Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Moraglia Patriarca: la meditazione all'incontro col clero





Parole di forte impatto quelle pronunciate quest'oggi in Basilica di San Marco da parte del Patriarca Moraglia in occasione dell'incontro col clero del patriarcato. Assolutamente da non perdere.


Il presbitero o ministro ordinato, al di là del particolare ufficio che svolge nella Chiesa, esprime il suo essere specifico - ossia, il suo essere immagina di Cristo-capo a servizio della Chiesa - attraverso la carità pastorale. Sì, la carità pastorale sulla quale con voi desidero riflettere in questo nostro incontro che, per la prima volta, ci vede insieme in un momento di preghiera. Che cos'è la carità pastorale? Qual è il significato della carità pastorale? In che cosa si caratterizza rispetto al vincolo della comune carità che, ovviamente, il presbitero condivide con gli altri membri del popolo di Dio? La carità pastorale è una forma specifica d’amore, se preferite un modo particolare d’amare proprio del sacerdote ordinato. Si tratta di un dono di sé che inerisce, vale a dire si radica, nella realtà sacramentale in cui il presbitero viene costituito nel momento dell’ordinazione; la carità pastorale deve intendersi in tale modo; e il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, proprio circa la carità pastorale, si serve di queste parole: «costituisce il principio interiore e dinamico capace di unificare le molteplici e diverse attività pastorali del presbitero e, dato il contesto socio-culturale e religioso nel quale vive, è strumento indispensabile per portare gli uomini alla vita della Grazia» (n. 43). 
Quindi ogni gesto, ogni parola del presbitero devono essere segnati da questa carità pastorale, in modo tale che egli giunga al dono totale di sé , andando oltre la dedizione di quanti anche con grande generosità s’impegnano nella loro attività lavorativa o professione. La carità pastorale non è qualcosa che s’improvvisa nella vita del presbitero o una conquista che si raggiunge una volta per sempre; piuttosto è qualcosa che inerendo allo stato sacerdotale non è destinata a venir meno anche quando, per motivi di salute o età, si viene sgravati - per il bene proprio e della comunità a cui fino ad allora si è servito - da determinati, concreti incarichi pastorali (cfr. n. 43); muterà, piuttosto, il modo d’esercitarla. 
Il pensiero riguardante la carità pastorale si chiarisce se si legge quanto il Direttorio afferma a proposito del funzionalismo che corrisponde e bene esprime una logica propria della nostra società, del nostro tempo, della nostra cultura. Quindi il presbitero, che ovviamente è uomo immerso nella società, nella cultura del suo tempo, è facilmente esposto a pensare il proprio sacerdozio e vivere il ministero e la vita in maniera funzionale. Una vita intesa secondo i parametri dell’efficientismo del mondo, un’esistenza sotto il segno del “mordi e fuggi”, perché intanto quello che vale oggi domani sarà già superato; ciò che conta, infatti, è l’apparire e l’essere visti. Così, mentre si esercita una professione, ossia si fa il medico, il magistrato, l’operaio o l’impiegato, diversamente preti lo si è e lo si è per sempre; quindi non è corretto domandarsi: che cosa fa il prete? Ma, piuttosto: chi è il prete? Quindi non che cosa fa? Ma: chi è il prete? La prospettiva cambia in modo radicale. Anche una domanda può esser posta in modo più o meno pertinente e da essa dipende una risposta; certo è lecito domandarsi anche: che cosa fa il prete? Ma sempre alla luce dell’altra domanda fondante, che deve rimanere sullo sfondo: chi è il prete? 
Proprio secondo questa elementare ma chiarificatrice domanda - non cosa fa il prete? Ma chi è il prete? - leggiamo il n. 44 del Direttorio a proposito del funzionalismo: «La carità pastorale corre, oggi soprattutto, il pericolo d’essere svuotata del suo significato dal cosiddetto funzionalismo. Non è raro, infatti, percepire, anche in alcuni sacerdoti, l’influsso di una mentalità che tende erroneamente a ridurre il sacerdozio ministeriale ai soli aspetti funzionali. ‘Fare’ il prete, svolgere singoli servizi e garantire alcune prestazioni d’opera sarebbe il tutto dell’esistenza sacerdotale. Tale concezione riduttiva dell’identità e del ministero sacerdotale, rischia di spingere la vita di questi verso un vuoto, che viene spesso riempito da forme di vita non consone al proprio ministero. Il sacerdote che sa d’essere ministro di Cristo e della sua Sposa troverà nella preghiera, nello studio e nella lettura spirituale la forza necessaria per vincere anche questo pericolo» (n. 44). 
Così la carità pastorale è intesa come “amore”, ossia dono di sé, ma sempre a partire dal sacramento dell’ordine e, conseguentemente, dalla realtà concreta del ministero che, appunto, attraverso l’ordinazione presbiterale, si connette intrinsecamente e indelebilmente alla realtà sacramentale. Insomma il modo d’amare, di servire, di pazientare, di perdonare, non potrà mai prescindere dall’essere presbiteri, ossia chiamati a servire i fratelli, rendendo loro presente attraverso parole e gesti di Cristo e della Chiesa, il Signore Gesù. Un padre, una madre amano il figlio in forza della loro paternità e maternità, in quanto appunto sono padre e madre e perché quel bambino è loro figlio; essi lo amano non perché egli si merita il loro amore e se anche il figlio si meritasse il loro amore, il padre e la madre lo amerebbero prima e a prescindere da questo suo merito e dalle sue doti. Io lo amo - sarebbe la risposta di quel papà e di quella mamma -, perché sono suo padre, perché sono sua madre; lo amo perché è mio figlio; anzi più un figlio è fragile e in difficoltà più i genitori, proprio per questa fragilità o per le sue difficoltà, lo 
amano di più. 
Risaliamo all'inizio del ministero ordinato, ossia a quando Gesù trasmette il suo servizio/potere di Risorto alla Chiesa; il Vangelo di Giovanni narra la conferma del conferimento del primato - la pienezza del servizio/potere sacerdotale - a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade (Gv 21, 15-23). Conosciamo il testo giovanneo; per ben tre volte Gesù si rivolge a Pietro e condiziona il conferimento del servizio/potere di pascere le pecore alla risposta di Pietro che per tre volte risponde alla domanda di Gesù: sì, Signore ti amo; solo la terza volta Gesù lo costituisce suo vicario nel compito di pascere il gregge che è la Chiesa. Così, alla fine, è proprio l’amore che dice la genuina appartenenza del sacerdote ordinato al ministero del Signore, il buon pastore, cioè alla persona di Gesù capo, al quale serviamo “rendendolo presente” - questo è lo specifico sacerdotale -; così, alla fine, è ancora l’amore a dire la nostra evangelica appartenenza alle persone alle quali siamo stati mandati. 
Il vangelo di Giovanni (cfr. Gv 10, 1-18) delinea le caratteristiche del buon pastore e quelle del mercenario. Le pecore ascoltano la voce del buon Pastore che le guida una a una e le conduce; il buon pastore, poi, offre la vita per le sue pecore. Invece il mercenario, cui le pecore non appartengono, vede venire il lupo e scappa. La carità pastorale è quindi un amore che si lega strettamente e si esprime a partire dal sacerdozio ordinato e si vive nel proprio ministero quotidiano e conduce non dove vogliamo noi ma dove siamo mandati. 
