Uno sguardo veneto sulla Liturgia, musica e arte sacra, le attualità romane e le novità dalle terre della Serenissima.
Sul solco della continuità alla luce della Tradizione.

Avviso sacro: Missa Cantata ad Ancignano




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


MISSA CANTATA

con assistenza corale di 
Sua Eccellenza Mons. Beniamino Pizziol
Vescovo di Vicenza



Celebra don Pierangelo Rigon

DOMINICA PRIMA ADVENTUS

1 DICEMBRE
ORE 17:00

PARROCCHIALE DI SAN PANCRAZIO

Ancignano di Sandrigo (VI)




Psallam Deo meo




Domenico Bartolucci
Cardinale di Santa Romana Chiesa
Direttore Perpetuo della Cappella Musicale Sistina

7 maggio 1917 - 11 novembre 2013









Grazie maestro!


Le vittime del tempo




de Vatican Insider 
«Le chiese di Venezia sono vittime del tempo e di interventi che spesso non sono possibili per mancanza di risorse economiche: per questo si potrà studiare un diverso uso, uscendo dalle restrizioni della liturgia, destinarle ad altri utilizzi. È il concetto espresso, oggi al convegno «Chiese tra culto e cultura», dal Patriarca di Venezia monsignor Francesco Moraglia.
«È importante ricordare che, a Venezia - ha detto il patriarca Moraglia -, vi sono problemi conservativi urgenti che riguardano molte chiese e che il loro numero, un centinaio in città e oltre 200 nell'intera Diocesi, richiede una riflessione su una razionalizzazione del loro ruolo liturgico e pastorale, spesso anche a fronte di una innegabile flessione demografica, specie del centro storico».
«Sarà necessario individuare gli edifici che, effettivamente, non rispondono più ai bisogni pastorali - ha aggiunto mons. Moraglia - ed è compito della Chiesa locale individuare soluzioni e proposte per rendere `utili´ anche alla stessa collettività quei luoghi, ma senza far perdere la loro dimensione simbolica in nome di un funzionalismo e di una polivalenza che non solo li impoverisce ma addirittura li snatura».

Le biscie e le reliquie: il corpo di San Luca a Padova




Un interessante articolo del 17 giugno 2001 delinea ancora efficacemente i risultati delle ricerche effettuate sulle reliquie di San Luca nella Basilica di Santa Giustina a Padova. La ricognizione attuata in occasione del Giubileo del 2000 si aggiunge alle incredibili vicende delle spoglie dell'Evangelista, che si vogliono portate a Padova, con altre importanti reliquie, dal prete Urio custode della Basilica dei Santi Apostoli di Costantinopoli. 
Riproponiamo l'artico con qualche immagine dell'apertura dell'arca e della ricognizione, avvenuta il 17 settembre 1998.

di Massimo Stampani per il Corriere della Sera 
È realmente lo scheletro di san Luca evangelista quello sepolto della grande basilica di S. Giustina a Padova, la nona al mondo per dimensioni. La commissione per la ricognizione dei resti del santo, istituita dal vescovo della città, ha concluso i suoi lavori [giugno 2001 nrd] e pochi giorni fa la bara di piombo è stata ricollocata nell'arca marmorea dell' altare a lui dedicato. Tra le tante reliquie assai dubbie, per non dire clamorosamente false, ecco finalmente uno studio che dà per elevatissima la probabilità di essere nel vero, frutto di un meticoloso lavoro d'équipe, coordinato da Vito Terribile Viel, titolare della cattedra di anatomia patologica dell' Università di Padova. Sebbene non si tratti di un santo «qualunque», bensì di uno dei quattro evangelisti, è poco noto che san Luca sia sepolto nella città veneta, dove «il Santo» per antonomasia, sant'Antonio, accentra l' attenzione dei fedeli. Le fonti storiche riferiscono che san Luca evangelista morì anziano (tra i 74 e gli 84 anni) in Bitinia (antica regione situata tra la costa meridionale del Mar Nero e il Mar di Marmara) ed è possibile collocarlo nella terza generazione, dopo quella di Cristo e degli Apostoli, con una data di morte intorno al 130 d.C. «Lo studio ha appurato che si tratta dello scheletro di un uomo ottantenne - spiega Terribile - di corporatura media, alto 1,65 m. Le datazioni con il metodo del radiocarbonio, eseguite sia a Oxford sia a Tucson in Arizona, concordano nell'attribuire le ossa al periodo in cui morì il santo». 



Il Dna (lo studio è stato condotto da Barbujani, genetista dell' Università di Ferrara) è 2,5 volte più probabile che sia quello di un siriano (etnia di san Luca) piuttosto che di un greco. I resti dell' evangelista sono ancor oggi conservati in una bara di piombo di 300 kg che venne trafugata dalla basilica degli Apostoli di Costantinopoli e portata a Padova per salvarla dalle persecuzioni dell' imperatore Giuliano l' Apostata (che voleva la distruzione delle reliquie per restaurare il paganesimo) nel IV secolo. E questa data viene confermata dal ritrovamento di centinaia di piccole costole all'interno del sarcofago. In un primo tempo si pensava fossero di topi ma un' analisi più approfondita ha documentato che appartengono a una trentina di bisce. Entrarono nella bara a Padova e morirono soffocate in seguito a un' alluvione che interessò il cimitero romano paleocristiano di S. Giustina. Si tratta di serpenti «nostrani», non presenti in Oriente, che il radiocarbonio ha datato al 400-450 d.C. retrodatando di circa quattro secoli l' arrivo di Luca a Padova, che una precedente ipotesi aveva invece collocato nell'800 d.C. Un' ulteriore conferma della ben più antica origine della reliquia è un simbolo giudaico cristiano in uso dal primo secolo, sulla bara, nel quale compaiono tra l' altro otto braccia incrociate, come risulta da uno studio condotto all'Università La Sapienza di Roma.



Patrizio Giulini, botanico dell' Università di Padova, ha determinato anche numerosi reperti di piante e di legno presenti nel sarcofago. Ma c'è un' ulteriore importante tessera che accredita l' attribuzione di quelle ossa. Dallo scheletro manca il cranio che l' imperatore Carlo IV offrì in dono alla cattedrale di Praga dove è conservato fin dalla metà del XIV secolo. In occasione di questa ricognizione il decano dei canonici di Praga lo ha portato a Padova. Ebbene, l' attacco del cranio con la prima vertebra coincide perfettamente dando un' ulteriore conferma che si può trattare realmente dell' evangelista. Altre 20 prove con crani diversi hanno dato esito negativo. E in questo modo è stato anche autenticata la reliquia della capitale ceca. Per di più dall'usura dei pochi denti ritrovati si capisce che san Luca digrignava i denti, confermando quanto riferiscono le fonti storiche. 






O gloriosa Domina!




O gloriosa Domina caelorum,
laudate semper, chorus angelorum,
et clamunt assidue caelis peccatorum.
O Maria dulcissima,
tu felix virgo, tu porta paradisi,
funde praeces ad filium
pro salute fidelium. 






Al Palazzo Vescovile, la teoria del Crocifisso




Dal 14 settembre sette antichi crocifissi lignei provenienti da chiese della Diocesi di Padova comporranno una suggestiva mostra negli spazi del Museo Diocesano di Padova, per celebrare due momenti significativi della fede cristiana: l’Anno della fede, che si concluderà il 24 novembre 2013 e l’anniversario dell’Editto di Milano (313-2013) con cui il cristianesimo diviene culto pubblico e l’immagine della croce entra a pieno titolo tra i soggetti dell’arte cristiana.

