Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Moraglia Patriarca: due annunci, due stili



L'annuncio a La Spezia e l'annuncio a Venezia, l'annuncio del distacco e l'annuncio dell'arrivo. Con due stili un po' diversi.







Moraglia Patriarca: il messaggio ai seminaristi



Carissimi Seminaristi,

mi rivolgo alla comunità del Seminario e a ciascuno di voi nell’attesa di incontrarVi personalmente. Desidero, con queste brevi righe, salutarVi con affetto e insieme attirare la Vostra attenzione su un fatto rilevante per la Vostra formazione. La Provvidenza ha disposto che, nel tempo del Vostro seminario, faceste l’esperienza dell’avvicendarsi, alla guida della diocesi, del Vescovo. Spero non vi sfugga il senso e la specificità di tale circostanza; vi chiedo, anzi, di farne oggetto di riflessione.
Il Signore, come ben sapete, parla anche attraverso i fatti e le circostanze che noi, in modo un po’ frettoloso, releghiamo tra le coincidenze. Così, l’avvicendamento del Vescovo alla guida della comunità diocesana - al di là delle persone coinvolte - è un’opportunità che deve aiutare la vostra crescita ecclesiale. La Chiesa è fatta di uomini ed è per gli uomini, ma va sempre oltre il piano umano; allora viverela Chiesa e il suo mistero - e non solo nella Chiesa - richiede uno sguardo libero e un cuore docile, pienamente disponibile al progetto di Dio. Bisogna imparare questo fin dagli anni della formazione; nel futuro ne starete bene voi e quanti beneficeranno del vostro servizio ecclesiale.
Lo sguardo libero e il cuore docile, pienamente disponibile a Dio, appartengono, in maniera particolare, alla linea mariana della Chiesa che, qui, deve illuminare la linea petrina. Gesù risorto, prima di rinnovare il mandato a Pietro, e con lui agli apostoli, chiede - dalla croce - a Maria, la donna-madre, di prendere il discepolo come figlio, affinché, il discepolo-figlio, proprio da Lei, la donna-madre, impari a essere, appunto, vero discepolo del Signore (cfr. Gv 19, 26-27).
Certamente la venuta del nuovo pastore è evento che riguarda l’intera Chiesa particolare, e non potrebbe essere altrimenti, ma non vuol dire che non rivesta un significato proprio per chi, in seminario, sta compiendo un cammino ecclesiale di discernimento. Così, per il seminarista, futuro presbitero, l’evento ecclesiale della successione episcopale nella Chiesa particolare deve tradursi in un approfondimento del mistero umano e divino della Chiesa. L’avvicendamento sia quindi occasione d’incamminarvi verso una libertà più grande e un servizio ecclesiale più generoso; in tal modo il vostro sacerdozio sarà vera benedizione per quanti incontrerete. Il momento di transizione che la nostra Chiesa sta vivendo sia, per la comunità del seminario, occasione di crescita e, prima ancora, dono da accogliere.
La Madre dell’unico, eterno Sacerdote, vi ottenga un cuore capace di misericordia, ricco di speranza e passione per le anime. Vi benedico con affetto e a presto!


La Spezia, 31 gennaio 2012
                                                                  
 Francesco Moraglia
     Patriarca eletto



Moraglia Patriarca: qualche immagine dell'annuncio



Da GVonline (album Flickr) qualche foto dell'annuncio tenuto dall'Amministratore Apostolico Mons. Pizziol, Vescovo di Vicenza, nella Sala del Tintoretto all'interno del Palazzo Patriarcale:






Moraglia Patriarca: tutta opera del Papa



di *** (per chiesa.espressoonline.it  
La nomina di monsignor Francesco Moraglia a nuovo patriarca di Venezia è tra le più personali che Benedetto XVI ha compiuto durante il suo pontificato.

Non risulta che la provvista sia stata discussa in una delle riunioni che si tengono ogni giovedì nella congregazione vaticana per i vescovi guidata dal porporato canadese Marc Ouellet – riunione alla quale partecipano i cardinali e vescovi membri della congregazione –, come è avvenuto per la nomina di Angelo Scola a Milano.
Né risulta che ci sia stata una riunione ristretta a pochi ecclesiastici di alto rango – ad esempio i vertici della segreteria di Stato, della congregazione per i vescovi, della conferenza episcopale italiana –, come è avvenuto per la scelta degli ultimi titolari di altre diocesi cardinalizie italiane quali Torino e Firenze.
Sembra invece che la decisione sia maturata personalmente in papa Joseph Ratzinger semplicemente sulla base della relazione scritta fornita dalla nunziatura in Italia e, forse, di qualche colloquio personale con l'uno o l'altro cardinale.
L’inchiesta della nunziatura italiana sui candidati a Venezia è stata compiuta quando questa sede diplomatica, in assenza del nunzio, era retta da un incaricato d’affari, il quale ha fornito un resoconto quasi notarile delle consultazioni che sono state fatte dopo l’estate scorsa. Nel resoconto si riportano le indicazioni dei vescovi del Triveneto, di altri ecclesiastici e di alcuni laici di Venezia, dei cardinali residenziali italiani compresi alcuni emeriti, degli arcivescovi di diocesi cardinalizie.
Alla fine i suffragi più numerosi sono confluiti sull’arcivescovo di Udine Andrea Bruno Mazzoccato (63 anni, già vescovo ad Adria-Rovigo e a Treviso, dal 2009 alla guida della diocesi friulana) e su Moraglia. Ma mentre sul primo, che è veneto, non c’è stato un plebiscito da parte dei confratelli della sua stessa regione ecclesiastica, il secondo, che proviene dalla Liguria, ha raccolto le preferenze di quasi tutti i cardinali consultati.
Monsignor Moraglia è diventato noto al grande pubblico dopo l’alluvione che ha colpito duramente la sua diocesi di La Spezia lo scorso ottobre, quando dispose subito che i seminaristi della diocesi (cresciuti di numero con lui) si recassero sui luoghi del disastro per aiutare la popolazione. Ma da tempo è stimato da importanti ecclesiastici che lo hanno conosciuto da vicino.
Nato a Genova il 25 maggio di 59 anni fa, è ordinato sacerdote il 29 giugno 1977 dal cardinale Giuseppe Siri, con il quale diventa viceparroco e nel 1986 docente di teologia all’Istituto superiore di scienze religiose della Liguria. Con il successore di Siri, il cardinale Giovanni Canestri, diventa nel 1989 docente alla sezione genovese della Facoltà teologica dell’Italia Settentrionale, nel 1990 assistente diocesano del MEIC e nel 1994 preside del predetto Istituto di scienze religiose. Con il successore di Canestri, il cardinale Dionigi Tettamanzi, nel 1996 diventa direttore dell’ufficio diocesano per la cultura. Con il successore di Tettamanzi, Tarcisio Bertone, nel 2004 diventa canonico effettivo del capitolo metropolitano della cattedrale di San Lorenzo. Quando poi a fine 2007 arriva la nomina a vescovo di La Spezia, a consacrarlo vescovo a Genova il 3 febbraio 2008 sono il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della CEI, e l’arcivescovo Mauro Piacenza, oggi cardinale prefetto della congregazione per i clero, che ha sempre seguito molto da vicino il percorso ecclesiastico di Moraglia.
Bagnasco, con un suo decreto del 23 aprile 2010, ha nominato Moraglia presidente del consiglio d'amministrazione della Fondazione “Comunicazione e Cultura”, alla quale fa capo l’emittente TV 2000, di proprietà della CEI e diretta dal 18 ottobre dello stesso anno da Dino Boffo.
Su Moraglia si è insomma registrata una rara convergenza di consensi tra personalità per altri versi non sempre in sintonia tra loro, come i cardinali Bagnasco e Bertone. Nonché di altri porporati consultati come Carlo Caffarra, Camillo Ruini, Angelo Scola e Crescenzio Sepe. 
Ma il nuovo patriarca di Venezia è stimato anche dall’anziano ma sempre vigile cardinale Giacomo Biffi, che pur non conoscendolo da vicino aveva speso tutta la sua rilevante autorevolezza presso papa Ratzinger per proporlo addirittura come arcivescovo di Milano – nelle vene di Moraglia scorre sangue ambrosiano per via materna – con una accorata lettera che aveva molto colpito le alte stanze del Palazzo Apostolico.
Moraglia può essere definito senza ombra di dubbio "ratzingeriano", sia in teologia che in liturgia. È uomo di cultura, ma sempre attento a far sentire la presenza della Chiesa a fianco del mondo del lavoro con un occhio di riguardo per le fasce più deboli, in questo seguendo una tradizione che discende da Siri. Così, nel gennaio 2009, è stato visto mentre in impeccabili abiti episcopali impugnava un megafono per parlare con le maestranze di una fabbrica mobilitate in difesa del posto di lavoro (vedi la foto di Claudio Pistelli per "Il Secolo XIX").
Adesso Moraglia, mediaticamente piuttosto in ombra, si trova a dover succedere a Venezia a un cardinale come Scola che invece ha sempre avuto grande visibilità, anche grazie alle molteplici iniziative che hanno caratterizzato il suo mandato: basti pensare al polo educativo del Marcianum e alla Fondazione Oasis.
Essendo poi il primo genovese a salire sulla cattedra di San Marco, Moraglia dovrà essere attento a non urtare le sensibilità campanilistiche sempre in agguato. Una prova del gradimento della sua nomina, almeno a livello ecclesiastico, si avrà quando la conferenza episcopale del Triveneto sarà chiamata ad eleggere il suo nuovo presidente (che oggi è l’arcivescovo di Gorizia, Dino De Antoni, dimissionario per età). I predecessori Scola e Marco Cè, entrambi lombardi, non ebbero difficoltà ad essere eletti. Ed è improbabile che l’episcopato veneto riservi a un nominato personalmente dal papa lo sgarbo che l'episcopato della Toscana inflisse nel 2001 al neo arcivescovo di Firenze Ennio Antonelli (in precedenza segretario generale della CEI), quando gli preferì come presidente regionale l’arcivescovo di Pisa Alessandro Plotti, grande oppositore dell’allora presidente della CEI Ruini.
Con la nomina di Moraglia – che sarà creato cardinale nel primo concistoro successivo a quello che si celebra a febbraio – cresce il peso degli ecclesiastici discepoli di Siri, sia pure con sensibilità diverse. Oltre a Moraglia, infatti, sono stati ordinati sacerdoti da Siri i cardinali Bagnasco e Piacenza e il neoporporato Domenico Calcagno, presidente dell'APSA. Senza contare il nunzio apostolico Antonio Guido Filipazzi e il vescovo francese Marc Aillet. L’attuale maestro delle cerimonie pontificie monsignor Guido Marini fu l’ultimo diacono “caudatario” del cardinal Siri, mentre il viceministro degli esteri vaticano, monsignor Ettore Balestrero, pur essendo incardinato nella diocesi di Roma, è nato e cresciuto anche lui nella Genova “siriana”.
Raccontano i vecchi curiali che una volta il cardinale Sebastiano Baggio, potente prefetto della congregazione per i vescovi nell’ultima fase del pontificato di Paolo VI e all'inizio di quello di Giovanni Paolo II, abbia rimproverato il cardinale Siri di far crescere i suoi seminaristi e preti come in un'isola separata dal corpo della Chiesa italiana. E per questo non venivano presi in considerazione per essere fatti vescovi.
“Sì, è vero – avrebbe risposto Siri –, noi siamo in un'isola, ma ai miei ho insegnato a nuotare”. E a nuotare bene, si potrebbe aggiungere oggi.