Un amore che mette in campo una volontà di dono totale, una dedizione e una capacità di sacrificio che, di volta in volta, si esprimono a partire dal nostro essere sacerdotale. Il presbitero, al momento dell’ordinazione sacerdotale, s’impegna liberamente a questo tipo di amore, non a qualcosa di meno, non a qualcosa di diverso. Ricordiamo: il nostro modo d’amare, da quando siamo diventati preti non può prescindere, non può non modellarsi o misurarsi sulla carità pastorale.
Verifichiamo tale caratteristica fondante del nostro sacerdozio; facciamolo sotto la guida di un confratello che sia guida saggia, uomo veramente spirituale; infatti anche i preti e i vescovi hanno bisogno della direzione spirituale. Quello che è un impegno assunto liberamente dinanzi a noi stessi, a Dio, alla Chiesa è, innanzitutto, conseguenza strettamente connessa al sacramento dell’ordine. Cerco di spiegarmi, e lo faccio citando la Pastores dabo vobis, laddove Giovanni Paolo II annota: «In quanto rappresenta Cristo capo, pastore e sposo della Chiesa, il sacerdote si pone non soltanto nella chiesa ma anche di fronte alla chiesa. Il sacerdozio, unitamente alla parola di Dio e ai segni sacramentali di cui è al servizio, appartiene agli elementi costitutivi della chiesa. Il ministero del presbitero è totalmente a favore della Chiesa; è per la promozione dell’esercizio del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio; è ordinato non solo alla chiesa particolare, ma anche alla chiesa universale (Presbyterorum Ordinis, 10), in comunione con il vescovo, con Pietro e sotto Pietro. Mediante il sacerdozio del Vescovo, il sacerdozio di secondo ordine è incorporato nella struttura apostolica della chiesa. Così il presbitero come gli apostoli funge da ambasciatore per Cristo (cfr. 2Cor 5, 20). In questo si fonda l’indole missionaria di ogni sacerdote» (n. 16). 
Per vivere le promesse dell’ordinazione si richiede, allora, una precisa disposizione del cuore insieme a una testimonianza chiaramente percepibile e ben visibile; infatti, il prete, come ogni uomo, è fatto d’interiorità e di esteriorità. L’amore pastorale chiede di occuparci dell’altro, degli altri, della comunità a prescindere dai motivi umani e a farcene carico con amore. Ciò avviene anche attraverso azioni esteriori che, talvolta, però, potrebbero finire per esercitarsi non più per quell’affetto intimo del cuore che chiamiamo il desiderio delle salvezza della anime, ma per altri motivi che possono essere - di volta in volta - per alcuni abitudine, per altri esteriorità giuridica, timore d’essere criticati o rimproverati, desiderio di essere considerati dagli altri, voglia di primeggiare, o per interesse personale o perché, per determinate questioni, si può avere una propensione personale (ci piace farle). 
Dobbiamo chiederci, allora, quale è il motivo ultimo, il motivo vero del nostro operare pastorale. Talvolta si deve constatare che non soltanto viene meno il motivo interiore, ma anche l’esercizio esteriore del nostro operare. Ad esempio quando noi - ordinati sacerdoti per il servizio pastorale, a servizio della Chiesa - a un certo punto “pretendiamo” per un incarico particolare o ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi o non adatti ad un determinato servizio. Ci dichiariamo inabili, incapaci, stanchi, non adatti perché quel servizio impone un impegno faticoso e una logorante dedizione nella predicazione, nell'ascoltare le confessioni, nella pastorale giovanile; in più infine ci viene richiesto attenzione e responsabilità. Così, poco alla volta, se non vigiliamo su di noi, finiamo per autocostruire - prima nel pensiero e poi con atti apparentemente innocenti - il programma della nostra vita sacerdotale, dove se non ci si lascia portare, c’è molto di nostro, del nostro gusto personale e sempre meno di quello spirito di servizio, di dedizione, d’amore, di offerta di noi stessi da cui il nostro sacerdozio era partito e di cui forse si è svuotato. Questo, concretamente, è il modo in cui ci distogliamo dapprima e poi ci sottraiamo alla carità pastorale abbandonando il nostro posto. Ciò può avvenire anche rimanendo formalmente all’interno del servizio che ci è stato richiesto, del compito che ci è stato assegnato. In genere lo si interpreta - si dice - in modo più originale, poi si finisce per adattarlo al proprio tranquillo compiacimento e non siamo più disposti ad adattarci alle esigenze dell’ufficio ma è l’ufficio che deve adattarsi a noi; e si finisce per autoconvincerci che è bene così! 
Mi servo di un esempio che appartiene alla terminologia evangelica con cui Gesù 
parla del ministero ordinato ai primi chiamati: amiamo più le nostre reti e le nostre barche 
che non il pescare, la fatica e l’impegno della pesca (cfr Lc 5, 9). Fuori di metafora, si rischia 
d’amare più le opere, i titoli accademici, le nostre pubblicazioni, le strutture che abbiamo 
costituito e ci circondano e servono alla nostra attività pastorale che non il fine per cui 
quelle cose sono state costituite, ossia le anime. Il rischio è essere organizzatori, impresari, 
docenti, intellettuali, psicologi, assistenti sociali e non pastori. Altri atteggiamenti che 
configgono con la carità pastorale sono quelli che fanno in modo che il pastore si serva del 
pulpito per dire qualcosa che non ha o ha poco a che fare col Vangelo: per esempio parlare 
di sé, “togliersi dei sassolini dalle scarpe”; con il desiderio di correggere l’errore, si finisce 
invece per offendere l’errante. Insomma ogni pastore, proprio in nome della carità 
pastorale, deve interrogarsi se il suo silenzio è di comodo o addirittura colpevole e se il 
suo parlare è mancanza d’amore, di pazienza o di fortezza o, ancora, espressione di 
malumore interiore. 
Questo esame di coscienza franco, sereno, con un po’ di misericordia nei nostri confronti, ci aiuta a comprendere se siamo uomini e preti liberi; tale revisione potrebbe iniziarsi - come detto - chiedendo aiuto a un confratello del quale abbiamo stima e che sappiamo persona capace di dire la verità con amore e che sa amare con verità; le due cose sono essenziali al presbitero; un presbitero dovrebbe essere capace di parlare di tutto con tutti senza offendere nessuno, pur proferendo parole di verità. Sono certo, e spero di poterne fare presto esperienza, che nel nostro presbiterio esiste una diffusa e radicata carità pastorale, sia nei giovani sacerdoti, sia negli anziani; forse, però, non ne abbiamo sempre la dovuta consapevolezza. Quando c’è vera carità pastorale non c’è situazione che possa diventare ostacolo insuperabile, anche l’età avanzata, la salute declinante, una prova imprevista, la richiesta di un’obbedienza impegnativa non ostacolano la carità pastorale ma, al contrario, la evidenziano. E la carità pastorale, per ogni presbitero, rappresenta una vera benedizione e una grande ricchezza per lui e per la sua comunità. 
Interrogarsi se tra le pieghe della nostra anima qualcosa limiti o blocchi la nostra personale carità pastorale è ciò su cui ognuno di noi - anche a proposito di ciò che non è stato detto - deve riflettere di fronte al Signore. Proprio, il curato d’Ars, Giovanni Maria Vianney, ci viene incontro con la sua gigantesca carità pastorale; Lui che non aveva troppi doni e doti personali e che visse anni, quelli della prima metà dell’ottocento, dopo la rivoluzione francese e gli anni di Napoleone, problematici e dolorosi per la Chiesa in Francia.

 + Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia 


Moraglia Patriarca: ancora qualche immagine



Altri scatti dell'ingresso in Venezia del Patriarca Francesco Moraglia, tutti dall'album Flickr del patriarcato.




















Lefevriani: "le forze della tradizione nella Chiesa"



di Andrea Tornielli (per Sacri Palazzi) 

Padre Franz Schmidberger, il primo successore dell’arcivescovo Marcel Lefebvre alla guida della Fraternità San Pio X, oggi superiore del Distretto tedesco, ha fatto leggere in tutte le messe celebrate ieri in Germania dai lefebvriani un comunicato.

Schmidberger ricorda che lo scorso 16 marzo a Roma il cardinale William Levada, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, ha consegnato al superiore generale della Fraternità, il vescovo Bernard Fellay, «una lettera con spiegazioni in cui ci viene richiesto in modo ultimativo di esprimerci in modo più positivo sul preambolo dottrinale del 14 settembre 2011 di quanto non sia accaduto fino a ora». La scadenza ultima per la risposta è fissata per il 15 aprile 2012.
«Sebbene la lettera si esprima anche in un tono sgradevole – commenta Schmidberger riguardo alla risposta di Roma – vi sono fondate speranze per una soluzione soddisfacente».
«Qualora essa giungesse a compimento – conclude la nota – tutte le forze della tradizione nella Chiesa verrebbero notevolmente rafforzate; in caso contrario esse verrebbero indebolite e scoraggiate. Ne va quindi in primo luogo non della nostra Fraternità, ma del bene della Chiesa».

Moraglia Patriarca: la monumentale omelia



La Chiesa veneta colpita nel segno ed un programma di ministero: l'omelia della messa d'insediamento del Patriarca Moraglia.


Eminentissimo Patriarca Marco,
Eccellentissimo Rappresentante Pontificio,
caro Monsignor Beniamino, Amministratore Apostolico,
Venerati Confratelli, Autorità,
carissimi presbiteri, diaconi, consacrati e consacrate, fedeli laici,
carissimi Veneziani,
 

è sotto lo sguardo materno della Nicopeia, nel giorno dell’Annunciazione del Signore, 25 marzo, natale della città, che la Chiesa di Dio che è in Venezia, attraverso la presa di possesso del nuovo Patriarca, viene ricostituita nella sua pienezza teologica, giuridica e pastorale; rivolgiamo il nostro umile grazie a Dio. In questo giorno la Chiesa che è in Venezia è chiamata in modo particolare ad innalzare la sua lode; tutto, infatti, esprime lo stupore e la gioia del popolo di Dio che, reso tale nel sangue di Cristo, celebra la prima Eucaristia presieduta dal nuovo Patriarca, il quarantottesimo successore di San Lorenzo Giustiniani. Così gli uomini passano, ma la Chiesa rimane. È proprio il vescovo - attraverso la successione apostolica - che, col suo ministero, “configura compiutamente” la Chiesa particolare e, tramite la comunione diacronica, si lega al ministero dei Dodici e, con loro, allo stesso Gesù e alla sua Pasqua.
Significativa è, a metà del terzo secolo, la testimonianza di Cipriano, vescovo di Cartagine, sul ministero episcopale. Infatti, secondo Cipriano, la Chiesa particolare - per divino volere - è strutturalmente incentrata sul vescovo che tiene in essa il posto di Cristo sommo sacerdote; il vescovo è il sacerdote che, nel nome Cristo, guida la comunità ecclesiale. L’insegnamento del vescovo di Cartagine circa la comunione fra i vescovi è oltremodo chiara; infatti per Cipriano il vescovo di una chiesa particolare deve vivere in stretta comunione con gli altri vescovi ma, alla fine, è la comunione col vescovo di Roma a garantire la stessa collegialità episcopale (cfr. Cipriano, Lettera ad Antoniano, PL 3,787-788). È la realtà della collegialità che in seguito troverà compiuta e piena formulazione nell’ecclesiologia del Concilio Ecumenico Vaticano II. E in quest’anno, cinquantesimo anniversario della sua solenne inaugurazione, siamo invitati a cogliere sempre meglio il magistero di questa assise ecumenica secondo quell’ermeneutica del rinnovamento nella continuità che autorevolmente propone Benedetto XVI. Il Vaticano II è il grande evento ecclesiale che ha segnato profondamente la vita della Chiesa e al quale dobbiamo guardare con fiducia.

È proprio in forza della collegialità episcopale che il vescovo di una chiesa particolare, in comunione col vescovo di Roma, ha un legame inscindibile con gli altri vescovi. Siamo nella logica del mistero, per cui non solamente il vescovo è coinvolto, ma ogni chiesa particolare è tale in forza del rapporto intrinseco con la chiesa di Roma. Ed è in questa chiave che i confratelli vescovi del Triveneto guardano, con speranza e realismo, all’imminente convegno di Aquileia 2, rinnovando anzitutto il vincolo collegiale tra loro e le loro Chiese, e tra loro e il vescovo di Roma, il vescovo dei vescovi.
L’impegno comune è renderci disponibili, con le nostre Chiese, ad ascoltare ciò che lo Spirito vorrà suggerirci per una nuova evangelizzazione di queste terre, in vista del bene comune e nel dialogo con la cultura contemporanea. Si tratta, così, di ricentrare la vita delle nostre Chiese a partire dalla responsabilità personale dei pastori e, per la loro parte, dei fedeli, avendo di mira l’annuncio di Cristo. Per questo, anzitutto, ci si chiede come l’«educare alla vita buona del vangelo» possa avvenire in modo più efficace nelle chiese del Nordest; in una terra che, da sempre, svolge la funzione di ponte tra l’Est e l’Ovest, tra il Nord il Sud del mondo e, oggi, più che mai, è chiamata a svolgere tale missione.





E in ragione di questo, la Chiesa che è in Venezia è chiamata a far proprio ciò che scrive l’autore della lettera agli Ebrei quando, esortando i discepoli a una reale vita di fede, così si esprime: «corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento» (Eb 12, 2). La nuova evangelizzazione, per essere realmente tale, suppone che la comunità evangelizzante sia, prima di tutto, rigenerata nel proprio rapporto vitale con Cristo; ogni cammino d’evangelizzazione ha inizio non con l’elaborazione di piani pastorali o progetti accademici delle facoltà teologiche, e neppure attraverso un’auspicabile copertura del territorio da parte dei media. Certo questi strumenti, per quanto di loro competenza, concorrono all’opera evangelizzatrice in modo eccellente, ma non costituiscono ancora il fondamento dell’evangelizzazione.

Sono infatti i discepoli, intesi personalmente e comunitariamente, che vengono prima degli uffici pastorali, prima delle facoltà teologiche, prima della rete mediatica; solo in un secondo momento tali strumenti diventano preziosi e, sul piano umano, oggi insostituibili per sostenere una reale missione evangelizzatrice; si tratta di strumenti a servizio di una comunità testimoniale di cui devono veicolare la tensione missionaria, esprimendola con i loro linguaggi e i loro approcci specifici. Prima di tutto, però, viene la comunità testimoniante che in nessun modo può essere surrogata o data per presupposta.
In merito il libro degli Atti degli Apostoli è esplicito e già nella sua struttura offre una preziosa indicazione che va esattamente in tale direzione; questo libro, che contiene la prima narrazione della storia della Chiesa e insieme fa parte dei libri normativi della fede, non lo si può comprendere in senso pieno senza il presupposto teologico e spirituale da cui consegue l’impegno missionario della Chiesa.
Tale presupposto, come sappiamo, è costituito dal dono dello Spirito Santo, ossia l’evento della Pentecoste; senza questo dono - compimento della promessa del Signore - noi non avremmo la Chiesa comunità evangelizzata ed evangelizzatrice.

È proprio il dono dello Spirito Santo che costituisce la Chiesa, trasformando un gruppo di discepoli impauriti nella comunità del Signore risorto. Prima degli annunci cherigmatici e delle catechesi degli apostoli, prima dei viaggi missionari e della fondazione delle Chiese particolari, il libro degli Atti narra l’evento di Pentecoste, evento dal quale si può comprendere il significato di ciò che in seguito verrà scandito pagina dopo pagina. La Pentecoste è in tal modo l’inizio della Chiesa: non soltanto in senso cronologico, ma essenziale-valoriale; tutto ciò che era accaduto prima del vento impetuoso che si abbatte gagliardo e delle lingue di fuoco che si posano sui presenti - come narra il libro sacro (cfr. At 2, 2-3) - è semplice preparazione, sono soltanto fatti che precedono; la Pentecoste è il vero evento che costituisce ed inaugura la Chiesa alla quale, in Gesù, sono chiamati tutti gli uomini di buona volontà.