Il dramma di Gesù crocifisso ha interrogato l’uomo di ogni tempo, toccando il cuore del vissuto delle persone.
Da duemila anni è uno “scandalo” sia per chi crede, sia per chi si ferma al solo dato storico della crocifissione, continuando a porre interrogativi sull’uomo e sul senso della sua esistenza.
Ha alimentato il pensiero teologico e filosofico, l’immaginazione e la spiritualità, e ha ispirato scrittori e artisti che hanno dato vita a immagini di grande intensità.
La mostra, aperta dal 14 settembre al 24 novembre 2013, racconta questa storia attraverso sette crocifissi in legno intagliato e dipinto provenienti da alcune chiese della Diocesi di Padova. Le sculture, dal Trecento al Settecento, sono presentate in un percorso che ne esalta il potere evocativo, e la capacità di esprimere la sensibilità e il pensiero teologico propri di ciascuna epoca.
È un viaggio nel tempo alla scoperta delle raffigurazioni del crocifisso e del loro significato: dal Cristo morto in croce del tardo Medioevo, con gli occhi chiusi e la testa reclinata, dove si insiste sulla passione e sulle sofferenze patite per la salvezza dell’uomo; alla svolta dell’umanesimo cristiano nel Rinascimento, che riscopre l’umanità di Cristo nobilitandola attraverso il linguaggio sereno e composto della classicità; per arrivare al “superamento” della morte attraverso il vitalismo del Cristo vivo, che già suggerisce l’idea della resurrezione, nell’età della Controriforma e Barocca.
Il percorso consente di osservare da vicino le sculture, tre delle quali sono state sottoposte a delicati interventi di restauro, grazie anche alla campagna di raccolta fondi Mi sta a cuore. I restauri, che si sono avvalsi delle moderne metodologie di diagnostica, hanno dato risultati sorprendenti, che vengono raccontati in mostra in un’apposita sezione multimediale, realizzata con il generoso supporto di Mediacom Digital Evolution.
Le visite guidate per i gruppi consentono di scendere più in profondità, compiendo un percorso estetico e spirituale insieme, nel quale oltre alle opere d’arte saranno le parole di scrittori, poeti, teologi, santi, a tessere il racconto, come fili tesi lungo il tempo. Un’occasione per lasciarci interrogare da un’immagine forte, carica di contraddizioni e interrogativi ma anche di speranza; un’immagine sempre uguale a se stessa eppure diversa, così come è l’uomo nel cammino della storia.

Sacerdote e Messa: l'eredità del Cardinal Piacenza




Nominato dal Santo Padre Penitenziere Maggiore della Penitenzieria Apostolica, il Cardinale Piacenza lascia la guida della Congregazione per il Clero chiudendo il suo operato con un interessante documento dedicato al Sacrificio Eucaristico, che vi proponiamo di seguito.



La celebrazione quotidiana della Santa Messa anche in assenza di fedeli

È noto che, in tempi recenti, alcuni sacerdoti, fortunatamente assai pochi, osservano il cosiddetto «digiuno celebrativo», consistente nella pratica di astenersi di tanto in tanto o persino settimanalmente, in uno dei giorni feriali, dal celebrare la Santa Messa, privandone così anche i fedeli. In altri casi, il sacerdote che non svolge cura pastorale diretta ritiene non essere necessario celebrare ogni giorno, se egli non ha possibilità di farlo per una comunità. Infine, alcuni ritengono che, nel meritato periodo di riposo delle proprie vacanze, abbiano il diritto di «non lavorare», e pertanto sospendono anche la Celebrazione eucaristica quotidiana. Cosa dire di tutto ciò? Riassumiamo la risposta in due punti: l’insegnamento del Magistero e alcune considerazioni teologico-spirituali.
1. Il Magistero
È indubbio che nei documenti magisteriali non si trova affermata la stretta obbligatorietà, per il sacerdote, della celebrazione quotidiana della Santa Messa; ma è altrettanto evidente che essa viene non solo suggerita, ma persino raccomandata. Offriamo alcuni esempi. Il Codice di Diritto Canonico del 1983, nel contesto di un canone che indica il dovere dei sacerdoti di tendere alla santità, indica: «I sacerdoti sono caldamente invitati ad offrire ogni giorno il Sacrificio eucaristico» (can. 276, § 2 n. 2 CIC). Alla cadenza quotidiana della celebrazione essi vanno preparati sin dagli anni di formazione: «La Celebrazione eucaristica sia il centro di tutta la vita del seminario, in modo che ogni giorno gli alunni [...] attingano soprattutto a questa fonte ricchissima forza d’animo per il lavoro apostolico e per la propria vita spirituale» (can. 246 § 1 CIC).
Sulla scorta di quest’ultimo canone, Giovanni Paolo II ha sottolineato: «Converrà pertanto che i seminaristi partecipino ogni giorno alla Celebrazione eucaristica, di modo che, in seguito, assumano come regola della loro vita sacerdotale questa celebrazione quotidiana. Essi saranno inoltre educati a considerare la Celebrazione eucaristica come il momento essenziale della loro giornata» (Angelus, 01.07.1990, n. 3).
Nell’Esortazione apostolica post-Sinodale Sacramentum Caritatis del 2007, Benedetto XVI ha innanzitutto ricordato che «Vescovi, sacerdoti e diaconi, ciascuno secondo il proprio grado, devono considerare la celebrazione come loro principale dovere» (n. 39). In ragione di ciò, il Sommo Pontefice ha tratto la naturale conseguenza:
«La spiritualità sacerdotale è intrinsecamente eucaristica. [...] Raccomando ai sacerdoti “la celebrazione quotidiana della santa Messa, anche quando non ci fosse partecipazione di fedeli” (Propositio 38 del Sinodo dei Vescovi). Tale raccomandazione si accorda innanzitutto con il valore oggettivamente infinito di ogni Celebrazione eucaristica; e trae poi motivo dalla sua singolare efficacia spirituale, perché, se vissuta con attenzione e fede, la Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione» (n. 80).
Erede di questi ed altri insegnamenti, il Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, curato dalla Congregazione per il Clero in una recentissima nuova edizione (2013), al n. 50 – dedicato ai «Mezzi per la vita spirituale» dei sacerdoti – ricorda: «È necessario che nella vita di preghiera del presbitero non manchi[...] mai la Celebrazione eucaristica quotidiana, con adeguata preparazione e successivo ringraziamento».
Questi ed altri insegnamenti del Magistero recente radicano, come è naturale, nelle indicazioni del Concilio Vaticano II, che al n. 13 del Decreto Presbyterorum Ordinis dice:«Nel mistero del Sacrificio eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l’opera della nostra redenzione e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli».
2. Principali motivi
Sarebbe già sufficiente la citazione di queste indicazioni magisteriali per incoraggiare tutti i sacerdoti alla fedeltà alla celebrazione quotidiana della Santa Messa, con o senza presenza di fedeli. Aggiungiamo tuttavia, nel modo più breve possibile, anche l’esplicitazione dei principali motivi teologico-spirituali che sottostanno alle indicazioni della Chiesa in materia, mantenendo un regime di strettissima brevità.
a) Mezzo privilegiato di santità del sacerdote. La Santa Messa è «fonte e culmine» di tutta la vita sacerdotale: da essa il sacerdote trae la forza soprannaturale e alimenta lo spirito di fede di cui ha assolutamente bisogno per configurarsi a Cristo e per servirLo degnamente. Al pari della manna dell’Esodo, che andava colta ogni giorno, il sacerdote ha bisogno ogni giorno di abbeverarsi alla fonte della grazia, il sacrificio del Golgota, che si ripresenta sacramentalmente nella Santa Messa. Omettere tale celebrazione quotidiana – fatto salvo il caso di impossibilità – significa privarsi del principale alimento necessario alla propria santificazione ed al ministero apostolico ecclesiale, nonché indulgere al rischio di una sorta di pelagianesimo spirituale, che confida nella forza dell’uomo più che nel dono di Dio.
b) Principale dovere del sacerdote, corrispondente alla sua identità. Il sacerdote è costituito tale principalmente in ragione della Celebrazione eucaristica, come rivela il fatto che questo ministero ecclesiale fu istituito da Cristo contestualmente all’Eucaristia stessa, durante l’ultima cena. Celebrare la Santa Messa non è l’unica cosa che il sacerdote deve fare, ma certamente è la principale. Lo ricordava poc’anzi Presbyterorum Ordinis: nell’offrire il Sacrificio eucaristico, «i sacerdoti svolgono la loro funzione principale». Riprende questo insegnamento Giovanni Paolo II, nella Pastores Dabo Vobis del 1992: «I sacerdoti, nella loro qualità di ministri delle cose sacre, sono soprattutto i ministri del Sacrificio della Messa» (n. 48).
c) Atto di carità pastorale più perfetto. Non esiste opera di carità che il sacerdote possa compiere in favore dei fedeli, che sia più grande o abbia più valore della Santa Messa. Il Concilio Vaticano II lo ricorda con le parole: «Tutti i sacramenti, come pure tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti alla Sacra Eucaristia e ad essa sono ordinati. Infatti, nella Ss.ma Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo [...]. Perciò l’Eucaristia si presenta come fonte e culmine di tutta l’evangelizzazione» (Presbyterorum Ordinis, n. 5).
d) Suffragio dei defunti. La carità pastorale del sacerdote – che di norma può raggiungere solo i fedeli viatores, nella Santa Messa travalica i confini dello spazio e del tempo. Celebrando in persona Christi, il sacerdote compie un’opera che supera le dimensioni dell’efficacia del gesto umano, limitata al suo tempo, al suo spazio ed alla storia dei suoi effetti, e si estende oltre i confini dell’umanamente raggiungibile. Questo vale, in particolare, per il valore dei meriti di Cristo, che nella Santa Messa si offre di nuovo al Padre per noi e per molti. Tra i «molti» per i quali Cristo si è offerto una volta per tutte sulla croce, e continua ad offrirsi su quel Golgota sacramentale che sono gli altari delle nostre chiese, figurano anche i fedeli defunti, che sono in attesa di accedere alla visione eterna di Dio. Da sempre la Chiesa prega per loro nella liturgia, come testimonia la menzione dei defunti nelle preghiere eucaristiche. «Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il Sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1032)
Quale atto di carità pastorale è pertanto la celebrazione quotidiana dalla S. Messa ed anche in circostanze per le quali fossero assenti i fedeli!