Moraglia Patriarca: il primo messaggio



A S. E. il Cardinale Marco Cè, Patriarca Emerito, A S. E. Mons. Beniamino Pizziol, Amministratore Apostolico, a tutti i sacerdoti, i diaconi, i consacrati, le consacrate, fedeli laici, a tutti gli uomini e le donne, dimoranti nel territorio diocesano. 

Carissimi amici, fin dal primo momento in cui sono stato informato che il Santo Padre mi aveva destinato alla sede patriarcale di Venezia, ho provato un forte sentimento di trepidazione, ma anche una grande fiducia nel Signore; di tale stato d’animo desidero, in primo luogo, farvi parte. Tutti, infatti, - pastore e fedeli - siamo coinvolti nella scelta di Benedetto XVI. Il servizio nel difficile compito della presidenza ecclesiale richiede doti tali di prudenza, di saggezza, di cuore e d’intelletto che nessuno può pensare di possedere; per questo mi rivolgo a Voi chiedendo, fin d’ora, preghiera e aiuto.
Per la Chiesa che è a Venezia e il suo nuovo pastore inizia un tempo in cui ciascuno - per la sua parte - è chiamato ad affidarsi, con più libertà e più fede al Signore e al Suo piano provvidenziale che va sempre oltre quanto gli uomini possono immaginare; è il tempo in cui ciascuno, facendo meno conto su di sé, é chiamato ad aprirsi maggiormente, nella sua vita, al senso della paternità di Dio. E’ il tempo - se vogliamo - della comunione a priori, in cui, pastore e fedeli sono invitati, nella fede, a innalzare lo sguardo all’unico Maestro e Signore.
Sono mandato a voi - nella successione apostolica - come vostro Vescovo; non conto su particolari doti e doni personali, non vengo a voi con ricchezza di scienza e intelligenza ma col desiderio e il fermo proposito d’essere il primo servitore della nostra Chiesa che è in Venezia. Faccio mie le parole dell’apostolo Paolo che, nella seconda lettera ai Corinzi, scrive: «non intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori della vostra gioia, perché nella fede voi siete saldi» (2 Cor 1, 24). Il Vescovo, infatti, non è chiamato, innanzitutto, a portare qualcosa di suo, ma qualcosa che va oltre le sue personali capacità e risorse; in altre parole, la pienezza del sacerdozio di Cristo che - sul piano ministeriale - costituisce la Chiesa. 
Sono conscio d’essere mandato a una Chiesa viva, ben presente sul territorio, a una Chiesa che sa esprimere con una fede capace di farsi cultura ma, soprattutto, a una Chiesa che ha una lunga storia scandita dalla santità, anche ordinaria, di molti suoi figli e figlie; una santità confermata, anche recentemente, dalle figure di alcuni suoi grandi pastori come Giuseppe Melchiorre Sarto - San Pio X -, Angelo Giuseppe Roncalli - Beato Giovanni XXIII -, Albino Luciani - Servo di Dio Giovanni Paolo I -. Una Chiesa che, nei suoi membri, può contare su molteplici risorse per dire, oggi, la bellezza di Gesù risorto, il vivente. E tale testimonianza, nella così detta società “liquida” - in cui le situazioni mutano prima di consolidarsi in abitudini e procedure -, è oltremodo urgente.
Il Vescovo è chiamato a servire nella presidenza e, proprio per non venir meno in tale compito sa che, come prima cosa, deve amare la sua Chiesa, perché solo chi ama vede bene ed è in grado di cogliere tutto nella logica del Vangelo. Vengo col desiderio di ascoltare, per capire e conoscere quanto lo Spirito vuol dire a questa Chiesa, nella logica sinodale del comune cammino delle diocesi del Triveneto verso Aquileia 2. Si tratta di molteplici strade e di un comune percorso guardando, con occhi nuovi, alle realtà ecclesiali e socio-culturali, per una nuova evangelizzazione, in dialogo con le culture del tempo, avendo come meta il bene comune. Tale convenire delle Chiese del Nordest s’inserisce nel più ampio orizzonte degli orientamenti pastorali della Chiesa che è in Italia; così a cinquant’anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, il più grande evento ecclesiale che ha segnato il XX secolo, siamo invitati a rinnovarci personalmente e comunitariamente in una fede capace di farsi cultura. 
Il momento che stiamo vivendo deve caratterizzarsi per la comunione che nasce dalla fede nell’unico Signore; siamo chiamati a “narrare” - come Maria nel Magnificat - le grandi cose che Dio opera in noi.
Da quando sono stato messo a conoscenza della decisione del Santo Padre ho voluto idealmente aprire il mio cuore a tutta la città, all’intera diocesi, a ogni uomo e donna che il Signore mi vorrà fare incontrare nel servizio episcopale in mezzo a voi. Tutti porto nella preghiera e a tutti chiedo la carità della preghiera; in modo particolare la chiedo ai piccoli, ai malati, agli anziani, ai bambini, a coloro che Gesù, nel Vangelo, ci dice contano di più agli occhi del Padre celeste. Chiedo d’essere accolto come un fratello che, per un disegno della Provvidenza, è mandato a voi come padre, pur venendo da una regione lontana dalla vostra che ormai, però, avverto già come a me carissima.
A quanti, nelle differenti vocazioni e stati di vita, concorrono a formare il volto della Chiesa di Dio che è in Venezia, domando aiuto, collaborazione e assunzione di corresponsabilità; il Vescovo, infatti, che è garante dell’unità della Chiesa particolare - nella comunione col Vescovo di Roma - da solo non può fare nulla. Infine chiedo la collaborazione dei confratelli, insigniti del sacerdozio di secondo grado, che costituiscono il reale prolungamento del sacerdozio del Vescovo. Fra essi, in primis, mi rivolgo ai parroci, poi a quanti, a diverso titolo, esercitano il ministero nell’ambito della cultura - ricerca e insegnamento - e ai confratelli che, oggi, in un contesto sociale sempre più a rischio povertà, si misurano, quotidianamente, con tutte le tipologie dei bisogni dell’uomo. Conto anche sui diaconi e sul loro prezioso ministero: il servizio della carità che, sempre, nasce dall’altare e ad esso, sempre, ritorna. Ai consacrati e consacrate chiedo che, nella fedeltà al loro carisma specifico, esprimano il volto sinfonico della Chiesa, ne promuovano la crescita compiendone i lineamenti, in vista di una testimonianza pienamente evangelica, incarnata nell’oggi. Ai fedeli laici e alle aggregazioni laicali dico la mia fiducia e stima, guardo a loro come a una vera ricchezza per un’inculturazione della fede nel contesto di una vera e sana laicità, con particolare attenzione e promozione della realtà della famiglia, nella prospettiva del bene comune.