Richiamo, a questo punto, la pagina lucana dei due discepoli di Emmaus perché in essa troviamo qualcosa che caratterizza la Chiesa di ogni tempo, quindi anche la nostra; è un’immagine estremamente significativa e, proprio per questo, va considerata fino in fondo, in tutte le sue implicanze teologiche, spirituali, pastorali e giuridiche. I due pellegrini - Cleopa e il compagno di strada - stanno camminando con Gesù risorto e sono tristi perché per loro è ancora morto; a un determinato momento pretendono addirittura di spiegare proprio a Lui che cosa era successo nei giorni precedenti in Gerusalemme a quel Gesù, profeta potente in parole e opere, di fronte a Dio e al popolo.

Pare di intravedere, in questo goffo tentativo, l’immagine di certa teologia, più volenterosa che illuminata, tutta dedita all’ardua e improbabile impresa di salvare, attraverso le proprie categorie, Gesù Cristo e la sua Parola. Ma in questa immagine siamo rappresentati anche noi ogni qual volta, con i nostri piani pastorali, con i nostri progetti, convegni e dibattitti, avulsi da una vera fede, pretendiamo di spiegare a Gesù Cristo chi Egli è. Cleopa, il suo compagno di cammino e dopo di loro i discepoli di ogni tempo alla fine esprimono tutta la loro desolazione e la loro sfiducia nei confronti di Gesù e del suo operato; le parole dei due e l’uso del tempo imperfetto risultano inequivocabili: «noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni» (Lc 24, 21).
Quando la fede viene meno, o non è più in grado di sostenere e fecondare la vita dei discepoli, allora ogni discorso teologico, ogni piano pastorale o copertura mediatica appaiono insufficienti. E noi ci troviamo nella stessa condizione dei due discepoli di Emmaus, incapaci d’andar oltre le loro logiche, i loro stati d’animo, scoprendosi prigionieri delle loro paure. Teniamo conto di tutto ciò alla vigilia di Aquileia 2 e dell’incipiente anno della fede. Ma l’evangelista Luca ci insegna ancora che spezzare il pane con Gesù - l’Eucaristia - è il gesto irrinunciabile e specifico del realismo cristiano, attraverso cui i discepoli andranno oltre le loro soggezioni, suggestioni e paure.

In altre parole l’Eucaristia ci consegna - nel mistero - Gesù vivo e vero; quindi l’Eucaristia dev’essere, anche per noi, evento privilegiato del realismo cristiano. Luogo e momento in cui siamo chiamati ad andare oltre le nostre risorgenti incredulità e ad aprirci un varco alla “realtà intera” che non prescinde dalle vicende storiche ma va oltre di esse e, superando la parzialità della dimensione storica, ci consegna ad una prospettiva nuova, per cui si giunge ad un amore capace di verità e ad una verità sorretta dall’amore. Qui s’inserisce e acquista il suo senso vero il commiato liturgico che, fra poco, per la prima volta - attraverso la voce del diacono - ci scambieremo reciprocamente, vale a dire: «La messa è finita, andate in pace».

Nella celebrazione liturgica assunta nella nostra vita si dà il senso e la realtà ultima dell’Eucaristia, ovverossia l’umanità nuova che nasce dal Corpo dato e dal Sangue effuso, senza con ciò prescindere dalla realtà storica del momento presente: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista» (Lc 24, 30-31).
Impegnamoci come Chiesa che è in Venezia a ricordarci reciprocamente la ricchezza e la fecondità di tale realismo cristiano; il vescovo lo faccia in quanto vescovo, i presbiteri in quanto presbiteri, i diaconi in quanto diaconi, i consacrati come consacrati, gli sposi come sposi e spose. Realismo cristiano che, in quanto tale, è sempre e contestualmente rispettoso della molteplicità e delle distinzioni, ossia della sacralità come della laicità, e ciò, a scanso d’equivoci, sia detto e ripetuto. Il vero realismo cristiano promuove sempre l’umano come tale, ovunque lo incontra. Realismo che partendo da Gesù Cristo - unigenito del Padre e primogenito di una moltitudine di fratelli - ritorna a Cristo dopo aver incontrato e attraversato, in tutto il suo spessore e diversi gradi, la creaturalità dell’uomo.
Nell’Eucaristia, che è la carità di Cristo donata qui e ora, si dà la possibilità di rinnovare l’umanità stessa a partire dal rispetto dovuto ad ogni uomo e a tutto l’uomo; non si dà, quindi, carità vera se si prescinde dal rispetto della giustizia effettiva - distributiva e contributiva -, oltre ogni facile aggiustamento. Vogliamo infine includerci e includere quanto accennato nello scenario dell’anno della fede indetto da Benedetto XVI e che presto prenderà avvio e vedrà impegnata con forza la Chiesa che è in Venezia attraverso la corresponsabilità di tutti i suoi membri e secondo il loro specifico ecclesiale. Ci limitiamo ad una sottolineatura riguardante l’evangelizzazione della Chiesa stessa che deve crescere nella consapevolezza della fede per educarsi e porsi, senza arroganza ma anche senza timori o complessi d’inferiorità, in una testimonianza dialogica con le culture dominanti.
Ritorniamo, infine, al testo di Luca e vediamo come i due di Emmaus, senza frapporre indugio, fanno ritorno a Gerusalemme; e proprio loro che poco prima avevano liquidato come semplici fantasie di donne l’evento glorioso della Risurrezione, ora vogliono annunciare alla Chiesa nascente - Maria, gli Undici e gli altri con loro - che avevano niente di meno che incontrato il Signore Gesù lungo la strada e l’avevano riconosciuto nell’atto di spezzare il pane; ma loro malgrado sono preceduti da chi dice loro: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!» (Lc 24, 34).




E il realismo cristiano si riflette su quanto appartiene all’uomo, innanzitutto include il rispetto della vita sempre, senza condizioni; poi l’accoglienza, l’integrazione, la promozione della famiglia, cellula fondamentale della società umana, l’educazione che mira alla pienezza della libertà, il lavoro come diritto e dovere che tocca la dignità stessa dei lavoratori e delle loro famiglie soprattutto oggi, il bene comune con il contributo specifico della dottrina sociale della Chiesa, anche questi valori umani entrano negli scenari della vita risorta, sono i valori che stanno a cuore a una ragione amica della fede, valori che vicendevolmente s’illuminano e sostengono.
Pastore e fedeli, in un momento significativo per la vita della Chiesa di Venezia, si ritrovano oggi fiduciosi sotto il materno sguardo della Nicopeia, Colei che guida alla vittoria, e sono chiamati a dire il loro sì come Maria al momento dell’Annunciazione. Un sì pronunciato col cuore e la ragione, un sì personale e comunitario, un sì detto a Dio e agli uomini, nello spirito di Maria che si lascia condurre verso un Oltre che, fin d’ora, è tutta la nostra gioia.

Amen, così sia.

+ Francesco Moraglia
Patriarca di Venezia 

In Annuntiatione Domini



"Spiritus Sanctus superveniet in te"

Moraglia Patriarca: le prime tappe in patriarcato



Le immagini e le parole del Patriarca Francesco nelle prime tappe dell'ingresso, da GVonline. 