Al Santo, le armi di Papa Francesco




Sulla facciata della Basilica del Santo a Padova torna lo stemma del Pontefice regnante, le insegne del padrone di casa. Quello di Benedetto XVI era stato calato nel tempo di Sede Vacante. Ora aggiornato, lo scudo - pesante colata bronzea degli anni '30 dello scorso secolo - si mostra sopra il portale romanico della Basilica e alla lunetta di Andrea Mantagna.







A Schio, le proteste sull'altare




di Anna Lirusso per Il Giornale di Vicenza 
Scuote gli animi e divide il gesto di fra Dino Pistore. Domenica mattina [10 settembre nrd] a fine messa in duomo il religioso ha preso in mano il microfono, si è spogliato delle vesti sacerdotali e affidandosi alle parole di Etty Hillesum, scrittrice olandese di origine ebrea deportata in un campo di concentramento, ha raccontato la sua sofferenza per lo sradicamento dei frati Cappuccini da Schio dopo 5 secoli. Il giorno successivo al gesto non si parla d'altro in città. La gente commenta la scelta del frate di togliersi i paramenti e di lanciarli sopra l'altare prima di parlare a cuore aperto ai fedeli che subito l'hanno applaudito con vigore mentre la schiera di sacerdoti che officiava messa restava attonita alle sue spalle.  «L'applauso era l'ultima cosa che volevo sentire di fronte a questo gesto», ha subito detto fra Dino in pantaloncini corti e t-shirt dopo quella ribellione pubblica che ha scosso gli animi.  «È stata una protesta lecita - commenta Anna Malai, che lavora in un bar del centro - Stamattina non si parlava d'altro e tutti concordavano nel dire che prima di essere preti sono uomini».  «Quello di fra Dino è stato un gesto coraggioso e forte - spiega Gianfranco Gonzato del gruppo pastorale - Tutti noi eravamo avvolti in qualcosa che non sentivamo fino in fondo, c'era bisogno di liberare e cercare il vero significato delle cose». «Si è spogliato di tutto per mostrare il suo dolore - dice Anna Todesco - La vera profanazione è stata togliere i frati a Schio. L'espressione così violenta che ha scelto dà il senso del peso per la perdita della comunità cappuccina per tutti noi. Ha mostrato la fragilità dell'essere e la gente lo ha capito». Ma accanto ai commenti positivi c'è chi la pensa diversamente. «Quel gesto non lo condivido - dice Giuseppe Fontana -. Ha fatto voto di povertà, castità e obbedienza ed è venuto meno ad uno dei tre voti, probabilmente il più difficile da rispettare».  

Videsi allora esser divenuto un altr'uomo, ed essersi vestito d'uno spirito novello, perciocchè considerando esso stesso la gran dignità del Sacerdozio, procurò di tale acquisto delle virtù necessarie all'amministrazione d'un tanto carico, e di applicarli unicamente alla santificazione propria, e degli altri, all'utilità della Chiesa, e alla propagazione della gloria di Dio .
Vita del Beato Gregorio Barbarigo 
di F. Tommaso Agostiono Ricchini
trad.e Abbate Prospero Petroni




Un miracolo dell'eremita Benedetto?