Nell’alveo e secondo la logica di una sana laicità guardo con attenzione allo Studium Generale Marcianum, polo pedagogico e accademico, strumento di formazione e di ricerca, affinché la nostra Chiesa sia in grado d’elaborare una proposta educativa radicata nell’impareggiabile e unica tradizione storica e civile di Venezia e, insieme, in dialogo costante con tutte le culture e gli uomini.
Ai carissimi giovani, con i quali sarebbe - fin d’ora - mio desiderio intrattenermi a lungo, mi limito a dire: voglio incontrarvi al più presto! Un pensiero di vicinanza amica e fraterna va a quanti appartengono alle differenti confessioni cristiane, alla comunità ebraica, ai credenti di altre religioni presenti nel territorio della diocesi. Infine il mio saluto rispettoso va agli uomini e alle donne non credenti, soprattutto a coloro che sono “in ricerca”, auspicando, per quanto possibile, un comune impegno per l’uomo; in una cultura sempre più individualista, profondamente segnata della tecno-scienza, appare discriminante la questione antropologica, vero “caso serio” per il presente e il futuro della nostra società.
Non posso chiudere questo saluto senza un ricordo del mio predecessore, il Cardinale Angelo Scola, Arcivescovo di Milano, del Cardinale Marco Cè, Patriarca Emerito; un grazie riconoscente e particolarissimo all’Amministratore Apostolico, Monsignor Beniamino Pizziol per quanto sta facendo, con grande generosità, a servizio della Chiesa che è a Venezia. Agli eccellentissimi Vescovi della sede metropolitana patriarcale e agli eccellentissimi Arcivescovi e Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneta dico - nell’attesa d’incontrarli di persona - il mio intenso, fraterno affetto collegiale.
Al Sindaco, al Presidente della Provincia, al Presidente della Regione e a tutte le cariche istituzionali rivolgo il mio deferente saluto e assicuro impegno per una collaborazione leale, nella distinzione dei ruoli.  
L’intercessione di San Marco Evangelista, del Proto Patriarca San Lorenzo Giustiniani, soprattutto la materna intercessione della Vergine Nicopeia ci ottengano, da Dio, la grazia di rispondere a quanto Egli si attende da ciascuno di noi. 
In attesa d’incontrarVi, tutti benedico con affetto.


La Spezia, 31 gennaio 2012                                                                                        

+ Francesco Moraglia 
Patriarca eletto 


Tratto da GENTE VENETA, n.5/2012

Moraglia Patriarca: l'annuncio dell'Amministratore Apostolico



Carissimi fedeli della Chiesa di Venezia,

venerati sacerdoti, diaconi, consacrati e consacrate,
gentili Autorità, 

con grande gioia vi annuncio che, dopo alcuni mesi di attesa, il Patriarcato di Venezia ha il suo nuovo Pastore. Con voi lodo e ringrazio il Signore ed invoco sul nuovo Patriarca l’intercessione di S. Marco, della Vergine Nicopeia e di tutti i nostri Santi. 

Sua Santità Papa Benedetto XVI ha nominato Patriarca di Venezia Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francesco Moraglia, attualmente Vescovo di La Spezia – Sarzana – Brugnato. Il Patriarcato si arricchisce così di un nuovo successore di S. Lorenzo Giustiniani. 

Sappiamo che il Vescovo è un segno singolare della presenza del Signore in mezzo al popolo di Dio. In comunione con il Vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro, presiede l’Eucaristia, vertice della comunione cristiana, discerne i doni dello Spirito Santo e guida il gregge a lui affidato sulla strada della fedeltà al Vangelo, facendo di noi una comunità di discepoli del Signore Gesù.
Sento, a nome di tutta la Chiesa veneziana, di ringraziare di cuore il Santo Padre per il dono che ci ha fatto, ma anche di esprimere un particolare ringraziamento a Mons. Moraglia, che ha accettato con spirito di fede e di abbandono al Signore, la responsabilità di una Chiesa territorialmente non grande, ma ricca di storia, di spiritualità, di tradizioni e storico punto di riferimento per le Chiese della Regione conciliare triveneta. Una Diocesi che, ne sono sicuro, saprà accogliere con entusiasmo il nuovo Patriarca, volergli bene e camminare con lui nella fedeltà gioiosa, nell’ obbedienza filiale e con autentica passione per il Vangelo. 
Mons. Moraglia viene tra noi forte di una lunga e ricca esperienza accademica e pastorale, che lo ha visto impegnato nell’Arcidiocesi di Genova, sua Chiesa di provenienza, ma anche nella Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale, sezione del Seminario di Genova, e in qualità di Consultore della Congregazione per il Clero.
La nomina del nuovo Patriarca comporta un tempo di attesa, che culminerà con la presa di possesso canonica della Cattedra di S. Marco. Fino ad allora, continuerò a svolgere il mio servizio di Amministratore Apostolico a questa amata Chiesa di Venezia, che da oggi vuole prepararsi nel modo migliore ad accogliere il suo nuovo Pastore.
A partire da oggi, in tutte le celebrazioni liturgiche si pregherà per il nuovo Patriarca, affinché la grazia dello Spirito lo prevenga e gli apra la strada, lo sostenga nei suoi passi verso di noi e lo accompagni sempre nel suo ministero, che ci auguriamo gioioso e fecondo.
Benedico tutti di cuore per intercessione della Vergine Nicopeia e di S. Marco, nostro patrono».



