.

BENEDICTUS PP. XVI 

Discorso all’incontro promosso dall’Associazione Italiana Santa Cecilia.

Sala Stampa della Santa Sede

A Torcello una Basilica dimenticata




di Alberto Vitucci per la Nuova di Venezia e Mestre
Infiltrazioni d’acqua, muri scrostati, mattoni che cadono. Si aggravano le condizioni dell’abside della Basilica di Santa Maria Assunta a Torcello. Le piogge, il degrado dei materiali, le scosse di terremoto. Nessuno è intervenuto, e adesso la situazione è all’emergenza. I piccoli crolli mettono a rischio una della parti più antiche e preziose della storia di Venezia. L’abside della Basilica di Torcello, prima sede vescovile, ha resistito per mille anni con i suoi splendidi mosaici. E adesso è a rischio. «Non abbiamo fondi per la manutenzione, il governo li ha tagliati», denuncia disperato don Antonio Meneguolo, responsabile della Curia veneziana per i Beni culturali, «adesso abbiamo fatto richiesta dell’8 per mille, ma i fondi non arriveranno, ci hanno detto alla Presidenza del Consiglio, prima del 2013». Intanto il danno si aggrava. La vergine Odighitria, splendido mosaico bizantino dell’anno Mille, guarda dall'alto  Il trono vescovile in pietra è a rischio, come la storica iscrizione dell’altar maggiore dove sono custodite le spoglie di Sant’Eliodoro, vescovo di Altino. Per terra frammenti di marmo e di mattoni, materiali che rischiano di andare perduti per sempre. Nei prossimi giorni arriveranno (forse) i soldi promessi nel 2009 per il restauro del campanile di Torcello. Torre campanaria tra le più antiche in laguna, ingabbiata da anni in una quasi arrugginita impalcatura. Anche qui la situazione è critica, i lavori fermi. E i soldi comunque non basteranno per i lavori dell’abside. Situazione drammatica  perché riguarda buona parte dell’immenso patrimonio artistico religioso della città. «Ci hanno tolto i finanziamenti», continua il monsignore, «e non siamo in grado di provvedere al restauro delle chiese, dei monumenti religiosi e delle opere d’arte». Grido d’allarme lanciato anche davanti ai Comitati privati, l’altro giorno a palazzo Zorzi. «Inutile difendere Venezia dalle acque», aveva detto il sindaco Orsoni, «se nella città non è rimasto più nulla da difendere». I resti dei 42 milioni di euro stanziati dal Comitatone nel 2008 arrivano solo col contagocce dalla Regione. I 50 milioni stanziati nel 2010 non si sono mai visti. «Se non abbiamo fondi sicuri ogni anno», spiega don Meneguolo, «non riusciamo a mettere a punto un piano di restauro credibile».Vanno avanti solo piccoli interventi, finanziati dai Beni culturali e con gli introiti di Chorus e di qualche privato. Ma la stragrande maggioranza delle chiese aspetta. A cominciare da Torcello, simbolo della storia veneziana e della civiltà romanica e bizantina.

Sacra supellex: ricami quattrocenteschi a Martellago




Dall'arcipretale di Santo Stefano in Martellago: preziosa pianeta confezionata con damasco cremisi databile alla seconda metà del secolo XVI su cui è stato riportata una decorazione da parato, elaborata a ricamo con filati metallici e policromi, riconducibile alla metà del secolo XV. A transizione tra i modi gotici e quelli della rinascenza, il lavoro è costruito su un tessuto ceruleo decorato a stelle, suddiviso in false quinte architettoniche ospitanti vari santi (riconoscibili chiaramente i soli Santi Stefano, Giovanni Battista, Ignazio d'Antiochia) e una delicata Annunciazione. Il ricamo, incorniciato da un sottile gallone (forse cinquecentesco), risulta alterato in più parti con l'aggiunta di decorazioni a racemi ed evidenti rammendi.