di Marco Tosatti per Vatican Insider
Un giovane americano – adesso ha diciannove anni, e sta frequentando il secondo anno di università - sarebbe stato guarito da un tumore al torace grazie a Benedetto XVI, che durante un'udienza a Roma, l'anno scorso, l'ha  incontrato, ascoltato la sua storia e gli ha imposto la mano proprio sul torace, dove si annidava il linfoma. Questa è la convinzione di Peter Srisch e della sua famiglia, che l'hanno dichiarato alla televisione statunitense KUSA, di Denver.
Peter aveva 17 anni quando i medici gli diagnosticarono, dopo un esame ai raggi X, un tumore al torace. “Ha subito un esame radiografico, e l'esame ha rivelato un tumore della grandezza di una palla da softball nel torace”, afferma la madre del giovane, Laura Srsich. “La diagnosi è stata che era uno stadio quattro del linfoma non-Hodgkins”.
Peter era in cura presso il Colorado Children's Hospital; e mentre i medici cercavano di affrontare al meglio la malattia, di lui si prendeva cura un'istituzione molto nota, la “Make-a-Wish” Foundation, che opera in circa cinquanta Paesi del mondo, e cerca di aiutare, anche psicologicamente, bambini e ragazzi che si trovano in difficoltà e stanno affrontando momenti difficili. Anche permettendo loro di realizzare un desiderio particolarmente sentito. La Make-a-Wish Foundation è nata ed opera dal 1993, con una grande diffusione nei Paesi anglossasoni ma non solo.
Racconta Laura Srsich che quando ne ha parlato a Peter non ci sono state esitazioni: “La prima cosa che Peter ha detto è stata: 'Mi piacerebbe andare a incontrare il Papa a Roma'”. E' un desiderio relativamente facile, e così un anno fa, a maggio, Peter e sua madre si trovavano in piazza San Pietro per l'udienza generale presieduta da Benedetto XVI. E hanno potuto incontrare e parlare con papa Ratzinger.  Peter ha avuto un'impressione fortissima dal colloquio. “Quando mi sono alzato, per parlargli, sono stato colpito dalla sua umanità – racconta. - E' stata un'esperienza di umiltà per me vedere quanto era umile”. Il Pontefice ha ascoltato, mentre Peter gli raccontava le circostanze del suo viaggio, e della sua malattia. Il ragazzo ha poi offerto a papa Ratzinger un bracciale da polso, verde, su cui erano stampate le parole: “Pregando per Peter”. E il Papa lo ha benedetto.
Ma non si è trattato di una semplice benedizione, secondo Peter e la sua famiglia; o perlomeno, i suoi effetti sono stati particolarmente efficaci. Ecco ciò che è accaduto nelle parole del protagonista: “Poi mi ha benedetto. Ha messo la sua mano destra proprio sul torace, dove avrebbe dovuto trovarsi il tumore. Non poteva sapere dove era collocato il tumore, ma ha messo la sua mano proprio là”. 
Un anno è passato; Peter è completamente guarito dal cancro, è al secondo anno di università e spera un giorno di essere ordinato sacerdote. Nel frattempo Benedetto XVI ha lasciato l'incarico di vescovo di Roma, e quindi di Papa; e anche questa decisione, secondo Peter, rafforza l'impressione che ha avuto dall'incontro. Peter pensa che così facendo Benedetto ha posto la Chiesa cattolica avanti a se stesso, e alle sue esigenze personali. Un gesto di grande umiltà. “Mi ricorderò sempre di lui come di uno degli uomini più umili del mondo, e in particolare per l'atto che ha appena compiuto”, dice Peter.
Un episodio analogo, di guarigione da un tumore, si ricorda anche di Giovanni Paolo II. In quel caso la persona interessata era un anziano ebreo americano, che sarebbe guarito da un tumore al cervello dopo aver presenziato a una messa “privata”, quella della mattina presto, di Giovanni Paolo II e aver partecipato all'eucarestia.

Un Veneto in Segreteria di Stato: è Parolin





RINUNCIA DEL SEGRETARIO DI STATO E NOMINA DEL NUOVO SEGRETARIO DI STATO 
Il Santo Padre Francesco ha accettato, secondo il Can. 354 del Codice di Diritto Canonico, le dimissioni di Sua Eminenza il Card. Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, chiedendogli, però, di rimanere in carica fino al 15 ottobre 2013, con tutte le facoltà inerenti a tale ufficio.
Nel medesimo tempo il Santo Padre ha nominato S.E. Mons. Pietro Parolin, Nunzio Apostolico in Venezuela, come nuovo Segretario di Stato. Egli prenderà possesso del suo ufficio il 15 ottobre 2013. 
In quell'occasione, Sua Santità riceverà in Udienza Superiori ed Officiali della Segreteria di Stato, per ringraziare pubblicamente il Card. Tarcisio Bertone per il suo fedele e generoso servizio alla Santa Sede e per presentare loro il nuovo Segretario di Stato.
S.E. Mons. Pietro Parolin 
S.E. Mons. Pietro Parolin è nato a Schiavon (Vicenza) il 17 gennaio 1955.
È stato ordinato sacerdote il 27 aprile 1980 e incardinato nella diocesi di Vicenza.
È laureato in Diritto Canonico.
Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede il 1° luglio 1986, ha prestato la propria opera presso le Rappresentanze Pontificie in Nigeria e in Messico e presso la Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato.
È stato nominato Sotto-Segretario della Sezione Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato il 30 novembre 2002.
Il 17 agosto 2009 è stato nominato Nunzio Apostolico in Venezuela ed elevato in pari tempo alla sede titolare di Acquapendente, con dignità di Arcivescovo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale dalle mani di Papa Benedetto XVI il 12 settembre dello stesso anno.
Oltre all’italiano, conosce il francese, l’inglese e lo spagnolo. 
[01195-01.01] 

Un Segretario di Stato... vicentino?





di Andrea Tornielli per Vatican Insider 
Papa Francesco potrebbe accogliere domani le dimissioni a suo tempo presentate dal cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone e secondo diverse indiscrezioni avrebbe deciso di nominare al suo posto l'arcivescovo Pietro Parolin, nunzio apostolico in Venezuela.
Il nuovo «primo ministro» vaticano ha 58 anni, ed è originario a Schiavon, in provincia di Vicenza. Sacerdote dal 1980, entrato nella diplomazia vaticana nel 1986, nel 2002 è stato nominato sottosegretario della Sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato, in pratica «viceministro degli Esteri», dove ha collaborato prima con il cardinale Sodano e poi con Bertone. Nel settembre 2009 Benedetto XVI, che qualche settimana prima lo aveva nominato nunzio in Venezuela, lo ha consacrato vescovo. Tra i co-consacranti c'era anche Bertone.
Il Segretario di Stato uscente lascia l'incarico ormai alla vigilia del compimento dei 79 anni, come accadde al suo predecessore, il cardinale Angelo Sodano, attuale decano del collegio cardinalizio. Il salesiano Tarcisio Bertone, fino a quel momento arcivescovo di Genova, era stato scelto da Papa Ratzinger come Segretario di Stato nel 2006, un anno dopo l'elezione. Allora la nomina seguì il curioso iter di un annuncio a giugno e di un'entrata in carica a settembre: il nuovo «primo ministro» vaticano si trovò a dover fare subito i conti con una crisi, quella scaturita dall'interpretazione delle parole pronunciate da Benedetto XVI nel famoso discorso di Ratisbona.
All'origine della scelta di un prelato non proveniente dalla diplomazia pontificia - peraltro non del tutto inedita nella storia della Chiesa - c'era la personale conoscenza e collaborazione, che si era consolidata tra il 1995 e il 2002, negli anni in cui quest'ultimo era stato segretario della Congregazione per la dottrina della fede, guidata dal Prefetto Joseph Ratzinger.
L'allora capo dell'ex Sant'Uffizio aveva apprezzato le qualità operative di Bertone e la sua fedeltà. Per questo, nonostante il parere contrario di diversi curiali, lo aveva scelto e difeso fino all'ultimo, rifiutandosi di accogliere le richieste dei cardinali che negli ultimi anni suggerivano un cambio. 
Bertone, che conserva la carica di camerlengo di Santa Romana Chiesa e per il momento rimane nel consiglio cardinalizio di sovrintendenza dello Ior, sapeva già da qualche tempo che alla fine dell'estate sarebbe stato sostituito. Se si scorrono i precedenti recenti, si comprende come la sostituzione, facilitata dall'età del Segretario di Stato uscente, sia avvenuta in tempi rapidi. Nell'ottobre 1958 Giovanni XXIII scelse il Segretario di Stato la sera stessa dell'elezione, ma la carica era vacante dal 1944, da quando era scomparso il cardinale Luigi Maglione e Papa Pio XII non l'aveva più rimpiazzato, servendosi invece dei due sostituti Montini e Tardini. Paolo VI, nel giugno 1963, confermò nell'incarico il cardinale Amleto Cicognani, già ottantenne e già Segretario di Stato del predecessore, mantenendolo per altri sei anni. Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II confermarono il cardinale francese Jean Villot, anche se Papa Wojtyla scrisse che un Papa non italiano avrebbe dovuto avere un Segretario di Stato italiano. Villot, che fino ad oggi rimane l'unico Segretario di Stato ad aver servito ben tre Pontefici, morì nel marzo 1979 e al suo posto venne nominato Agostino Casaroli.
Le dimissioni del prelato simbolo dell'Ostpolitik vennero accolte da Papa Wojtyla quando Casaroli compì 76 anni, e Segretario di Stato divenne Angelo Sodano, il quale ha accompagnato per quasi un anno e mezzo - dall'aprile 2005 al settembre 2006 - il pontificato di Benedetto XVI.
Come si ricorderà, lo scorso luglio il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York, in un'intervista aveva lamentato la mancata sostituzione del Segretario di Stato, nei cui confronti si erano addensate critiche durante le discussioni del pre-conclave. «Mi aspetto che dopo la pausa estiva si concretizzi qualche segnale in più in merito al cambiamento della gestione», aveva commentato il porporato statunitense dopo aver detto che si aspettava la sostituzione prima dell'estate, come peraltro da più parti erroneamente pronosticato.