Venezia, 31 gennaio 2012 



+ Beniamino Pizziol
Amministratore Apostolico di Venezia


Tratto da GENTE VENETA, n.5/2012

Mons. Francesco Moraglia, 48° Patriarca di Venezia





Il Santo Padre Benedetto XVI ha nominato Patriarca di Venezia (Italia) S.E. Mons. Francesco Moraglia, finora Vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato.

S.E. Mons. Francesco Moraglia
S.E. Mons. Francesco Moraglia è nato a Genova il 25 maggio 1953.
Ha frequentato il Seminario di Genova ed ha ricevuto l’ordinazione sacerdotale il 29 giugno 1977.
Ha poi proseguito gli studi a Roma presso la Pontificia Università Urbaniana conseguendo il Dottorato in Teologia Dogmatica nel 1981.
Nel suo ministero è stato chiamato a svolgere il compito di educatore presso il Seminario arcivescovile maggiore a Genova e di vice-parroco in una parrocchia del centro cittadino.
È stato insegnante di Teologia Dogmatica presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale, preside presso l'Istituto di Scienze Religiose Ligure e assistente diocesano del MEIC. Ha, inoltre, diretto l'Ufficio diocesano per la Cultura e il Centro Studi "Didascaleion".
È stato membro del Consiglio Presbiterale diocesano e canonico del Capitolo.
Il 6 dicembre 2007 è stato eletto alla sede vescovile di La Spezia-Sarzana-Brugnato, ricevendo l’ordinazione episcopale il 3 febbraio 2008.
È presidente del Consiglio di Amministrazione della fondazione "Comunicazione e Cultura" e consultore della Congregazione per il Clero.

[00130-01.01]



Moraglia Patriarca: ci siamo?



di Andrea Tornielli (per Vatican Insider)
L’atteso e già ampiamente pronosticato annuncio della nomina del nuovo patriarca di Venezia sarà dato a mezzogiorno di domani, in contemporanea dalla diocesi di La Spezia, dal patriarcato lagunare e dalla Sala Stampa vaticana. Il genovese Francesco Moraglia, 59 anni, dal 2007 vescovo della diocesi spezzina, è il successore che Benedetto XVI ha scelto per guidare il patriarcato veneto dopo la nomina – avvenuta nel giugno 2011 – di Angelo Scola quale arcivescovo di Milano.

La nomina di Moraglia: l'annuncio e i cardinali



di Marco Tosatti (per La Stampa) 
L’annuncio ufficiale della nomina di Francesco Moraglia a nuovo patriarca di Venezia sarà dato nei primissimi giorni della prossima settimana; l’arcivescovo di La Spezia farà probabilmente il suo ingresso a San Marco, dove peraltro lo attendevano con un’alta probabilità di certezza, oltre metà marzo, e in tempo per guidare la diocesi nel periodo pasquale. Intanto siamo in grado di fornire alcune informazioni sul percorso che Benedetto XVI ha seguito, con grande prudenza e cautela, coadiuvato dal neo-prefetto per la Congregazione dei vescovi, il canadese Marc Ouellet, per scegliere il patriarca di una diocesi non grande territorialmente e per numero di fedeli, ma estremamente prestigioso, e che ha dato tre papi alla Chiesa nel secolo scorso. A gennaio sono giunte le lettere inviate ai vescovi del Veneto, la regione direttamente interessata, e ai cardinali italiani – ma non a quelli con incarichi in Curia – sui nomi di eventuali candidati. Il Papa non è obbligato a tenerne conto, tanto più quando si tratta di una diocesi di altissimo livello come Venezia; ma comunque è buona prassi ricevere dei consigli, e in questo caso Benedetto ha seguito quello che è un suo modo di procedere consolidato da sempre. Sentire tutti, decidere da solo. A quanto ci risulta, sono stati decisivi i cardinali; ma in funzione di una conferma di una propensione che Benedetto XVI aveva. Si era formato l’idea che Francesco Moraglia radunasse nel suo carattere e nel suo stile pastorale alcuni elementi che secondo il Papa erano necessari per diventare patriarca della Laguna, in particolare dopo Angelo Scola, una personalità di stile eminentemente intellettuale. L’immagine di patriarca che Benedetto XVI aveva in mente era quella di qualcuno molto solido e attivo da un punto di vista culturale (e in effetti Moraglia a La Spezia ha dato parecchi impulsi in questa direzione); ma allo stesso tempo con un accento pastorale e “popolare” spiccato, per tessere i rapporti con una comunità cattolica di antica fede e di livello sociale molto variegato. Oltre a essere un sacerdote di formazione liturgica e catechistica solida e “centrale”; cioè legato a una sana tradizione, senza eccessi e senza fughe in avanti, molto concreta e rispettosa della sensibilità media. Fra i nomi fatti c’era certamente quello del vescovo di Udine, Mazzoccato; quello del titolare di Piacenza, Gianni Ambrosio; almeno uno per mons. Aldo Giordano. Fra i cardinali italiani (è stato consultato anche l’arcivescovo di Torino, Nosiglia, anche se non è ancora cardinale) la maggioranza si è espressa a favore di Moraglia; salvo Vallini, e Romeo, di Palermo, che a quanto sembra non ha indicato nessun nome. E il Papa si è certamente sentito confortato nella sua decisione dal parere concorde di Ruini, Biffi, Caffarra, Sepe, Bagnasco e Nosiglia; cioè il “Senato” della Chiesa italiana.

Il Papa, il cardinal Biffi e Moraglia Patriarca



di Paolo Rodari (per Il Foglio) 
La spinta decisiva l’ha data il cardinale Giacomo Biffi. Ha pesato molto il parere dell’emerito di Bologna nella scelta fatta dal Papa (la nomina sarà comunicata a giorni) del nuovo patriarca di Venezia: tre degli ultimi sette pontefici italiani (Pio X, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo I) sono stati eletti in conclavi in cui erano entrati come cardinali di Venezia. La scelta del Papa è Francesco Moraglia, vescovo di La Spezia, 59 anni, genovese, fine teologo in dogmatica ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri.



Per Tornielli è fatta: Moraglia è il nuovo Patriarca



di Andrea Tornielli (per Vatican Insider) 
Benedetto XVI ha scelto il successore del cardinale Angelo Scola sulla cattedra di San Marco: è il vescovo di La Spezia, Francesco Moraglia, di origini genovesi. L’annuncio è atteso a giorni e l’ingresso nella diocesi della Serenissima potrebbe avvenire entro marzo.