Lefevriani: c'è ancora speranza




Dopo l'espulsione di Williamson, la Fraternità fondata dal vescovo Lefebvre chiede "più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano". Si riaccende quella speranza che dalle parole di Monsignor Müller, Prefetto della Dottrina della Fede, sembrava destinata a svanire. 

di Alessandro Speciale per Vatican Insider 
I lefebvriani hanno bisogno di più tempo per dare una risposta all’offerta di riconciliazione del Vaticano, e la Santa Sede sembra essere disposta a concederlo. Un comunicato diffuso oggi dalla Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” – incaricata dei rapporti con le comunità tradizionaliste all’interno della Congregazione per la Dottrina della Fede e presieduta dal prefetto di quest’ultima, monsignor Gerhard Ludwig Müller – informa che lo scorso 6 settembre la Fraternità Sacerdotale San Pio X ha chiesto “ulteriore tempo di riflessione e di studio” per rispondere alla proposta di riconciliazione della Santa Sede.

Ecclesia Dei riconosce che “dopo trent’anni di separazione, è comprensibile” che per i tradizionalisti “vi sia bisogno di tempo per assorbire il significato” dei recenti sviluppi nei rapporti tra Roma e Econe, e ricorda che per la riconciliazione c’è bisogno di “pazienza, serenità, perseveranza e fiducia”.
La proposta vaticana risale allo scorso 13 giugno, quando la Commissione ha sottoposto al superiore lefebvriano, monsignor Bernard Fellay, una “dichiarazione dottrinale unitamente ad una proposta per la normalizzazione canonica del proprio stato all’interno della Chiesa cattolica”, nella forma di una Prelatura Apostolica come quella attualmente riservata all’Opus Dei.
Da allora, i lefebvriani hanno tenuto il capitolo generale che ha formulato tre condizioni indispensabili per la riconciliazione – l’uso esclusivo della messa tridentina, il diritto di criticare gli “errori” del Concilio Vaticano II e la garanzia di avere almeno un proprio vescovo. In più occasioni, i leader della Fraternità hanno però segnalato di non poter accettare la dichiarazione dottrinale presentata dal Vaticano, senza però inviare una risposta ufficiale.
Poi, la scorsa settimana, la leadership lefebvriana ha annunciato l’espulsione di monsignor Richard Williamson, uno dei quattro vescovi della Fraternità, da tempo in rotta con i vertici per il suo rifiuto di ogni possibile compromesso con Roma e per aver chiesto a Fellay di dimettersi. Williamson era stato all’origine di una grave crisi nei rapporti ebraico-cattolici nel 2009, quando aveva reiterato le sue posizioni negazioniste sull’Olocausto poco prima che papa Benedetto XVI revocasse la scomunica dei quattro presuli lefebvriani. Il comunicato di Ecclesia Dei non fa alcun riferimento all’espulsione di Williamson, che pure è stata accolta con favore nei Sacri Palazzi.
Invece, la Commissione fa il punto del percorso di riavvicinamento tra i tradizionalisti e il Vaticano, fortemente voluto da papa Ratzinger, dopo “tre anni di dialoghi dottrinali e teologici” su “alcuni punti controversi nell’interpretazione di certi documenti del Concilio Vaticano II”. Il “punto fondamentale” in questo “cammino difficile”, dopo la liberalizzazione della messa tridentina nel 2007 e l’abolizione delle scomuniche nel 2009, è stata proprio la presentazione della versione definitiva del “Preambolo dottrinale” lo scorso 13 giugno. 