Pio XII... santo subito?




di Alberto Paglialonga per formiche.net
Papa Francesco potrebbe presto dichiarare santo il “venerabile” Pio XII. In tal modo si arriverebbe alla canonizzazione di Papa Pacelli attraverso una procedura velocizzata, analoga a quella seguita per Giovanni XXIII (che sarà proclamato santo assieme a Giovanni Paolo II tra la fine del 2013 e la primavera del 2014), andando ad allungare la serie dei Pontefici “santi” del Novecento. L’indiscrezione è stata raccolta dall’americana Catholic News Agency, attraverso il racconto di una fonte anonima che lavorerebbe all’interno della Congregazione per le Cause dei Santi e che ricorda come, stante la procedura in corso, gran parte della decisione spetti all’attuale Pontefice.

Questione di procedura

Nel 2009 a Pio XII vennero riconosciute le “virtù eroiche”, grazie a un decreto della Congregazione per le Cause dei Santi autorizzato da Papa Ratzinger, e da allora Pacelli gode quindi del titolo di “venerabile”. Se la normale procedura prevede che una persona per la quale sia stata confermata la “santità di vita”, venga proclamata beata una volta che un miracolo venga riconosciuto (prima da un team di esperti, poi da una commissione di cardinali) come avvenuto per la sua intercessione, in questo caso particolare – spiega la fonte – “Papa Francesco potrebbe decidere di andare avanti senza miracolo, canonizzando Pio XII con la formula ex certa scientia, ovvero sfruttando la sua libertà di deroga alle norme procedurali e saltando l’ultimo stadio previsto per la beatificazione”. In ogni caso, conclude l’interlocutore, “solo il Papa può decidere in tal senso, e lo farà, se lo vuole”. 

La stima di Papa Francesco

Due sarebbero i motivi alla base della decisione di Bergoglio. Il primo è che per Papa Francesco, come Roncalli, anche Pacelli sarebbe “un grande”, la cui statura e il cui esempio di vita andrebbero quindi riconosciuti all’interno della Chiesa (rimanendo quindi aperta la valutazione degli storici nel loro campo specifico, come ricordò Padre Federico Lombardi in una nota del 2009). Il secondo riguarderebbe, invece, il fatto che proprio nel 2014 la documentazione relativa al papato pacelliano (1939-1958) sarà definitivamente aperta agli studiosi, permettendo cosí di fare piena luce su quel periodo. Senza dimenticare, probabilmente, una questione per così dire affettiva, perché quella commissione, istituita da Paolo VI nel 1967 per esaminare il caso di Pio XII, e che produsse la serie di 12 volumi intitolata “Atti e Documenti della Santa Sede relativi alla seconda guerra mondiale”, era composta esclusivamente da quattro padri gesuiti (proprio come Bergoglio): il francese Pierre Blet, grande studioso e storico della Chiesa; l’italiano Angelo Martini; un officiale dell’Archivio Segreto Vaticano, il tedesco Burkhart Schneider; e lo statunitense Robert A. Graham, autore alla fine degli anni cinquanta di un importante studio sulla diplomazia vaticana.

Polemiche non nuove

La decisione di proclamare santo Pio XII che, inizialmente, si pensava potesse essere presa assieme a quella per Karol Wojtyla, già beatificato il 1 maggio 2011 in San Pietro, porterebbe certamente a rinfocolare polemiche antiche circa il ruolo che Pacelli ebbe nel corso della seconda guerra mondiale e nella gestione della questione ebraica, anche se sufficienti spiegazioni “in positivo” sono state fornite in questi anni dalla documentazione emersa dall’Archivio Segreto Vaticano e dalle opere di numerosi studiosi (per esempio, Andrea Tornielli, Matteo Luigi Napolitano o Michael Hesemann), che hanno confutato le tesi “colpevoliste” rispetto a presunte connivenze con il regime nazista sostenute invece da autori come, tra gli altri, Rolf Hochhut (Il Vicario) o John Cornwell (Il Papa di Hitler). Già nel 2009, quando Ratzinger venne convinto dai risultati della commissione di esperti ad autorizzare la firma al decreto che proclamava “venerabile” Papa Pacelli, numerose furono le contestazioni da parte della comunità ebraica, tese a sottolineare la non opportunità di una simile decisione. Il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna e il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, in una nota congiunta spiegavano allora che “se la decisione di oggi dovesse implicare un giudizio definitivo e unilaterale dell’operato storico di Pio XII ribadiamo che la nostra valutazione rimane critica”. 

Il giudizio storico

Un giudizio storico aperto alle diverse riflessioni e che, tuttavia, già ora dà ampie garanzie, come ricorda sempre al National Catholic Reporter il professor Matteo Luigi Napolitano, docente all’Università Guglielmo Marconi di Roma e membro del Pontificio Comitato di Scienze Storiche: “i più autorevoli storici ebrei, cattolici e laici concordano su un punto chiave, ovvero che Papa Pacelli non era, e non poteva essere, il Papa di Hitler”. A ciascuno il suo, come diceva Leonardo Sciascia: e a Papa Francesco l’ultima parola.

Era un monsignore: la saga continua




di Michelangelo Nasca per Vatican Insider 
“Don Camillo monsignore... ma non troppo” era il titolo del quarto episodio della famosa saga di Don Camillo e Peppone, diretto da Carmine Gallone e tratto dai racconti di Giovannino Guareschi. A Venezia – ci scherza su qualche sacerdote – il “Monsignore… ma non troppo” è diventato un vero e proprio decreto diocesano!

Seguendo, infatti, la linea della sobrietà e del servizio, e nel rispetto delle norme canoniche stabilite dalla Chiesa, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia ha firmato recentemente un provvedimento che riserva il titolo di “monsignore” solo ai sacerdoti che hanno ricevuto una onorificenza pontificia direttamente dal Papa; mentre tutti gli altri componenti del clero diocesano, manterranno il semplice “don”.
Una scelta, questa, che ha lasciato alcuni sacerdoti ed ex “monsignori” scontenti, anche se in Curia si tende a precisare che sull’utilizzo dei titoli ecclesiastici non c’è in atto una manovra di retrocessione ma “una rigorosa revisione che rientra nella linea di sobrietà di papa Francesco”.
Già da alcuni mesi il Patriarca di Venezia, nel corso di alcune assemblee diocesane, aveva iniziato a sostituire il titolo di “monsignore” con quello di “don”, e in modo particolare nel corso di una importante e recente riunione, per annunciare i nuovi componenti della Curia; nomine – precisa Moraglia – pensate anche nell’ottica di una gestione collegiale e condivisa, sempre in funzione del progetto pastorale diocesano. “La Curia – ha aggiunto – non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo; il fine è sempre il bene delle anime“ (Zenit).
A proposito del titolo ecclesiastico in questione, alcuni sacerdoti hanno rintracciato delle fonti storiche. Mons. – anzi “don” – Giuseppe Camilotto, arciprete della Basilica di San Marco, spiega che «Nel 1860 papa Pio IX ha concesso il titolo di Protonotari Apostolici ai canonici residenziali e onorari di San Marco e ai loro successori. Concessione mai abrogata». Ancora: «Nel 1969 la Segreteria di Stato di Sua Santità Paolo VI ha emanato un’Istruzione circa le vesti, i titoli … dei prelati di ordine minore. Al numero 26 si legge: “I Protonotari Apostolici soprannumerari, cioè i canonici di San Marco, possono fregiarsi del titolo di Monsignore preceduto da Reverendo”. Qualsiasi decisione», continua l’arciprete, «di abolire il titolo non è fattibile secundum jus». Una scelta, dunque, che secondo don Camilotto andrebbe riproposta alla Congregazione per il Clero.
Mentre a Venezia si discute sul titolo di monsignore, a Padova, uno studente in ingegneria di diciannove anni Stefano Cabizza, (chiamiamolo pure scherzo del destino o provvidenziale chiarimento) riceve a sorpresa la telefonata del Papa, raccontata dal giovane in questi termini: «“Pronto!”. “Sono Papa Francesco, diamoci del tu”. “Credi che gli apostoli dessero del Lei a Gesù, o lo chiamassero Sua eccellenza? Erano amici come lo siamo adesso io e te, ed io agli amici sono abituato a dare del Tu”».