Si conclude così l’attesa durata sette mesi, dopo la nomina di Scola a Milano. La «macchina» delle consultazioni per la scelta del successore si è messa in moto con notevole ritardo, complice anche il fatto che dopo l’estate è cambiato il nunzio apostolico in Italia: l’arcivescovo Giuseppe Bertello, che aveva gestito il dossier Milano, è stato promosso alla guida del Governatorato e ora diventerà cardinale, mentre al suo posto di ambasciatore vaticano presso il Quirinale è stato scelto il nunzio in Argentina Adriano Bernardini.
Moraglia è nato a Genova, il 25 maggio 1953 ed è stato ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Siri il 29 giugno 1977. Dottore i teologia dogmatica, è stato direttore dell’ufficio per la Cultura e l’Università della diocesi genovese; assistente diocesano del Meic; docente di cristologia, antropologia, sacramentaria e di storia della teologia alla Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale; preside e docente dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose Ligure. Nominato vescovo di La Spezia-Sarzana-Brugnato nel dicembre 2007 da Benedetto XVI, ha ricevuto l’ordinazione dal cardinale Angelo Bagnasco nel febbraio 2008. Attualmente ricopre l’incarico di presidente del consiglio di amministrazione della Fondazione «Comunicazione e Cultura», che sovrintende ai media della Conferenza episcopale italiana.
Il nuovo patriarca può essere considerato un ratzingeriano, sia dal punto di vista teologico che liturgico. Ma le cronache spezzine hanno più volte registrato anche le sue prese di posizione in favore degli operai disoccupati: il vescovo Moraglia si era infatti interessato personalmente della situazione dei disoccupati dell’ex fabbrica di elettrodomestici San Giorno. Mentre nei giorni scorsi è stato presente alla manifestazione dei sindacati di La Spezia contro la manovra del governo, manifestando vicinanza e dicendo loro di condividere «la preoccupazione dei lavoratori» in un momento in cui è a rischio «la coesione sociale».
Lo scorso ottobre alcuni centri della diocesi spezzina – Monterosso, Brugnato e Borghetto Vara – erano stati travolti dal fango dell’alluvione. Moraglia da quel momento, ha annullato ogni impegno in agenda e ha percorso in lungo e in largo tutte le zone alluvionate. «Quello che più mi ha colpito – ha detto visitando i paesi sommersi dal mare di fango – sono le persone, la loro capacità di esprimere, nella tragedia, un supplemento di umanità. Sono edificato dalla loro dignità, dalla voglia di ricominciare. C’è gente che ha perso tutto, eppure non manca di incoraggiare altri, magari anche meno sfortunati». Moraglia ha chiesto al rettore del seminario diocesano di inviare i seminaristi a collaborare ai soccorsi: «Queste vicende sono una scuola di vita: aiutano a essere più uomini. Impareranno qualcosa di vero e reale.
Anche questo è importante per la loro formazione. Il nostro compito è stare in mezzo alla gente. Stai a sentire le persone, cerchi di tirar fuori quello che hanno dentro, incoraggi, dai una carezza. Finché c’è un rapporto forte tra parroco e comunità, ogni difficoltà può essere guardata con la certezza che sarà superata. Questa alleanza permetterà di riscoprire quella dimensione umana che abbiamo perso con il consumismo e con un’educazione che non aiuta i giovani a gustare la fatica della conquista».
La sede veneziana è uno dei tre patriarcati della Chiesa latina, insieme a Gerusalemme e Lisbona. La nomina di Moraglia non è stata oggetto di discussioni nelle riunioni ordinarie della Congregazione per i vescovi, perché, come accaduto in molti altri casi, il Papa aveva già a disposizione una documentazione sufficientemente completa.

Vaticano, intrighi a corte




Paolo VI non lo voleva più definire con l'antiquato termine di "corte", ma a quanto pare, l'entourage del Papa, con gli intrighi e i sospetti, sembra giunto dalla Versailles di Luigi XV. A discapito di Papa Benedetto e dei cattolici, che se ne stanno a guardare, ammutoliti. Non ci resta che... pregare. 

di Paolo Rodari (per Il Foglio)

Il comitato permanente dell’Istituto Toniolo, la “cassaforte” dell’Università Cattolica e dell’ospedale Gemelli, si riunisce domani per sancire l’entrata del cardinale Angelo Scola tra i suoi membri. L’arcivescovo di Milano prende il posto del notaio Giuseppe Camadini, storico rappresentante del cattolicesimo bresciano e della sua “finanza bianca”, recentemente dimessosi assieme all’economista Alberto Quadrio Curzio. L’entrata ufficiale di Scola è significativa non soltanto perché porterà presto il nuovo arcivescovo di Milano ad assumere la presidenza dell’Istituto al posto del cardinale Dionigi Tettamanzi, ma anche perché affossa definitivamente le aspirazioni del Vaticano che intendeva portare alla presidenza del Toniolo un suo uomo di fiducia, l’ex presidente della Corte costituzionale Giovanni Maria Flick.

Il piano del Vaticano era ambizioso: conquistare il Toniolo e insieme l’ospedale Gemelli, unendo in un unico polo d’eccellenza anche il San Raffaele, il Bambin Gesù e la Casa Sollievo di San Giovanni Rotondo. Al progetto stavano lavorando, con la supervisione del segretario di stato Tarcisio Bertone, il manager Giuseppe Profiti, il presidente dello Ior Ettore Gotti Tedeschi e l’industriale Vittorio Malacalza, colui che più di altri avrebbe dovuto impegnarsi economicamente. Tra i primi a sfilarsi c’è stato Malacalza il quale, a poche ore dalla morte di don Luigi Verzé, disse a chi gli chiedeva se la cordata era ancora decisa a restare dentro il San Raffaele: “Forse non ne saremo degni”. Il più lesto a cogliere il cambiamento di rotta è stato Flick il quale, svanita la possibilità di entrare nel Toniolo, è riuscito a divenire presidente del cda del San Raffaele legandosi a stretto giro con l’altra cordata, quella dell’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli che coi suoi 405 milioni di euro si è aggiudicato l’ospedale.
Quanto accaduto all’interno del Toniolo e del San Raffaele non è altro che la coda di una battaglia più ampia che si sta giocando tra le pieghe del mondo cattolico e dello stesso Vaticano. Una battaglia per il potere. Le mire di Bertone sulla stanza dei bottoni ambrosiana sono state stoppate non soltanto dai pareri negativi di Scola e del presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco, ma anche da una nota scritta fatta pervenire in appartamento papale dal cardinale Attilio Nicora, presidente dell’Aif, la nuova authority incaricata di controllare l’attività finanziaria di tutti gli enti del Vaticano, sentito il parere dell’amico porporato bresciano Giovanni Battista Re, ex capo dei Vescovi. Il parere dei quattro porporati è pesato parecchio e alla fine ha convinto il Papa il quale, tra l’altro, vedeva nell’operazione anche un intoppo giuridico: lo Ior non può, per statuto, impegnarsi in un’operazione del genere.
Bertone e i suoi fidati imprenditori da una parte, Scola, Bagnasco e il mondo legato alla finanza ambrosiana cosiddetta “bianca” dall’altra. Il Papa nel mezzo a cercare quelle soluzioni più giuste ed eque per tutti. E un ruolo significativo che viene giocato anche dal segretario particolare del Papa, monsignor Georg Gänswein, che quasi quotidianamente ha dovuto raccogliere notizie, sentire pareri, fare da filtro con il Pontefice. Diverse le lettere arrivate sul suo tavolo contro Bertone, non tutte anonime. Ieri, all’interno del programma d’inchiesta “Gli intoccabili”, in onda su La7, è stato il giornalista Gianluigi Nuzzi a svelare una lettera di qualche mese fa scritta dall’attuale nunzio negli Stati Uniti, Carlo Maria Viganò. Il presule, allora numero due del Governatorato, non cita il San Raffaele e nemmeno il Toniolo ma parlando di “corruzione” all’interno del Vaticano chiama in causa, seppur indirettamente, il segretario di stato, reo, quantomeno, di un omesso controllo su coloro che all’interno della Santa Sede rubano gonfiando i costi degli appalti. Le finanze del governatorato, prima del suo arrivo, erano un buco nero, nel 2009 perdevano 8 milioni di euro: in Vaticano venivano fatte lavorare sempre le stesse ditte, che gonfiavano i costi per l’edilizia e l’impiantistica. Su tutti viene citato un caso: il presepe montato nel Natale del 2009 in piazza San Pietro, costato alle casse della Santa Sede 550 mila euro.
Viganò cita i cardinali Velasio De Paolis, Paolo Sardi e Angelo Comastri come persone da lui informate. Dice che della “corruzione” ha parlato con Bertone senza però ricevere l’aiuto che sperava. E dice al Papa di essere preoccupato: Bertone gli aveva promesso la guida del governatorato una volta che l’allora presidente, il cardinale Giovanni Lajolo, fosse andato in pensione, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Perché Viganò non viene promosso nel posto che gli è stato promesso? A suo dire per un solo motivo: per bloccare l’opera di pulizia iniziata dentro il Vaticano. Una tesi sostenuta anche da altri cardinali di curia, tra questi l’ex nunzio a Washington Agostino Cacciavillan, uomo del cardinale decano Angelo Sodano. Cacciavillan si è speso personalmente sconsigliando al Papa l’allontanamento di Viganò.
Difficile dire quali conseguenze il Papa deciderà di trarre da tutta questa vicenda. Per molti tutto questo fango potrebbe pregiudicare la posizione di Bertone in sella alla segreteria di stato vaticana, tenuto conto anche del fatto che il prossimo dicembre egli compirà 78 anni, la stessa età che aveva il suo predecessore Angelo Sodano quando il Papa accettò le sue dimissioni. In realtà le dimissioni di Bertone sembrano lontane: è improbabile che Benedetto XVI decida di privarsi di colui che un anno dopo l’elezione al soglio di Pietro ha scelto quale suo uomo di fiducia anche in virtù di un conclave in cui il cardinale di origini piemontesi ha giocato un ruolo decisivo. Già lo scorso agosto un “corvo” aveva provato a fare lo scalpo a Bertone. Sul tavolo del segretario di stato vaticano arrivò una missiva anonima che si apriva con una minacciosa citazione di don Giovanni Bosco, fondatore dei Salesiani, la congregazione a cui appartiene Bertone: “Grandi funerali a corte!”. Con queste parole il santo torinese preannunciava lutti a Vittorio Emanuele II nel caso il regno piemontese avesse continuato con le politiche di confisca dei beni della chiesa. 
L’anonimo estensore della missiva mostrava di essere informato sulle vicende della curia, tanto che accusava Bertone di non saper decidere e di scegliere i collaboratori sulla base delle sue simpatie personali. Faceva riferimento alla decisione presa di trasferire Viganò, allontanandolo dal Vaticano. Ma l’estensore della lettera ometteva un particolare non secondario: lo spostamento di Viganò dal Vaticano a Washington non è stata una decisione unilaterale di Bertone. E’ stata una nomina firmata dal Papa. E’ lui ad aver voluto la promozione di Viganò. E’ lui ad aver scelto Bertone, nonostante già nei primi mesi successivi al suo arrivo in segreteria di stato in molti dicessero: “Non ha la stoffa per fare il segretario di stato. Troppo poco diplomatico”.