L'arrivo a Mira 

"L'attesa è stata lunga ma vedendovi io dico: ne valeva la pena". Sono le prime parole del Patriarca Francesco Moraglia arrivato a Mira, dove ad attenderlo c'erano almeno 500 persone. Una folla festante alla quale si è rivolto parlando a braccio:"Questo anello - ha detto indicando l'anello vescovile - indica il legame sponsale del vescovo con la sua gente. Un vescovo guarda la sua diocesi, la sua gente, come la propria ragione d'essere. Finché sarò Patriarca la mia ragione d'essere sarà la mia gente". 
Tra la folla, spicca un cartello: "Prendici per mano" e il Patriarca Francesco lo cita nelle sue parole: "Un vescovo è soprattutto padre. E desidera più di tutto prendere per mano i suoi figli per guardare insieme più serenamente al periodo difficile che viviamo".

"Se ci prendiamo per mano - ha aggiunto - non dobbiamo aver paura di nulla. Se ci prendiamo per mano la crisi non si accanisce contro qualcuno. Se ci si prende per mano i momenti più difficili diventano quelli in cui una comunità dà il meglio di se stessa". 

Dopo Mira, il Patriarca ha sostato per qualche minuto a Mira Taglio (nella foto) stringendo mani e salutando con grande cordialità. Poi è risalito in auto, dirigendosi a Oriago. 




Il saluto a Marghera 

Il Patriarca è arrivato a Marghera e ha sostato alla chiesa di Sant'Antonio, accolto dal vicario don Roberto Berton e dal Parroco fra' Roberto Benvenuto. Riprendendo le parole di don Berton che ha detto "il Patriarca è con noi ma sopratto per noi", mons. Moraglia ha ribadito: "E' vero, don Roberto ha detto una cosa importante. Il Patriarca è con noi ma sopratto per noi. Spero che ci accorgeremo presto di essere gli uni per gli altri, specie nei momenti difficili. Ad esempio quando ci accorgiamo che qualcosa non funziona perché troppi faticano ad avere un lavoro". 

Il Patriarca ha poi proseguito, raggiungendo la chiesa di Gesù Lavoratore, dove era previsto l'incontro con il mondo del lavoro.  "La nostra Costituzione - ha detto - parla del lavoro e su questo ambito chiede di essere realizzata. Quando in una collettività si vive troppo di precariato e si fatica troppo a garantire un reddito onesto per la propria famiglia, vuol dire che qualcosa a livello economico, politico, imprenditoriale non funziona. Vuol dire che non riusciamo ancora a pensare in termini politici il bene". Mons. Moraglia ha ascoltato le parole del presidente di Confindustria Luigi Brugnaro che ha ricordato gli imprenditori che hanno perso la vita per questa crisi: "Non dimentichiamoci che anche il mondo degli imprenditori sta soffrendo".  E' poi intervenuto l'operaio Pansac Alberto Pesce (nella foto): "La crisi occupazionale sta provocando danni seri poiché devasta le relazioni personali. La crisi ti logora dentro. Devi fare i conti con un senso di precarietà. Come classe operaia paghiamo scelte politiche e industriali sbagliate". Il Patriarca ha ascoltato con grande attenzione. Le sue parole conclusive: "Il Patriarca non ha in mano la bacchetta magica ma ha molto a cuore il mondo del lavoro le famiglie i lavoratori" 



Moraglia Patriarca: “tendo la mano a tutti”



de Vatican Insider 
"Carissimi, certamente per molti la venuta del nuovo patriarca segna il compiersi di un'attesa e rappresenta un momento di grazia al quale, da tempo, si stanno preparando anche spiritualmente; per altri, invece, questo fatto rientra probabilmente fra gli eventi che li lasciano in parte o del tutto indifferenti": lo scrive il patriarca eletto di Venezia, mons. Francesco Moraglia, alla vigilia del suo ingresso nella diocesi dove è stato nominato a succedere al card. Angelo Scola, divenuto arcivescovo di Milano.
"Si tratta, e non solo, di stati d'animo diversi che fotografano il nostro tempo e, perché no, la nostra città che, da sempre, in modo unico, svolge la funzione di ponte fra Oriente e Occidente e, quindi, si qualifica ed esprime in pluriformità e pluralità di pensiero. La Chiesa, oggi - rileva mons. Moraglia, nell'intervento pubblicato dalla stampa locale -, è sempre più consapevole del pluralismo che contrassegna il contesto culturale al quale è mandata; infatti, gli uomini e le donne a cui essa si riferisce, esprimono - in modo particolare - l'orizzonte multicolore e cangiante delle città del nostro tempo. E' una Chiesa che si pone dentro la storia, ne accetta la complessità e, vedendone la frammentarietà, offre le ragioni della sua speranza: una Chiesa per il mondo e, proprio per questo, non del mondo".
"In una tale situazione - certamente stimolante - nulla può esser più dato per scontato; è necessario, allora - sottolinea -, guadagnarsi la fiducia delle persone e, tale fiducia, si lega alla testimonianza a cui sono chiamati gli uomini e le donne di Chiesa sia verso la società civile sia quella politica. Nello stesso tempo, ben radicata nel Signore risorto, la Chiesa oggi, più che mai, desidera annunciare alla città e agli uomini che la abitano, il senso del Dio di Gesù Cristo - con tutto quello che ciò comporta - e il valore e il realismo di un'antropologia che afferma la centralità dell'uomo, voluto nella sua concretezza e che viene prima d'ogni altra realtà culturale, sociale, economica.
“Così, entrando in diocesi, il nuovo patriarca compie il gesto simbolico - ma simbolo non significa finzione - di bussare alla porta di tutti gli uomini e donne di buona volontà: credenti e non credenti, perché il saluto, insieme a una parola di vicinanza, e possibilmente d'amicizia, sono l'inizio di tante cose che, al momento, risultano umanamente imprevedibili; talune fratture, all'origine, nascono non da ostilità preconcetta ma dal semplice ignorarsi reciproco. E il nuovo patriarca, proprio perché è mandato e non viene di sua iniziativa, può dire con forza e serenità: non sono qui da me, non sono qui per me; così per colui che è inviato, dove né la carne né il sangue lo avrebbero mai condotto, si aprono grandi spazi di libertà.
“Tante, troppe, sono le situazioni di precarietà a cui sono consegnati i nostri giovani e non solo loro; qui, in modo particolare, voglio dire la mia personale vicinanza ai tanti lavoratori in difficoltà e alle loro famiglie". "In questi giorni, con insistenza - rileva poi mons. Moraglia -, mi tornano alla mente le parole che, a Corinto, il Signore rivolse all'apostolo Paolo: "Non aver paura perché ho un popolo numeroso in questa città" (At 18,9-10). Proprio alla luce di queste parole, ai credenti e ai non credenti, a chi appartiene alle differenti confessioni cristiane, a chi divide con noi la fede d'Abramo e a chi professa altre fedi, dico il desiderio grande d'incontrarvi e, come fratello, tendo la mano"

La Chiesa, potere morale



de Vatican Insider

«La Chiesa non è un potere politico, non è un partito, ma è una realtà morale, un potere morale». Lo ha affermato Benedetto XVI, in volo verso il Messico, rispondendo ad una domanda dei giornalisti sui problemi sociali in America latina.

«Anche la politica però - ha aggiunto il Papa - deve essere una realtà morale ed in questo la Chiesa ha una dimensione politica. Il primo compito - ha spiegato - è educare le coscienze creando così la responsabilità necessaria a educare le coscienze sia nell’etica individuale, sia nell’etica pubblica», anche contro la «schizzofrenia» che si presenta tra i due comportamenti, individuale e pubblico.
Rispondendo ad una domanda sulla lotta al narcotraffico in Messico, Benedetto XVI ha detto «Dobbiamo fare il possibile contro questo male distruttivo per la società e per la nostra gioventù».

«Compito della Chiesa - ha aggiunto Benedetto XVI - è quello di educare le coscienze, alla responsabilità morale, di smascherare l’idolatria del denaro che schiavizza gli uomini, di smascherare il male e le false promesse, la menzogna e la truffa che sono dietro la droga».
Alla domanda dei giornalisti sull’ attualità delle parole dette da Giovanni Paolo II nel 1998:«Cuba di apra al mondo, il mondo si apra a Cuba», papa Ratzinger ha risposto: «È ovvio che la chiesa sta sempre dalla parte della libertà, libertà di coscienza, libertà di religione».