Benedetto e la Chiesa di Dio: l'ultimo regalo




di *** per chiesa.espresso.repubblica.it
La domenica dopo l'Epifania è la domenica del battesimo di Gesù. E in ognuna di queste domeniche, anno dopo anno, Benedetto XVI ha amministrato il primo sacramento dell’iniziazione cristiana a un certo numero di bambini, nella Cappella Sistina. Ogni volta ha dunque avuto modo di pronunciare le formule previste dal rito del battesimo in vigore dal 1969. Ma due parole di questo rito non l’hanno mai convinto del tutto.E così, prima di rinunciare alla cattedra di Pietro, ha ordinato che venissero cambiate nell'originale latino e di conseguenza, a cascata, anche nelle cosiddette lingue volgari. 

Il provvedimento, messo in opera dalla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, è stato pubblicato dal bollettino ufficiale del dicastero, "Notitiae". A segnalarne l'esistenza, nel silenzio dei media vaticani, è stato il quotidiano della conferenza episcopale italiana "Avvenire". Il decreto che introduce l’innovazione, pubblicato in latino, inizia così:
"Porta della vita e del regno, il battesimo è sacramento della fede, con il quale gli uomini vengono incorporati nell'unica Chiesa di Cristo, che sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal successore di Pietro e dai vescovi in comunione con lui".
È proprio partendo da questa considerazione che la congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha motivato la variazione nella seconda "editio typica" latina del rito del battesimo dei bambini del 1973 (che nella formula in questione è identico alla prima "editio typica" del 1969):
"Affinché nel medesimo rito sia meglio messo in luce l’insegnamento della dottrina sul compito e dovere della Madre Chiesa nei sacramenti da celebrare". 
La variazione introdotta è la seguente.
D’ora in poi al termine del rito dell’accoglienza, prima di segnare con la croce la fronte del bambino o dei bambini, il sacerdote non dirà più: "Magno gaudio communitas christiana te (vos) excipit", ma invece: "Magno gaudio Ecclesia Dei te (vos) excipit".  

In pratica papa Joseph Ratzinger, da fine teologo, ha voluto che nel rito battesimale si dicesse in modo chiaro che è la Chiesa di Dio – la quale sussiste compiutamente nella Chiesa cattolica – ad accogliere i battezzandi, e non genericamente la "comunità cristiana", termine che sta a significare anche le singole comunità locali o le confessioni non cattoliche come le protestanti.
Nel decreto pubblicato su "Notitiae" si precisa che Benedetto XVI "ha benevolmente stabilito" la suddetta variazione del rito nel corso di un'udienza concessa al prefetto della congregazione, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, il 28 gennaio 2013, appena due settimane prima dell’annuncio delle dimissioni da papa.Il decreto porta la data del 22 febbraio 2013, festa della Cattedra di san Pietro, ed è firmato dal cardinale prefetto e dall’arcivescovo segretario Arthur Roche. E vi si dice che è entrato in vigore dal giorno 31 marzo 2013, regnante già papa Francesco, che evidentemente non ha avuto nulla da obiettare riguardo alla decisione del suo predecessore. L'introduzione della variante nelle lingue volgari sarà curata dalle rispettive conferenze episcopali.

Attualmente in inglese la frase nella quale le due parole “comunità cristiana” dovranno cambiare in “Chiesa di Dio” è:  "The Christian community welcomes you with great joy".
In francese: "La communauté chrétienne t’accueille avec une grande joie".
In spagnolo: "La comunidad cristiana te recibe con gran allegria".
In portoghese: "È com muita allegria que la comunidade cristã te recebe".
Leggermente discostate dall’originale latino sono la versione tedesca: "Mit großer Freude empfängt dich die Gemeinschaft der Glaubenden [La comunità dei credenti ti accoglie con grande gioia]" e quella in vigore in Italia: "Con grande gioia la nostra comunità cristiana ti accoglie", dove c'è l’aggiunta di un "nostra" non presente nell'originale latino. 

La versione italiana è quella che Benedetto XVI ha utilizzato ogni volta che ha amministrato il sacramento nella domenica del Battesimo di Gesù. E forse è proprio quel troppo autoreferenziale "nostra" che ha indotto il papa teologo a decidere il cambiamento.  Fino al 2012, infatti, Benedetto XVI ometteva il "nostra" e pur celebrando in italiano diceva ai piccoli battezzandi: "Con grande gioia la comunità cristiana vi accoglie".Ma alla fine deve aver considerato ambiguo anche l’originale latino. Così lo scorso 13 gennaio, nel celebrare per l’ultima volta da sommo pontefice il battesimo, ha detto: "Cari bambini, con grande gioia la Chiesa di Dio vi accoglie".E poco dopo, tra le ultime disposizioni del suo pontificato, ha prescritto tale formula per tutta la Chiesa.

Veneti episcopi: Pio X




Giuseppe Cardinal Sarto, Patriarca di Venezia.
Eletto il 4 agosto 1903 duecentocinquantasettesimo papa della Chiesa Cattolica. 
Canonizzato il 29 maggio 1954.



Gaetano Valeri, le sinfonie ed i concerti per la Cattedrale




Mentre alla Basilica di San Marco stava un Bonaventura Furlanetto indaffarato a proseguire l'immensa opera del predecessore, nelle cantorie della Cattedrale di Padova serpeggiava un vivace organista ed abile compositore, Gaetano Valeri: questi naque il 21 settembre 1760 ed ebbe a mentore Ferdiando Gasparo Turrini, al tempo organista a Santa Giustina. Dopo una parentesi "pittorica" conquistò presto le panche degli organi delle grandi chiese regolari dei Carmini e di Sant'Agostino. Approdò poi alla Cattedrale dove fu organista e compositore alla Cappella Musicale. Solo nei primi anni dell'800 il Capitolo dei Canonici gli affidò la completa direzione della Cappella. Celebratissimo "l'ingegno del Valerj era di creazione non d'imitazione" morì il 13 aprile 1822 accompagnato da uno stuolo di suoi "varj alunni". 
Seppure la produzione musicale del Valeri passi ai più inosservata, giacendo desolatamente dimenticata - l'immenso numero di composizioni sacre resta gelosamente custodita alla Biblioteca Capitolare patavina - la casa discografica Tactus ha recentemente riproposto (in collaborazione con il Comune di Cingoli!) certe sue interessanti opere eseguite dagli Hermans Consort diretti da Fabrizio Ammetto con un abile Luca Scandali all'organo. Queste Sinfonie e concerti coll'organo che andavano probabilmente a concertare le celebrazioni solenni della Cattedrale di Padova all'introito o durante l'offertorio sono caratterizzate dalla presenza dei corni da caccia che andarono ad aggiungersi dalla secondo metà del '700 agli archi e agli oboé. Queste composizioni, caratterizzate da due o tre movimenti oppure da un un unico movimento alla maniera galuppiana, riflettono l'influenza dello dell'ultimo stile galante, senza rinunziare alla rigorosa costruzione barocca e a quella semplificazione formale cara alla tradizione italiana


Avviso sacro: Missa Cantata a Caorle




CELEBRAZIONE LITURGICA
NELLA FORMA EXTRAORDINARIA
DEL RITO ROMANO


in occasione dei festeggiamenti per il 975mo anniversario di dedicazione


MISSA CANTATA



Venerdì 16 Agosto


ORE 10:00


DUOMO DI SANTO STEFANO PROTOMARTIRE

Caorle (VE)


Prima della celebrazione alcuni sacerdoti saranno disponibili per le Confessioni.