O Dio, nostro Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai svelato il tuo Volto e ci hai manifestato il tuo amore, apri i nostri occhi con la grazia dello Spi­rito Santo, perché riconosciamo in Lui il nostro Redentore e Signore e lo seguiamo, come fedeli discepoli, sulla via della croce fino a contem­plarti faccia a faccia nella gloria. Egli è Dio e vive e regna con Te, nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.




Pinacoteca Vaticana, Antonio Allegri "il Correggio", Cristo in gloria, particolare.

Sarà Moraglia?



Un ligure a Venezia? Per Diniello pare tutto compiuto: sarà il giovane vescovo genovese a sedere sulla Cattedra di San Lorenzo Giustiniani. 

di Ugo Dinello (per la Nuova di Venezia e Mestre)  

Monsignor Francesco Moraglia, attuale vescovo di La Spezia, si avvicina a grandi passi a Venezia. E’ questo il nome che sarebbe stato già comunicato in via ufficiosa alla diocesi lagunare dal nunzio apostolico in Italia, monsignor Adriano Bernardini, in attesa della comunicazione ufficiale, attesa nei prossimi giorni. Francesco Moraglia sembra quindi essere il prescelto all’interno della pattuglia dei vescovi indicati per succedere in laguna al cardinale Scola dopo la sua nomina ad arcivescovo di Milano. Tra questi vi sono il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, quello di Trieste, Giampaolo Crepaldi, quello di Udine, Andrea Bruno Mazzoccato, mentre nei giorni scorsi tra i cattolici veneziani era corso il nome di monsignor Beniamino Pizziol, appena nominato a Vicenza. Per l’ingresso del nuovo patriarca è stato scelto un giorno particolare per la sua doppia valenza religiosa e civile: il 25 marzo. In esso la Chiesa cattolica celebra l’Annunciazione a Maria mentre la tradizione della Serenissima vi identifica il mitico giorno della fondazione di Venezia nel 421. In realtà l’iter per l’arrivo di monsignor Moraglia sarà lungo e complesso. Nei giorni scorsi è già avvenuta la comunicazione ufficiale da parte del nunzio apostolico allo stesso prescelto, cui è seguita l’accettazione da parte di monsignor Moraglia. Poi vi sarà la comunicazione ufficiale e contemporanea in Vaticano, nella diocesi di provenienza (La Spezia) e in quella di destinazione (Venezia). Seguirà la “presa di possesso”, atto canonico e civile, quindi l’ingresso. Monsignor Moraglia è nato a Genova il 25 maggio 1953, ordinato nel ’77 e nominato vescovo della Spezia nel 2007. Ha collaborato con il segretario di Stato della Santa Sede, Tarcisio Bertone, quando questi era arcivescovo di Genova, ma anche con il presidente della Cei Angelo Bagnasco. E’ apprezzato da papa Benedetto XVI che ha caldeggiato la sua nomina a presidente della fondazione “Comunicazione e cultura” della Cei, da cui dipende anche TV2000, la televisione di proprietà della stessa Conferenza episcopale italiana, richiesta di nomina ben accolta dallo stesso Bagnasco. Sembra così destinata a concludersi la lunga attesa dei cattolici veneziani per avere un nuovo pastore. Un periodo di “vacatio” che è stato prolungato dalla contemporanea mancanza del nunzio in Italia, cioè della persone cui viene delegato l’iter di nomina dopo la scelta da parte di papa Benedetto nella terna di nomi presentati dai vescovi.