«Mi sento in assoluta continuità - ha aggiunto Benedetto XVI - con le parole e gli insegnamenti di Giovanni Paolo II che sono ancora attualissime. Hanno inaugurato una strada di collaborazione costruttiva, una strada che è lunga, esige pazienza, ma va avanti».
«Oggi è un tempo in cui l’ideologia marxista, come concepita, non risponde più alla realtà e se non si può costruire un tipo di società occorre trovare nuove modelli, con pazienza, in modo costruttivo», ha aggiunto.
«E in questo processo, che esige pazienza ma anche decisione, vogliamo aiutare in uno spirito di dialogo, per evitare traumi e per contribuire ad andare verso una società giusta come la desideriamo per tutto il mondo», ha concluso il Papa.

Moraglia Patriarca: l'ingresso, qualche anticipazione liturgica



Qualche anticipazione liturgica e sacrestanesca per il solenne Pontificale d'insediamento del Patriarca Moraglia: si officerà la Solennità dell'Annunciazione secondo la dispensa concessa dalla Santa Sede, il rito sarà quindi celebrato con paramenti bianchi. In particolare, Mons. Moraglia indosserà la preziosa pianeta del Papa Alessandro VIII Ottoboni. Per l'occasione verrà utilizzato  il magnifico pastorale d'oro del secolo XIV-XV conservato nel tesoro della Basilica. Per i numerosi concelebranti verranno probabilmente utilizzati i paramenti realizzati per la visita del Santo Padre ed altri, prelevati dalla Basilica antoniana. La Basilica sarà solennemente parata, in presbiterio sarà steso il prezioso tappeto con le insegne del Papa Roncalli, sopra la cattedra saranno esposte le insegne del neo Patriarca. Per la processione introitale e per l'omelia, sarà utilizzata la croce patriarcale del Cardinal Urbani.


la pianeta di Alessandro VIII

La Cappella Musicale Marciana eseguirà un programma stilisticamente molto vasto, per l'ingresso verrà eseguito Ecce sacerdos magnus del mons. Bravi, seguito da un mottetto di Annibale Padovano, Laetare Jerusalem. Seguirà l'introito con Gloria a te diJ.P. Lécot Per l'ordinario verrà eseguita la Missa a 4 "de angelis" del Cardinal Bartolucci. All'offertorio Bogoroditze Dievo di Rachmaninov, alla comunione Anima Christi del maestro Gemmani, Jesu dulcissime di Gabrieli e Gloria tua del Monteverdi. Alla conclusione, Ave maris stella di mons. Ravetta ed Oremus pro antistite di cav. don Tosi. Per alcuni brani è prevista la direzione chironomica dell'assemblea.


Il Pontificale con i momenti salienti dell'ingresso, sarà trasmesso su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre o online, sul sito dell'emittente) e su Bluradio Veneto (fm 88.7-94.6). Domenica, dalle 14:15 alle 19:00 l'evento sarà trasmesso anche su Teleliguria Sud. Su Telepace è prevista la diferita, dalle ore 21:00.




Veneti episcopi: l'insediamento del Patriarca Agostini



Ormai pronti ad accogliere il Patriarca Moraglia, proponiamo qualche immagine del solenne insediamento del Patriarca Carlo Agostini avvenuto nella primavera del 1949. 




A San Tomà, Guarana e moquette



La chiesa di San Tomà, che si affaccia sul campo omonimo poco distante dalla chiesa dei Frari, è sicuramente tra le meno conosciute di Venezia. Sono molti i veneziani che non sono mai riusciti a varcare la soglia di quella chiesa che sia affaccia solenne su uno dei punti più tranquilli della città, seppur battuti da turisti e lavoratori diretti a Campo San Polo e a Rialto. Il curatore del blog Barbaria è riuscito ad entrare eccezionalmente e a scattare qualche fotografia, che noi prontamente diffondiamo. Diciamo che il colpo d'occhio è a dir poco sorprendente. La bellezza della chiesa si misura con le "installazioni" della comunità Neocatecumenale che ne occupa lo spazio come sede ormai da anni. ciò che colpisce maggiormente è l'assenza di un altare e di un tabernacolo. Il vecchio altar maggiore è stato completamente occultato con una serie di scanni in stile, con tanto di sede "presidenziale" molto sofisticata, se paragonata alle sedie di plastica disposte sulla moquette blu esattamente sotto al Martirio di San Tomà di Jacopo Guarana. Un atmosfera, diciamo... particolare. Le comunità Neocatecumenali in Venezia sono numerose: dopo la sede a San Tomà, contano San Geremia, Santi Apostoli e Santa Maria Formosa, tutte liturgicamente adeguate al carisma del cammino.







Ottocento patavino




Autore non identificato, Piazza del Duomo, Padova, 1890 ca.
Raccolte Museali Fratelli Alinari (RMFA), Firenze

Moraglia Patriarca: l'ingresso, gli orari




Sabato 24 marzo: 
ore 15:00 

Arrivo al sagrato della chiesa parrocchiale di S. Nicolò a Mira Taglio. Previste soste alle chiese di S. Marco Evangelista (Mira Porte) e S. Maria Maddalena (Oriago). 
ore 16:00

Arrivo al sagrato della chiesa di S. Antonio in Marghera. 
ore 16:15 

Arrivo alla chiesa di Gesù Lavoratore (Marghera) ed incontro con le categorie lavorative. 
ore 17:30 

Adorazione eucaristica con i giovani della diocesi nella chiesa del Sacro Cuore (via Aleardi, Mestre). Per i fedeli partecipanti l'ingresso è fissato verso le 16.30 per un’opportuna preparazione. L'appuntamento sostituisce la via crucis diocesana dei giovani fissata, in precedenza, per il 31 marzo. Dopo l'adorazione, il Patriarca sosterà alla Chiesa di San Carlo dei Cappuccini. 
ore 21:00 

Dopo il servizio alla mensa dei poveri a Ca' Letizia, il Patriarca giungerà al Centro Pastorale "Cardinale Urbani" di Zelarino. 
Domenica 25 marzo: 
ore 10:00

Visita del Centro "Nazareth" di Zalarino.  
ore 11:00

Sosta alla chiesa parrocchiale di San Lorenzo Giustiniani (Mestre). 
ore 11:15

Arrivo del corteo patriarcale alla torre di Mestre, con accoglienza delle autorità civili e religiose. 
ore 11:45 

Ingresso nel Duomo di San Lorenzo in Mestre. 
ore 13:45

Il Patriarca attraverserà il ponte di Calatrava e giungerà al piazzale della Stazione Ferroviaria di Santa Lucia per la tradizionale infiorata con benedizione dei bambini presenti. 
ore 14:15

Dal piazzale della Stazione, formazione del solenne corteo acqueo. 
ore 15:00

Arrivo alla Salute. 
ore 15:30 

Arrivo in Piazzetta San Marco con omaggio delle autorità e corteo verso la Basilica marciana. 
ore 16:15

Inzio della solenne messa pontificale di insediamento. L’ingresso in cattedrale avverrà su invito. Al termine della messa mons. Moraglia saluterà i presenti in piazzetta dei Leoncini, poco prima di rientrare in Patriarchio. Il pontificale sarà trasmesso in diretta televisiva, su Telechiara (canale 14 del digitale terrestre) ed in diretta radiofonica, attraverso le frequenze di BluradioVeneto (fm 88.7 - 94.6).

Moraglia Patriarca: che diretta televisiva?