Era un monsignore: il riordino dei titoli in Patriarcato




di Alvise Sperandio per Il Gazzettino 
Niente più monsignori senza titolo nella diocesi di Venezia. È all'insegna del ligio rispetto del diritto canonico, uno dei primi provvedimenti del nuovo vicario generale della diocesi ed esperto in materia, don Angelo Pagan, firmato nei giorni scorsi dal patriarca Francesco Moraglia prima della partenza per le ferie.
Dispone che quei sacerdoti che finora, e da tempo, si sono chiamati monsignori perché canonici residenziali oppure onorari di San Marco, vengono ora retrocessi a semplici "don", dal momento che solo la nomina pontificia dà diritto a fregiarsi del grado superiore. 
«Una decisione - spiega un docente del Marcianum - che intende fare chiarezza, mettendo i puntini sulle "i" e dando a ciascuno al suo». Il titolo, d'altronde, è solamente onorifico e non ha alcun peso sul piano dei poteri. La valutazione va fatta caso per caso ma ad essere coinvolti dalla novità ci sono sacerdoti molto in vista, come i vicari episcopali don Danilo Barlese e don Dino Pistolato, il delegato per la catechesi e la scuola don Valter Perini, quello per il sociale e il lavoro don Fabiano Longoni, l'ex economo e neo parroco di Santa Barbara don Guido Scattolin, ma anche arcipreti importanti e molto popolari come don Fausto Bonini a Mestre, don Luigi Casarin a Gambarare, don Angelo Munaretto a Eraclea e don Giuseppe Manzato a Caorle. 
Una piccola rivoluzione che va a scontrarsi con una consuetudine consolidata da decenni e che rischia di essere mal digerita dai fedeli, in molti casi abituati a identificare con il solo appellativo di monsignore il proprio prete di riferimento. A molti non è sfuggito che già nei documenti ufficiali il patriarca Moraglia è attento sull'utilizzo del "don" e non del "mons.", così come nel comunicato stampa successivo alla comunicazione delle recenti nomine. Gli interessati sono dubbiosi. «Ne ho sentito parlare, ma non ho ricevuto alcuna comunicazione in proposito», dice don Bonini mentre don Perini spiega «di aspettare indicazioni: forse la nuova edizione del prontuario sarà utile a fare chiarezza».
Alla base della decisione c'è il desiderio di rispettare fino in fondo le regole, ma forse anche la volontà di trasmettere un messaggio di semplicità e sobrietà in linea con gli insegnamenti di papa Francesco e quanto detto dallo stesso Moraglia nel definire il nuovo assetto di governo della diocesi: «La Curia - ha affermato nell'occasione - non è un luogo di privilegio ma un luogo di servizio, in cui ognuno è chiamato a servire la comunità diocesana sul territorio. La Curia non è fine a se stessa, è un mezzo, perché il fine è sempre il bene delle anime».

La liturgia che è tanto bella




"le Chiese ortodosse hanno conservato la liturgia che è tanto bella. Noi abbiamo perso un po' il senso dell'adorazione. Loro adorano Dio e lo cantano, non contano il tempo. Una volta parlando dell'Europa occidentale e della sua Chiesa mi hanno detto che "ex Oriente lux", "ex Occidente luxus", cioè dall'Oriente la luce, dall'Occidente il consumismo e il benessere che hanno fatto tanto male. Invece gli ortodossi conservano questa bellezza di Dio al centro. Quando si legge Dostoevsky si percepisce qual è l'anima russa e orientale. Abbiamo tanto bisogno di questa aria fresca dell'Oriente, di questa luce"
  
FRANCISCUS PP





Avviso sacro: ritiro vocazionale a San Simeon Piccolo



RITIRO VOCAZIONALE
a cura del rev. Konrad zu Löwenstein
sacerdote della Fraternità Sacerdotale San Pietro



SABATO 27 LUGLIO 2013 - ORE 15:30

CHIESA DI SAN SIMEON PICCOLO

Venezia

Programma
Ore 15:30: Colloqui individuali e confessioni 
Ore 16:30: Conferenze sulla vocazione sacerdotale e sulla Santa Messa, inframmezzate dall'ascolto di brani di musica sacra. 
Ore 17:30: Adorazione e Benedizione Eucaristica

Per chi volesse pernottare a Venezia per la Santa Messa cantata domenicale (alle ore 11) e l’Ora Santa (alle ore 13) è possibile consultare degli alberghi nelle vicinanze. 


Per informazioni rivolgersi all'indirizzo email: padrek@libero.it
Sito web: http://venezia.fssp.it