Splendori patavini: un Donatello miracoloso



di Aldo Comello (per Il Mattino di Padova)
Cinque secoli fa nel periodo tumultuoso, fitto di epurazioni e tradimenti, di carestie e pestilenze in cui Venezia si riappropria della città di Padova, dopo la parentesi splendida del dominio carrarese, nel febbraio del 1512, la gente assiste sconvolta al miracolo del crocifisso nella chiesa di Santa Maria dei Servi: per 15 giorni dalla statua monumentale, quasi due metri di altezza, collocata, allora, tra altare e presbiterio, si mise a colare sudore sanguigno dal volto e dalla parte sinistra del petto e il fenomeno si ripeté nel corso della Settimana Santa. Molti fedeli furono testimoni di quell’evento. La cosa fu riferita al vescovo, egli accorse e, indossati gli abiti pontificali, poté riempire un’ampolla delle gocce cadenti. «Forse fu proprio il prodigio – dice oggi il parroco don Paolo Bicciato – il responsabile di una sorta di amnesia collettiva. Il crocifisso, legno di pioppo coperto da una vernice d’oro, scolpito da Donatello negli stessi anni in cui forgiò il Cristo di bronzo dell’altare del Santo tra il 1444 e il 1449, si trasformò da opera d’arte in icona miracolosa, in reliquia, oggetto di devozione appassionata, suffragata dal portento», E così la paternità del grande scultore fiorentino si dissolse, fu dimenticata, resettata dalle cronache del tempo, quasi rinnegata. Questo offuscamento è singolare perché la statua non è sepolta in una chiesuola fuori mano, ma si trova nella grande, antica chiesa dei Servi, in via Roma, nel cuore del centro storico di Padova. Il colpo di scena è del 2006, una vera e propria bomba fu fatta brillare da due storici dell’arte, Marco Ruffini e Francesco Caglioti. Ruffini trova in una biblioteca dell’università di Yale la prima edizione delle Vite del Vasari e si accorge che una pagina reca delle postille di anonimi chiosatori, una è di importanza fondamentale: Donatello, tra le varie opere elencate nelle Vite vasariane, «ha ancor fato il Crucifixo quale hora è in chiesa di Servi a Padoa». Caglioti, autore nel 2000 di un monumentale studio su Donatello e i Medici, si precipita a Padova, entra nella chiesa, si arrampica letteralmente sull’altare e si rende conto che l’annotazione sul Vasari di Yale è veritiera: il crocifisso è una stampa e una figura con quello del Santo, anche se la letteratura lo ignora o quasi. È citato tre volte nella monografia di Hans Kauffman e nel libro di Margit Lisner, anche se non si parla della paternità. Eppure vicinissimo ai Servi si apriva dal 1434 il Fondaco Strozzi dove Donatello visse in esilio, come testimonia Giuseppe Fiocco, un personaggio luminoso per cultura e ricchezza, Palla Strozzi ed è lui che porta a Padova gli artisti fiorentini del Rinascimento, Donatello e Filippo Lippi. Nel 1850 il Crocifisso fu rivestito di una pellicola color del bronzo, in realtà piuttosto atipica, quasi un vulnus . «Spetta alla Soprintendenza – dice il parroco – decidere se mantenere questo rivestimento protettivo. A me interessa un altro obiettivo, fare in modo che in questa immagine confluisca la sacralità infusa dalla memoria di un grande portento e la bellezza di una scultura uscita dalla bottega del grande Donatello». Si tratta, insomma, di rimettere insieme i due valori originari. E per farlo occorre divulgare l’assoluta certezza che il Cristo dei Servi è opera di Donatello. 

Oggi nella cappella interna della chiesa dei Servi saranno illustrate le novità riguardanti lo studio del Crocifisso. Intervengono il vicario generale, monsignor Paolo Doni, il parroco Paolo Bicciato, il Soprintendente Luca Caburlotto e Elisabetta Francescutti, storico dell’arte della Soprintendenza. La ricorrenza dei 500 anni dal prodigio sarà celebrata con una serie di appuntamenti, concerti e approfondimenti culturali che si protrarranno per tre mesi, da sabato 21 gennaio fino a sabato 21 aprile. Il momento clou sarà la domenica della Palme con la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo Antonio Mattiazzo. Il parroco fa notare la tela seicentesca in Santa Maria dei Servi firmata dal De Pitocchi che mostra il crocifisso sullo sfondo del Santo e il profilo dei Colli che circondano la città. E’ un segno della «patavinitas» del capolavoro di Donatello, un omaggio a Padova. Ai piedi del crocifisso si nota scolpita la figura del vescovo nell’atto di raccogliere in un calice le stille di sangue che cadono dal costato del figlio di Dio nel corso dell’evento portentoso del 1512.

Il Crocifisso di Donatello che sudò sangue nel 1512

Furto sacrilego a Burano


 
di Simone Bianchi (per la Nuova di Venezia e Mestre) 
Rubati gli ex voto alla Madonna nella chiesa di San Martino Vescovo a Burano. La scoperta è stata fatta ieri dal parroco don Renzo Mazzuia e dai suoi assistenti e nel pomeriggio è stata poi sporta denuncia alla stazione dei carabinieri dell’isola. Un episodio che sta creando non pochi malumori e amarezza tra i residenti, per un gesto ritenuto da tutti “ignobile” per il luogo scelto e per ciò che è stato sottratto alla chiesa di Burano. Gli ex voto sono infatti dei doni che i fedeli fanno alla Madonna, o al santo cui si sentono più legati, per chiedere un aiuto oppure ringraziare per qualcosa che hanno ricevuto per loro oppure i familiari. Fatto sta che domenica pomeriggio dalla statua della Madonna che si trova sul secondo altare a sinistra rispetto all’ingresso della chiesa di San Martino Vescovo, sono sparite alcune collanine, medagliette e braccialetti in oro che erano stati messi dai fedeli in segno di preghiera e ringraziamento. «Una cosa del genere non si era mai verificata a Burano, quantomeno nei dieci anni di sacerdozio che finora ho trascorso qui – argomenta il parroco, don Renzo Mazzuia – Mi è stato detto che domenica pomeriggio era stata notata una persona aggirarsi nella chiesa, ma sembrava un fedele intento a pregare. Invece deve aver preso una seggiola per salirci sopra e raggiungere gli ex voto, per poi rubarli e andarsene. C’è tanto stupore e amarezza per quanto successo». Oggetti che non avevano un grandissimo valore economico, ma che per i fedeli che li avevano messi sulla statua della Madonna avevano invece un enorme valore affettivo. In queste ore quanto accaduto ha fatto rapidamente il giro dell’isola provocando un inevitabile sdegno tra i 3.500 abitanti di Burano. E sembra che ha compiere il gesto non sia stato un residente, bensì un turista di passaggio. «Profanare in questo modo un luogo sacro qual è la nostra chiesa di Burano ha davvero dell’incredibile - sostiene il consigliere comunale buranello, Davide Tagliapietra - La speranza è che si riesca a risalire in qualche modo al colpevole. Un gesto davvero brutto su un’isola che fino a poco tempo fa non era quasi mai stata toccata da episodi simili».
C’era stato qualche piccolo atto vandalico contro dei lampioni o panchine, forse più una bravata di qualche ragazzo, fino al furto di Gratta & vinci e sigarette in una tabaccheria circa una ventina di giorni fa. Per il resto, Burano era e rimane ancora un’isola felice sotto questo profilo e con una microcriminalità praticamente inesistente. «A nome del gruppo di Protezione civile di Burano - commenta il coordinatore Filippo Lazzarini - esprimo rammarico, e invito il colpevole a restituire la refurtiva che va al di là della perdita economica, ma che ha in essere gli affetti e i ricordi più cari delle famiglie che li hanno donati alla Madonna. Siamo rimasti molto colpiti dall’accaduto, visto che il nostro gruppo é composto da persone credenti e ha come patrono proprio San Martino, nella cui chiesa abbiamo scortato durante le ultime celebrazioni le reliquie di Santa Barbara. Ci chiediamo se questi siano i sintomi di un disagio sociale che si espande a macchia d’olio, visto quello che succede a livello nazionale, e speriamo in un rapido lieto fine della vicenda».

Epifania in sede vacante



Un po' in ritardo, vi proponiamo qualche immagine del Pontificale della solennità dell'Epifania presieduto da Mons. Pizziol, vescovo di Vicenza ed amministratore apostolico per Venezia in sede vacante. Presente anche Mons. Gualberti, arcivescovo coadiutore de Santa Cruz de la Sierra. Durante la celebrazione liturgica è stato consegnato al diacono Tiziano Scatto un simbolico crocifisso che lo accompagnerà in Bolivia, dove sarà inviato fidei donum del Patriarcato.






La Cappella Marciana ha eseguito la Messa O magnum Misteryum di Tomàs Luis de Victoria.



Se ne va il decano dei vescovi italiani, mons. Mistrorigo

Lo stemma del vescovo Antonio Mistrorigo.