Ci ha contattato Alessandro che, preoccupato, chiede delucidazioni riguardo la diretta televisiva del primo Pontificale in San Marco del Patriarca Moraglia. La sua preoccupazione si concentra ai commenti radio-televisivi che interverranno nella diretta, durante il rito. Quello delle "chiacchiere liturgiche" che serpeggiano alle messe trasmesse in televisione, diciamocelo, è un problema radicato che riguarda anche le più importanti e seguitissime liturgie papali. Ecco cosa ci scrive il preoccupato telespettatore: 

Questa prassi inveterata e deprecabile, cui ci hanno abituato i commentatori alla televisione e che abbiamo purtroppo ascoltato anche durante la confusione della messa di commiato del card. Angelo Scola, distoglie completamente l'attenzione di coloro che si uniscono in preghiera davanti alla televisione: soprattutto non aggiunge nulla alla celebrazione che già è completa e si esplica in sé. 
Davvero si farebbe un grande e doveroso servizio se, a partire da prima del Segno di Croce, vale a dire con i canti d'ingresso, e a terminare con il canto finale, dopo il Segno di Croce, non ci si spendesse in ulteriori commenti che risulterebbero superflui. In particolare, oltre che all'inizio e alla fine, si tratta anche del canto del Kyrie e del Gloria, dell'Alleluia, dell'Offertorio, e dei canti alla Comunione e quello finale (vorrei tanto ascoltare il canto finale). 
Il canto, infatti, come dice il Concilio, è parte integrante della celebrazione, e non accessorio ad essa.  


Come non concordare? Sono numerose le parole superflue, che interrompono, alterano, disturbano. Commenti pronunciati da operatori spesso impreparati. 
Speriamo che i bravi operatori di Telechiara -responsabili della trasmissione televisiva dell'evento- facciano un eccelso lavoro, alla faccia dei (chiacchieroni) colleghi RAI.

Moraglia Patriarca: il congedo a La Spezia



Qualche scatto del Pontificale celebrato da mons. Francesco Moraglia a commiato dalla diocesi, nella Cattedrale di La Spezia.

Dall'omelia... 

"Come discepoli del Signore sappiamo d’esser chiamati a vivere il momento della separazione - come ogni altro momento della vita -, a partire da ciò che ci costituisce discepoli, ossia la fede; se no, che discepoli saremmo? Così la fede - che ho sempre cercato di annunciare in questi quattro anni - innanzitutto ci ricorda che tutto quello che accade non capita a caso, fa parte di un preciso progetto divino che Dio ha su ciascuno di noi; e se noi uomini non ci opponiamo, Dio è il vero regista della storia, dei suoi piccoli e grandi avvenimenti. Dio è il regista che tutto muove secondo la sua sapienza; e per divina sapienza intendo l’unione di un “amore intelligente” e di un bene “capace di senso”.
La vita, allora, è per il cristiano un “lasciarsi portare”. “Lasciarsi portare” sembra la cosa più facile e comoda della vita, in realtà “lasciarsi portare” richiede grande distacco da se stessi; e tale distacco è quanto di più alto possa giungere una persona e una comunità. Il “lasciarsi portare” comporta, nella storia della salvezza - Antico e Nuovo Testamento - dir di sì a Dio, acconsentire a quello che Egli chiede attraverso le situazioni, i disguidi, le concomitanze, gli imprevisti che di volta in volta caratterizzano la nostra vita. Così, l’operaio che lavora nella vigna del Signore crede, non perché le cose procedono secondo i suoi desideri o secondo i suoi piani ma, piuttosto, perché sa che la sua vita - e tutto ciò che in essa accade - è espressione certa di un amore intelligente e una sapienza più grande che lo precedono; e questo vale, sempre, anche quando ciò contrasta col proprio modo di sentire, con la propria sensibilità, coi propri sentimenti.
Al sì di Abramo corrisponde, nella pienezza dei tempi, il sì di Maria, la prima discepola, la madre del Signore. Traduce in modo felice tale fede biblica Teresa d’Avila; questa santa esprime, in modo incisivo e vivo, l’atteggiamento del credente: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa. Dio non cambia. La pazienza tutto ottiene. Nulla manca a chi possiede Dio, Dio solo basta». La nostra vita - col passare lento o tumultuoso dei giorni - è importantissima, perché è proprio nel tempo che noi scriviamo l’eternità, e in parte contribuiamo con la nostra testimonianza di vita a scrivere l’eternità delle persone che incontriamo. Nello stesso tempo il cristiano sa che la sua vita terrena non è la realtà ultima, la meta, ma luogo di transito, e deve comportarsi di conseguenza; per capire serviamoci dell’immagine tratta dalla storia d’Israele; è l’immagine della tenda che esprime bene la nostra situazione di pellegrini per cui in ogni momento dobbiamo sempre esser pronti a smontare la nostra tenda e ad andare oltre."

La Spezia, 11 gennaio 2012                                                                   
 Francesco Moraglia
Patriarca eletto








immagini dall'album flickr del Patriarcato


Bellezza e concelebrazione, il discorso di Cañizares



L'interessante discorso del Cardinal Cañizares -prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti- alla presentazione del libro di Mons. Derville La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. 