Redentore e laicità: l'omelia del Patriarca




"Oggi, dopo quasi cinque secoli, la festa del Redentore è ancora viva tra il popolo che vi  partecipa numeroso. Vi è, però, il rischio che il significato religioso della festa venga oscurato e la componente folcloristica prenda il sopravvento giungendo ad azzerare quella religiosa.  D’altra parte è evidente che una celebrazione religiosa entrata nel comune sentire della polis, in un contesto fortemente secolarizzato come l’attuale, rischi di veder compromesso l’originario senso religioso. Così è anche per la festa veneziana del Redentore. Questa considerazione ci porta a riflettere su un tema più ampio - seppure a questo connesso - quello della laicità; e proprio su di esso desidero soffermarmi in questa festa del Redentore. 
Una sana laicità - vedremo in che senso - è fondamentale sia per il cittadino sia per il cristiano; essa, infatti, è legata alla struttura stessa della persona di cui l’umano e il creaturale sono dimensioni imprescindibili. In altri termini, la persona - nella sua realtà antropologico-creaturale - viene temporalmente e ontologicamente prima dello Stato (quindi del cittadino) e dell’adesione a qualsiasi religione (quindi del credente). 
In tal modo la festa del Redentore - nella sua acuita problematicità, ovvero il religioso che entra nel tessuto socio-culturale sempre più secolarizzato della civis - domanda di considerare, in modo più ampio, il rapporto fra sfera sacra o religiosa e profana o secolare. 
Riflettiamo, quindi, sulla laicità che sta sullo sfondo di quanto detto finora a proposito del rapporto sacro/profano, religioso/secolare. 
La laicità - per il cittadino e il credente - è realtà fondamentale. Ricordiamo, per esempio, che per la Chiesa la fede - ossia, il “sì” detto a Gesù Cristo - deve essere scelta libera e responsabile.  
Non dimentichiamo poi che la sfera sacrale/religiosa o profana/secolare - prima di riguardare ambiti distinti della convivenza sociale e civile e, quindi, prima d’essere esteriore all’uomo - riguarda ambiti distinti “all’interno” dell’uomo, che appartengono all’uomo e lo costituiscono tale.  
La risposta di Gesù, a coloro che domandavano se era lecito o no pagare il tributo a Cesare, indica un percorso sempre valido al di là di situazioni contingenti o singole epoche. Gesù pone una distinzione che è - ad un tempo - fondante e fondamentale; infatti, Dio e Cesare, nei loro ambiti specifici, sono interlocutori imprescindibili per l’uomo di ogni epoca. 
Si tratta - lo abbiamo detto - di una distinzione fondamentale e fondante perché, fino ad  allora, né lo Stato ebraico, con la sua teocrazia, né l’impero romano, con il culto a Cesare, erano pervenuti alla vera laicità, quella che Gesù indica.  
La distinzione è fondamentale e fondante, poiché in essa c’è la vera novità da cui deriva la forma moderna dello Stato, ossia la possibilità d’essere sia leali sudditi del “re”, pur essendo uomini di fede, sia veri credenti ed insieme autentici cittadini impegnati a lavorare per il bene della civis.  
Cito qui la figura luminosa e oggi attualissima - per l’obiezione di coscienza - di Tommaso Moro, primo ministro del Re che muore per difendere la sua libertà di credente. Tommaso Moro è stato canonizzato dalla Chiesa cattolica nel 1935 e dal 1980 il suo nome è inserito anche nel martirologio anglicano. È universalmente riconosciuto come simbolo di integrità ed eroico testimone del primato della coscienza al di là dei confini nazionali e delle confessioni religiose. Le sue ultime parole furono: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio». Un grande ideale per tutti coloro che dedicano la propria vita al servizio del bene comune (cfr. Atti del Giubileo dei Governanti e dei Parlamentari / anno 2000). 
Ritorniamo alle parole di Gesù: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21). 
Si tratta di riflettere, in modo compiuto, sulla laicità considerata snodo essenziale sia nella vita del credente sia del cittadino. 
Credente e cittadino devono guardarsi dai differenti “confessionalismi”: religioso, scientista, laicista. Molte, infatti, sono le forme di confessionalismo: quello religioso, quello tecno-scientifico, infine, quello ideologico politico-partitico o culturale. 
Oltre la forma di confessionalismo religioso si danno anche quelli tecnico-scientifico e ideologico politico-culturale che, a loro volta, sono opprimenti e pervasivi per la libertà di coscienza dei credenti e dei cittadini. La storia, in proposito, fornisce un amplissimo campionario che si dispiega lungo le differenti epoche.  
Il tema della laicità - e non da oggi - è occasione di incomprensioni sia a livello culturale sia politico. E i molteplici significati che, di volta in volta, vengono attribuiti al termine “laico” e “laicità” dicono quanto sia necessario far chiarezza anche a livello di significato poiché il termine, attualmente, risulta in sé equivoco e ognuno finisce per intenderlo in modi diversi; il discorso meriterebbe d’esser approfondito secondo tale ampia logica ma stiamo, invece, su una prospettiva più ristretta, quella che riguarda il nostro ordinamento giuridico.  
Nel nostro ordinamento giuridico - è bene ricordarlo - il termine “laicità” non compare nella legislazione ordinaria, né risulta utilizzato dalla Costituzione per qualificare l’atteggiamento dello Stato in materia religiosa; piuttosto, il principio di laicità è legato alla giurisprudenza della Corte Costituzionale.  
E’ la Corte Costituzionale che, in una famosa sentenza della fine degli anni Ottanta (la n. 203 del 1989), qualifica il principio di laicità come “principio supremo dell’ordinamento costituzionale” e come “uno dei profili della forma di Stato delineato dalla Costituzione”.  
E’, questo, un principio di laicità inteso in senso “aperto” e “positivo”, che non indica o suggerisce l’indifferenza o, addirittura, l’ostilità dello Stato dinanzi alla religione (o alle religioni) ma piuttosto il compito di garanzia che spetta allo Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in un contesto ormai accentuato di pluralismo confessionale e culturale. Lo Stato, insomma, non può essere indifferente o neutrale di fronte alla religione e qui non è in ballo solo la religione cattolica; lo Stato deve garantire la tutela della libertà religiosa come diritto fondamentale e inalienabile della persona, un diritto valido per tutti. 
Una sana laicità, allora, è in grado di riconoscere, di rispettare e di valorizzare tanto la sfera sacrale/religiosa quanto quella profana/secolare nell’interesse del cittadino, di ogni cittadino e di tutti i cittadini. Una vera laicità comporta, quindi, il riconoscimento delle molteplici dimensioni dell’uomo che - come ricorda la Lettera ai Tessalonicesi - è spirito, anima e corpo (cfr. 1Ts 5,23). E, quindi, l’uomo è immanenza e trascendenza, relazionalità verticale (o teologica) e orizzontale (o antropologica) e, ancora, interiorità e esteriorità. 
L’uomo è l’insieme di tutte queste dimensioni; tra esse, vi è anche quella religiosa che va vissuta in modo “pienamente umano”, come ogni altra dimensione della persona. Appare, così, tutta l’incongruenza di chi, invece, vorrebbe rinchiudere la fede (la religione) nel recinto interiore della coscienza personale. Viene, allora, spontaneo domandarsi: perché per una realtà così importante e universalmente diffusa come quella religiosa deve essere preclusa la dimensione pubblica, esterna e visibile. Alla fine: ciò a chi giova? Riprendiamo le parole del Vangelo che, ad un tempo, chiariscono e indicano la strada valida per ogni persona di buona volontà: “Rendete… a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22,21).  
Il Concilio Ecumenico Vaticano II - al n. 36 della costituzione pastorale Gaudium et spes - ha parlato dell’autonomia delle realtà terrene affermando che, insieme alle leggi che regolano la vita delle società civili, godono di legittima autonomia ma che tale autonomia non è mai qualcosa d’assoluto. Il diritto, infatti, non ha come sua unica sorgente e fondamento lo Stato; tutte le volte che ciò si è verificato, nella storia, abbiamo dovuto dolorosamente constatare come l’uomo sia stato sacrificato sul piano della ragione di Stato, qualunque essa fosse: confessionale-religiosa, ideologico-politica, tecno-scientista.  
Si vuol dire, qui, che l’autonomia delle realtà terrene non è un assoluto ma sottostà ad una valutazione morale che non è di qualcuno ma è il riconoscimento di qualcosa che viene prima della sfera religiosa ma, non di meno, prima della sfera politica e della tecno-scienza; così, di fronte a questioni altissime come quelle della vita, non c’è legge degli uomini che tenga. E, in ultima istanza, per opporsi a un’ingiustizia altrimenti irreparabile, si dà la legittimità dell’obiezione di coscienza.  
La festa religiosa e civile del Redentore diventi occasione - per i credenti e i non credenti - per riscoprire il senso di una laicità che porti a vivere nel rispetto delle prerogative antropologiche fondamentali e non miri a ridurre e costringere nel chiuso della coscienza individuale i propri convincimenti iniziando da quelli religiosi. Ricordiamo ancora le ultime parole di Tommaso Moro: «Muoio come buon servo del Re, ma anzitutto come servo di Dio».  
La laicità sia un ponte - e il ponte di barche che unisce le Zattere al sagrato del Redentore ne è il simbolo - verso quanti non hanno il nostro modo di “sentire” ma hanno a cuore l’uomo, tutto l’uomo - e non solo una sua parte - e ancora, tutti gli uomini e, alla fine, il bene comune.  
Il Redentore vigili su una fede che non può rimanere solo in sacrestia ma che deve essere sempre testimonianza a favore dell’uomo, sui valori umani."

Venezia, 21 luglio 2013
Festa del Santissimo Redentore
Omelia del Patriarca mons. Francesco Moraglia



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