Liturgie papali: riecco il fanone con un po' di Veneto




Paolo VI lo mandò in naftalina verso il 1965 come ultima reliquia di una liturgia papale radicalmente sconvolta. Invece quel fanone tornò dopo vent'anni d'armadio sulle spalle di Giovanni Paolo II, accompagnato da - quasi una rievocazione - una ricca pianeta barocca. Domenica scorsa il gran ritorno in occasione delle canonizzazioni di sette Beati in Piazza San Pietro, sopra una casula dalla foggia medievaleggiante made in Veneto: è stato riutilizzato infatti il parato confezionato per la Celebrazione Liturgica a Parco San Giuliano, il grande appuntamento dei 300 mila fedeli durante la visita veneziana del Santo Padre. Oltre alla casula con la stola, il Papa ha indossato anche la mitra relativa e i cardinali diaconi le medesime dalmatiche mestrine. Mediare è saggio e l'organza di seta appositamente tessuta da Rubelli nonché l'affinità cromatica con il fanone non lasciano spazio ad eclatanti accuse di tridentinismo che irragionevolmente hanno accompagnato alcune scelte di questo Pontificato. Non rievocazione, ma continuità, come vuole Benedetto. 





del Cardinale Enrico Dante per Enciclopedia Cattolica (V, Città del Vaticano, 1950, coll. 1024-1025) 

FANONE. - Nella sua forma attuale è un ornamento proprio del solo Sommo Pontefice, che lo assume quando celebra solennemente, dopo l'ora canonica di terza. Consiste in una doppia mozzetta di seta finissima e oro, tessuta in strisce perpendicolari, una bianca, l'altra d'oro, congiunte fra loro da una terza più piccola di colore amaranto: un palloncino d'oro ne borda l'estremo sia superiore che inferiore: la mozzetta esterna ha inoltre ricamata una croce d'oro con raggi. Queste due mozzette sono cucite nella parte che circonda il collo, allacciandosi con un bottone le aperture corrispondenti alle spalle; ora non più, perché Pio X per comodità le fece separare. Nelle Messe pontificali, quando il papa ha preso il succintorio e la croce pettorale, il cardinale diacono ministrante gli impone la prima mozzetta del f., poi la stola, le dalmatiche, la pianeta, e sopra di essa la seconda mozzetta: in ultimo il pallio. 

È molto difficile rimontare alle origini di questo ornamento. Confuso forse in principio con il manipolo, o con l'amitto (anabolagio), o con gli oralia, specie di fazzoletti o tovaglioli, che servivano ad asciugare il sudore del capo e perciò portati intorno al collo, passò nella forma attuale verso il sec. XIII. Precedentemente serviva a coprire il capo a guisa di cappuccio e vi si metteva sopra la mitra. Usava non solo nelle funzioni liturgiche, ma anche in circostanze profane, come in occasione di pranzi solenni, nella distribuzione del presbiterio. In un antico messale, di cui si ignora la data, della chiesa di S. Damiano in Assisi è detto che il papa mette sul capo il fanone senza la mitra per la lavanda dei piedi il Giovedì Santo; e che il Venerdì Santo non usa il fanone. Pietro Aurelio, sacrista di Urbano V nel 1362, nel suo Cerimoniale romano dice che il papa mangiava in pubblico con il manto rosso e con il fanone o orale sul capo sotto la mitra. Di Bonifacio VIII sappiamo che portava il fanone sotto la mitra, e che fu sepolto con esso; lo stesso dicasi di Clemente IV morto nel 1268. Innocenzo III (nel De mysteriis Missae, l. I, cap. 13) parla esplicitamente di questo ornamento che chiama orale: si è dunque al principio del sec. XIII. Qualche autore vorrebbe vedere il fanone nella figura scolpita nella porta di bronzo nella cappella di S. Giovanni Evangelista al Laterano rappresentante Celestino III. 

Vari autori vogliono che l'uso dei vescovi greci di coprirsi la testa con un velo, quando hanno assunto gli ornamenti principali, abbia dato origine al fanone del papa; ma è cosa incerta. Altri, invece, e con essi lo stesso Innocenzo III, intendono far derivare il fanone dall'ephod del sommo sacerdote ebreo, anch'esso tessuto di strisce d'oro e colorate, ma di diversa forma.


Papa Giovanni Paolo II  indossa il fanone papale nel 1985


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