(da Zenit.org) 
“Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li portò sopra un monte alto, in un luogo appartato, loro soli. Si trasfigurò davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e discorrevano con Gesù. Prendendo allora la parola, Pietro disse a Gesù: -Maestro, è bello per noi stare qui; facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia!” (Mc 9, 2-5).
[...] Parole che, mi pare, possono servire da cornice a questa presentazione del libro di Mons. Guillaume Derville, pubblicato in francese ed in inglese da Wilson & Lafleur, La concelebrazione eucaristica. Dal simbolo alla realtà [Tit. orig. La concélébration eucharistique. Du symbole à la réalité. Spagnolo: La concelebración eucarística. Del símbolo a la realidad], nella sua collana Gratianus, e in spagnolo da Palabra.
Nell’evocare il racconto della trasfigurazione, vengono spontanee alla nostra mente parole come: gloria, fulgore, bellezza. Sono espressioni che si possono applicare direttamente alla liturgia. Come ricorda Benedetto XVI, la liturgia è vincolata intrinsecamente alla bellezza. Infatti, “La vera bellezza è l'amore di Dio che si è definitivamente a noi rivelato nel Mistero pasquale”.
L’espressione “Mistero pasquale” sintetizza il nucleo essenziale del processo della Redenzione, ed è il vertice dell’opera di Gesù. A sua volta, la liturgia ha come contenuto proprio questa “opera” di Gesù, perché in essa si attualizza l’opera della nostra Redenzione. Ne segue che la liturgia, come parte del Mistero pasquale, è “espressione altissima della gloria di Dio e costituisce, in un certo senso, un affacciarsi del Cielo sulla terra. Il memoriale del sacrificio redentore porta in se stesso i tratti di quella bellezza di Gesù di cui Pietro, Giacomo e Giovanni ci hanno dato testimonianza, quando il Maestro, in cammino verso Gerusalemme, volle trasfigurarsi davanti a loro (cfr Mc 9,2). La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
Vorrei soffermarmi precisamente sulle ultime parole del testo appena citato, perché, a mio avviso, introducono un tema delicato che è, allo stesso tempo, il punto centrale dello studio di Mons. Derville. Leggiamole di nuovo: “La bellezza, pertanto, non è un fattore decorativo dell'azione liturgica; ne è piuttosto elemento costitutivo, in quanto è attributo di Dio stesso e della sua rivelazione. Tutto ciò deve renderci consapevoli di quale attenzione si debba avere perché l’azione liturgica risplenda secondo la sua natura propria”.
In altre parole, la liturgia, e al suo interno la concelebrazione, sarà bella quando è vera e autentica, quando in essa risplende la sua vera natura. In questa linea si situa il punto interrogativo posto dal Romano Pontefice davanti alle grandi concelebrazioni: “Per me, devo dire, rimane un problema, perché la comunione concreta nella celebrazione è fondamentale e quindi non trovo che la risposta definitiva sia stata realmente trovata. Anche nel Sinodo scorso ho fatto emergere questa domanda, che però non ha trovato risposta. Anche un’altra domanda ho fatto fare, sulla concelebrazione in massa: perché se concelebrano, per esempio, mille sacerdoti, non si sa se c’è ancora la struttura voluta dal Signore”.
Il punto cruciale è proprio mantenere la “struttura voluta dal Signore”, perché la liturgia è un dono di Dio. Non è un qualcosa di fabbricato da noi uomini. Non è a nostra disposizione. In realtà, “con il comando «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19; 1 Cor 11,25), Egli ci chiede di corrispondere al suo dono e di rappresentarlo sacramentalmente. Con queste parole, pertanto, il Signore esprime, per così dire, l'attesa che la sua Chiesa, nata dal suo sacrificio, accolga questo dono, sviluppando sotto la guida dello Spirito Santo la forma liturgica del Sacramento”.
Per questo motivo, “dobbiamo anche imparare a capire la struttura della Liturgia e perché è articolata così. La Liturgia è cresciuta in due millenni e anche dopo la riforma non è divenuta qualcosa di elaborato soltanto da alcuni liturgisti. Essa rimane sempre continuazione di questa crescita permanente dell'adorazione e dell'annuncio. Così, è molto importante, per poterci sintonizzare bene, capire questa struttura cresciuta nel tempo ed entrare con la nostra mens nella vox della Chiesa”.
Lo studio puntuale di Mons. Derville si inserisce in questa direzione. Egli ci aiuta ad ascoltare i testi del Concilio Vaticano II, i quali, con parole del Beato Giovanni Paolo II, “non perdono il loro valore né il loro smalto. È necessario che essi vengano letti in maniera appropriata, che vengano conosciuti e assimilati, come testi qualificati e normativi del Magistero, all'interno della Tradizione della Chiesa”.
Il Concilio, effettivamente, decise di estendere la facoltà di concelebrare seguendo due principi: questa forma di celebrazione della Santa Messa manifesta correttamente l’unità del sacerdozio e, al tempo stesso, è stata praticata fino ad oggi nella Chiesa in Oriente e in Occidente. Perciò, la concelebrazione, come ha rilevato anche la Sacrosanctum Concilium, va inclusa tra i riti che dovrebbero essere ripristinati “secondo la tradizione dei Padri”.
In questo senso, diventa importante affrontare, anche se brevemente, la storia della concelebrazione. La panoramica storica che ci offre Mons. Derville, anche se, come egli ‘modestamente’ dice, è un breve riassunto, ci risulta sufficiente per rilevare alcune zone d’ombra, che mostrano l’assenza di dati definitivi sulla celebrazione eucaristica nei primi tempi della Chiesa. Allo stesso tempo, senza però cadere in un ingenuo “archeologismo”, fornisce prove sufficienti per poter affermare che la concelebrazione, secondo la genuina tradizione della Chiesa, sia orientale che occidentale, è un rito straordinario, solenne e pubblico, di solito presieduto dal vescovo o da un suo delegato, circondato dal suo presbyterium e da tutta la comunità dei fedeli. D’altra parte, la concelebrazione quotidiana in uso tra gli orientali, in cui concelebrano solo sacerdoti, e la concelebrazione per così dire “privata”, in sostituzione delle Messe celebrate singolarmente o “more privato”, non sono presenti nella tradizione liturgica latina.
Inoltre, a mio parere, l’autore riesce a dare una spiegazione soddisfacente sulle ragioni di fondo, che il Concilio menziona per l’ampliamento della concelebrazione. Una estensione della facoltà di concelebrare, che doveva essere moderata, come si evince dalla lettura dei testi conciliari. È logico che dovesse essere così, perché la concelebrazione non ha come obiettivo risolvere i problemi logistici o organizzativi, ma piuttosto presentare il mistero pasquale, manifestando così l’unità del sacerdozio che nasce dall’Eucaristia. La bellezza della concelebrazione, come abbiamo detto in un primo momento, implica la sua celebrazione nella verità. In questo modo, la sua forza significativa dipende dal vivere e dal soddisfare le esigenze che la stessa concelebrazione comporta.
Quando il numero dei concelebranti è troppo elevato un aspetto essenziale della concelebrazione resta velato. La quasi impossibilità di sincronizzare le parole e i gesti che non sono riservati al celebrante principale, l’altare e le offerte allontanati, la mancanza di paramenti per alcuni dei concelebranti, l’assenza di armonia di colori e forme, tutto ciò può oscurare la manifestazione dell’unità del sacerdozio. E, non possiamo dimenticarlo, è proprio tale manifestazione che ha giustificato l’estensione della facoltà di concelebrare.
Nel lontano 1965, il cardinale Lercaro, presidente del Consilium ad exsequendam Constitutionem de sacra liturgia, inviò una lettera ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, avvertendoli di un pericolo: considerare la concelebrazione come un modo per superare le difficoltà pratiche. E ricordava che poteva essere appropriato promuoverla, qualora avesse favorito la pietà dei fedeli e dei sacerdoti.
È quest’ultimo aspetto che vorrei trattare ora molto brevemente. Come Benedetto XVI ha detto: “raccomando ai sacerdoti la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli. Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”.
Per ogni sacerdote, la celebrazione della Santa Messa è la ragione della sua esistenza. È, deve essere, un incontro molto personale con Dio e con la sua opera redentrice. Allo stesso tempo, ogni sacerdote, nella celebrazione Eucaristica, è lo stesso Cristo presente nella Chiesa come Capo del suo corpo e agisce anche a nome di tutta la Chiesa “allorché presenta a Dio la preghiera della Chiesa e soprattutto quando offre il sacrificio eucaristico”. Dinnanzi alla meraviglia del dono eucaristico, che trasforma e configura a Cristo, ci può essere solo un atteggiamento di stupore, gratitudine e obbedienza.
L'autore ci aiuta a cogliere con maggiore profondità e chiarezza questa ammirevole realtà. E contemporaneamente, con questo libro ci ricorda e ci invita a considerare che oltre alla concelebrazione, vi è la possibilità della celebrazione individuale o la partecipazione all'Eucaristia come sacerdote, anche senza concelebrare. Si tratta, in ogni caso, di entrare nella liturgia, di cercare l’opzione che consente più facilmente il dialogo con il Signore, rispettando la struttura stessa della liturgia. Si trovano qui le limiti di un “diritto o no di concelebrare”, nel rispetto dei fedeli a partecipare in una liturgia dove l’ars celebrandi rende possibile la loro attuosa participatio. Tocchiamo dunque punti che hanno che vedere con quello che è giusto o meno; l’autore, infatti, non manca di riferirsi anche al Codice di Diritto Canonico.
Non mi resta altro che ringraziare Mons. Derville e anche le case editrice Palabra e Wilson & Lafleur per il libro che oggi ho il piacere di presentare. Credo che la sua lettura dia un esempio della giusta ermeneutica del Concilio Vaticano II. “Si tratta, dice il Papa, in concreto di leggere i cambiamenti voluti dal Concilio all'interno dell'unità che caratterizza lo sviluppo storico del rito stesso, senza introdurre artificiose rotture”. Ed è un aiuto e uno stimolo per il compito che il Santo Padre ha ricordato recentemente alla Congregazione che presiedo: “si dedichi principalmente a dare nuovo impulso alla promozione della Sacra Liturgia nella Chiesa, secondo il rinnovamento voluto dal Concilio Vaticano II a partire dalla Costituzione Sacrosanctum Concilium”. Sono pure sicuro che questo libro contribuirà a far sì che l’Anno della Fede sia “un'occasione propizia anche per intensificare la celebrazione della fede nella liturgia, e in particolare nell’Eucaristia”.
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