Sabato 14 gennaio 2012, verso le ore 20:00 il Signore ha chiamato a sé S.E. mons. Antonio Mistrorigo, vescovo emerito di Treviso. La notizia è stata comunicata dal vicario generale, mons. Giuseppe Rizzo.  
Ordinato presbitero il 7 luglio del 1935 a Vicenza venne eletto vescovo titolare di Troia il 9 marzo 1955 e consacrato il 25 aprile successivo per l'imposizione delle mani di mons. Carlo Zinato. Il 25 giugno 1958 fu inviato alla Diocesi di Treviso.
Partecipò a tutte le sessioni del Concilio Ecumenico Vaticano II. Durante il suo episcopato furono fatti i processi canonici per la beatificazione del vescovo di Treviso Andrea Giacinto Longhin, cappuccino (1964 e 1982), di fratel Federico Cionchi, laico somasco (1981); di padre Basilio Martinelli dell'Istituto Cavanis (1985). Tenne il Sinodo diocesano del post-concilio (1984-1987). Molto conosciuto come esperto divulgatore di pastorale e spiritualità liturgica, scrisse numerosi volumi e articoli su questi temi. Per anni fu presidente dell'Associazione Italiana Santa Cecilia. Il 20 settembre 1980 ricevette il titolo di Assistente al Soglio Pontificio. Si ritirò il 19 novembre 1988 per sopraggiunti limiti di età.  
A marzo avrebbe compiuto un secolo e ad aprile cinquantasei anni di consacrazione episcopale. 


Il vescovo Mistrorigo consegna la parrocchia del Duomo di San Donà di Piave a Mons. Dal Bò.


Concistoro a febbraio con cerimoniale semplificato



Nuovi anelli e rito rivisto dall'Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice per il prossimo Concistoro pubblico.

de L'Osservatore Romano 
Novità nei Concistori ordinari pubblici per la creazione di nuovi cardinali. Il rito in vigore fino a oggi viene rivisto e semplificato, con l’approvazione del Santo Padre Benedetto XVI: in sostanza si unificano i tre momenti dell’imposizione della berretta, della consegna dell’anello cardinalizio e dell’assegnazione del titolo o della diaconia; cambiano le orazioni colletta e conclusiva; e assume una forma più breve la proclamazione della Parola di Dio. Va premesso, come spiega l’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, che la riforma liturgica avviata dal Concilio Vaticano II ha riguardato anche i riti concistoriali di imposizione della berretta e di assegnazione del titolo ai nuovi porporati, e che il testo rinnovato della celebrazione, pubblicato in "Notitiae" 5, 1969, pp. 289-291, è stato usato per la prima volta da Paolo VI nell’aprile 1969. Il criterio principale che guidò la redazione del nuovo rituale fu l’inserimento in un ambito liturgico di ciò che di per sé non ne faceva parte in senso proprio: la creazione di nuovi cardinali doveva essere collocata in un contesto di preghiera, evitando però al contempo ogni elemento che potesse dare l’idea di un "sacramento del cardinalato". Il Concistoro, infatti, storicamente non era mai stato considerato un rito liturgico, bensì una riunione del Papa con i cardinali in relazione al governo della Chiesa e, pertanto, espressione del 'munus regendi', non del 'munus sanctificandi'. Tenendo presenti tali aspetti della storia passata e recente, in una linea di continuità con l’attuale forma del Concistoro e dei suoi elementi principali, si è quindi rivista e semplificata la prassi vigente. Anzitutto vengono riprese dal rito del 1969 l’orazione colletta e l’orazione conclusiva, perché molto ricche nel contenuto e provenienti dalla grande tradizione eucologica romana. Le due preghiere, infatti, parlano esplicitamente dei poteri affidati dal Signore alla Chiesa, in particolare di quello di Pietro: il Pontefice prega anche in modo diretto per se stesso, per svolgere bene il suo ufficio. Anche la proclamazione della Parola di Dio assume di nuovo la forma più breve, propria del rito del 1969, con la sola pericope evangelica (Marco 10, 32-45), che è la stessa nei due rituali. Infine, si integra la consegna dell’anello cardinalizio nello stesso rito, mentre prima della riforma del 1969 l’imposizione del cappello rosso avveniva nel Concistoro pubblico, seguito da quello segreto, nel quale si svolgevano anche la consegna dell’anello e l’assegnazione della chiesa titolare o della diaconia. Oggi tale distinzione fra Concistoro pubblico e segreto di fatto non viene più osservata e di conseguenza appare più coerente includere i tre momenti significativi della creazione dei nuovi cardinali nel medesimo rito. Si conserva invece la concelebrazione del Papa con i nuovi cardinali nella Messa del giorno seguente, che si apre con l’indirizzo di omaggio e di gratitudine che il primo dei porporati rivolge al Pontefice a nome di tutti gli altri.

Curia romana, cambi in vista




di Marco Tosatti (per La Stampa)
E dopo l’annuncio del Concistoro, ci si attendono – e secondo alcune voci sono imminenti – grandi novità in Curia. La più importante riguarda la Congregazione per la Dottrina della Fede. L’attuale titolare,William Joseph Levada nato nel 1936, desidera lasciare; oltre ad essere oltre il limite dei 75 anni, ha qualche problema di salute, e preferisce una vita più tranquilla di quella a capo del dicastero dottrinale. Qualche settimana fa sembrava che la scelta di Benedetto XVI fosse diretta verso un presule di cui ha grande stima, Gerhard Ludwig Müller, titolare di Ratisbona. Sembra però che nel frattempo l’orientamento sia mutato.Alla Congregazione per la Dottrina della Fede andrebbe un cardinale di Curia che papa Ratzinger conosce molto bene: il salesiano Angelo Amato, già segretario della ex “Suprema” e attualmente responsabile della Congregazione per la cause dei santi. A rimpiazzarlo ai santi andrebbe invece un altro cardinale di cui si è parlato molto nelle ultime settimane, e cioè Angelo Comastri, Arciprete della basilica di San Pietro in Vaticano. Se ne è parlato – e secondo i maligni egli stesso non sarebbe totalmente estraneo al fenomeno – perché il suo nome è circolato come possibile successore del cardinale Angelo Scola a Venezia. Per quanto ci risulta, la candidatura non avrebbe riscosso troppo favore in alto loco. L’ipotesi di una congregazione per l’Arciprete, giovane (è del 1943) e desideroso di fare e di mettersi in luce potrebbe soddisfare il suo desiderio di contribuire in maniera più fattiva alle sorti della Chiesa universale.
E Müller? Per il 64nne arcivescovo di Ratisbona, docente e studioso, e vero cui il prof. Ratzinger ha grande stima, si apre un panorama romano ben in linea con quelle che sono le sue linee di interesse, così delineate da una biografia: “I campi di ricerca di G. L. Müller comprendono l’ecumene, la teologia dell’era moderna, la comprensione cristiana della rivelazione, l’ermeneutica teologica e l’ecclesiologia (sacerdozio e diaconato). Come docente accademico, si adopera da sempre per la formazione di giovani leve in campo scientifico. Di questo impegno fa fede la vasta cerchia internazionale di allievi ai quali ha continuato a dedicarsi anche dopo la sua nomina a Vescovo. Non pochi di essi hanno potuto usufruire anche di un suo personale e privato sostegno finanziario. Numerose cattedre in Germania e all’estero sono attualmente ricoperte da studiosi formatisi alla sua scuola”.
Andrebbe a sostituire il cardinale Raffaele Farina, Archivista e Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, nato nel 1933, salesiano, e che da tempo attende di andare in pensione. Resta in piedi l’incognita Venezia. Il nodo dovrebbe sciogliersi la settima prossima, con una riunione di una Commissione ristretta, organizzata dal Prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Ouellet, alla presenza dei massimi esponenti della Segreteria di Stato e di altri porporati, per esaminare la situazione alla luce delle risposte dei vescovi veneti, e dei pareri chiesti, da Benedetto XVI, o forniti motu proprio, da cardinali italiani del cui giudizio ha piena fiducia.
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